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Reportage Live

Reportage Live: WOODKID in concerto a Milano

Woodkid in concerto
Articolo di Luca Doldi | www.ildolditoriale.com

Ieri è andato in scena lo show di Woodkid al Teatro Franco Parenti di Milano.
Parlo di “show” perché quello che ci ha regalato Yoann Lemoine è molto di più di un concerto, ma analizzerò più avanti questo aspetto.

Woodkid si presenta con una “band” di 7 elementi. Band fra virgolette perché non si tratta di una band come siamo abituati ad intenderla: un tastierista, un “paddista” (lo chiamo paddista anche se è bruttissimo, perché ha suonato su un pad per tutto il concerto), due percussionisti (badate bene: percussionisti, non batteristi) e 3 fiati, fra cui una tromba, un inconsueto bassotuba, e un trombone.
La disposizione è molto ampia e simmetrica (come tutto lo show): in fondo al palco ai due angoli opposti i percussionisti, ognuno con la sua grancassa sospesa (da suonare con le mani), messa di fianco rispetto al pubblico, in modo che suonandole si vedano i movimenti sincronizzati dei due, con un semplice ed efficace effetto scenico.

Sul fronte del palco, all’angolo sinistro (guardando il palco) il tastierista e il “paddista” e all’angolo destro i 3 fiati. Al centro naturalmente, lui.
Il concerto inizia con un intro sinfonico molto drammatico e pomposo, sembra quasi di assistere all’inizio di un concerto di musica classica, la musica mette tensione e l’eccitazione del pubblico sale fino ad esplodere in un boato quando entra l’artista francese.

Il primo pezzo della serata è preso dal suo primo ep, “Baltimore’s Fireflies”, un pezzo molto evocativo e d’atmosfera, che traccia la direzione di questa prima parte di concerto, che infilerà una tripletta molto tranquilla, per calare il pubblico con delicatezza nel mondo di Woodkid.

Dopo questa prima parte iniziano a tuonare le grancasse e da questo momento in poi il concerto inizia la sua ascesa fino a diventare un rito collettivo, una danza tribale.

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Il finale di “The Golden Age” inizia a far friggere il pubblico con le percussioni in terzine e le perfette armonizzazioni di fiati che creano un’attesa e una tensione perfetta per introdurre il primo stadio della trasformazione del concerto, che è il suo ultimo singolo “I Love You”.

Il pubblico salta, canta a memoria, la musica di Woodkid è capace di far esplodere la sala. Le sue armonizzazioni molto drammatiche ed emozionali, i fiati che rendono tutto molto “solenne”, la costruzione orchestrale e sinfonica della sua musica, unita ai ritmi cadenzati, che vanno a pescare a piene mani nel tribale, scanditi da tom e grancasse molto profondi, uniscono due anime incise nel nostro dna apparentemente molto lontane, ma che entrambe hanno dato un imprinting molto forte alla nostra società di oggi.

WoodkidUna è la nostra tradizione classica europea, con Mahler, Stravinnkij, Strauss, e tutti i grandi della musica classica, e l’altra è la tradizione ancestrale, delle tribù, dei villaggi, dei barbari, la collisione fra queste due anime così radicate in noi e così potenti crea una reazione esplosiva, i cui effetti ieri sera sono stati incredibili per un artista semisconosciuto e con relativamente poca esperienza alle spalle.

Oltretutto su un pubblico, quello dell’Elita, molto “fighetto” e più di curiosi e presenzialisti, che di fans. Yoann è visibilmente felice e sorride nel vedere come il pubblico lo segue e canta con lui il suo singolo. Dopo il delirio di “I Love You” è di nuovo la volta di un momento più raccolto.

Il concerto è stato caratterizzato da questa contrapposizione, così come tutta la sua musica ha queste due anime, una più “danzereccia” e l’altra molto intima. “Brooklyn” è leggera e cantata con evidente emozione permettendo alle coppie presenti di limonare duro un ultima volta prima del rush finale.

Ancora una manciata di pezzi, fra cui lo strumentale “Shadows” e il pomposo “Sabat Mater” che vanno a creare la tensione giusta per gli ultimi tre pezzi carichi di grancasse e percussioni che manderanno in totale delirio il Franco Parenti prima dell’encore.

Il primo è “Conquest of Spaces” che con il suo loop ipnotico e il suo ritmo incalzante, ma non troppo sostenuto, inizia a far muovere le teste prima del suo finale epico che porta il pubblico verso il boato.
Poi è la volta di “Iron” e qui si vede tutta la potenza della musica di Woodkid, la gente salta, urla, batte le mani, il pavimento del teatro inizia ad ondeggiare, l’effetto è incredibile, perché si sente fisicamente la potenza della musica trasferita alle persone che al loro volta la trasferiscono al pavimento e il pavimento la rimanda indietro alle persone, che  praticamente saltano anche se restano ferme.

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Il finale di Iron viene trasformato in un dj-percussion set di tribal-house con i due percussionisti che picchiano fortissimo sui tom, e il teatro che letteralmente salta insieme a Yoann Lemoine.

“Volete ancora saltare?” chiede alla fine del pezzo, la risposta è scontata e si riparte con “The Great Escape” ed è ancora, e sempre di più, delirio.
E’ il momento di una pausa e il pubblico inizia a scandire “Wod-kid-Wod-kid-Wod-kid-Wod-kid-“, lui rientra e ci prende gusto e alimenta un altro giro di cori da stadio, dopo di che scatta anche un “Run! Boy! Run! Run! Boy! Run! Run! Boy! Run! Run! Boy! Run!” sembra quasi di essere al concerto degli Iron Maiden con il pubblico che chiedere “Fear of the Dark”.

Il pubblico chiede, Wookdid risponde attaccando con “Run Boy Run” e il rito collettivo raggiunge il suo apice, il teatro salta letteralmente in aria, e il concerto si chiude con un’altra scarica di percussioni che trasforma il Franco Parenti in un dancefloor. 

C’è ancora tempo per un saluto finale con “The Other Side” poi le luci si accendono e si ritorna al mondo reale.
Il mondo di Woodkid è però anche video,grafiche e show, come dicevo all’inizio.

Avrebbe potuto sfruttare tutto il enorme talento registico per il suo concerto. Invece molto intelligentemente ha deciso di tenere i suoi video fuori dal set, limitandosi a proiettare grafiche ipnotiche e simmetriche (sempre in bianco e nero come vuole la sua tradizione), molto suggestive ed efficaci nella loro semplicità.

Quello che apparentemente può sembrare una mancanza o una leggerezza è invece un punto di forza perché dei filmati troppo elaborati avrebbero distolto l’attenzione e avrebbero compromesso la partecipazione del pubblico.
Infatti in determinati momenti le proiezioni venivano anche spente quando il pezzo necessitava attenzione, oppure nelle parti più movimentate dove il pubblico poteva sfogarsi senza distrazioni.

Questo denota un’attenzione maniacale per la riuscita dello show, e una preparazione meticolosa.
Anche Yoann, sapientemente, chiedeva attenzione e partecipazione in determinati momenti, probabilmente consapevole dell’effetto iptonico e “paralizzante” che può avere la sua musica così carica abbinata alle proiezioni,  non ha mai lasciato sprofondare il pubblico nel “suo mondo” sognante e ancestrale, ma ha cercato di tenerlo sempre sulla corda e sempre partecipe e pronto a rispondergli.

Anche la gestione delle luci è stata una parte fondamentale dello show, con una decina di fasci bianchi, e tre strobo, sono riusciti a creare un gioco di luci veramente suggestivo, e l’attenzione estrema ai particolari si è vista in un preciso momento quando i fasci di luce passavano velocemente dall’illuminare la sala all’incrociarsi su Woodkid formando una “stella” e le sue braccia si aprivano e si chiudevano a X sul petto, in contemporanea con il movimento delle luci.

Quello di ieri è stato un vero e proprio evento unico nel suo genere, realizzato da un artista con una visione moderna e innovativa del fare musica, video e arte in generale.

Quello di ieri è stato un evento del quale fra dieci anni si potrà dire “Io c’ero”. 

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