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Reportage Live

KILLING JOKE: fotogallery, reportage e scaletta del tour italiano

Foto di Emanuela Vigna (Bologna) | Articolo di Paolo Ciro (Milano)

Sarebbe bastato osservare l’outfit di una parte del pubblico accorso al Live Music Club domenica sera per fare una riflessione minima sul ruolo quasi patriarcale che i Killing Joke hanno avuto nel rock degli ultimi 35 anni. Stabilmente al centro di un ideale crocevia da cui si sono delineate le strade del (post) punk, della darkwave sintetica e dell’industrial metal, i quattro londinesi hanno sempre radunato sotto il palco un variopinto mondo di personaggi, ognuno fiero di rappresentare il suo stile (a tinte scure) attraverso differenti esibizioni di borchie e capigliature.

Non è dato sapere se i seguaci del goth moderno siano inclini o meno a riconoscere questa importanza a Coleman e soci, perchè di fatto il popolo della prima data italiana del tour 2016 ha un’età media piuttosto alta e sembra non superare le 500 presenze; in un momento storico di idolatria per gli anni 80 il secondo dato è decisamente anomalo, anche se perfetto per continuare a coltivare il sogno degli eroi duri e puri che non hanno mai fatto troppe concessioni al mainstream.

A tenere a battesimo la serata c’è il distorto sussulto dance-punk dei californiani Death Valley High che, nella foga di scaldare i motori, risultano confusi e strappano a fatica gli applausi delle prime file. Ovvio che preparare il terreno agli headliner non è mai cosa facile, ma questa sera il compito sembra insormontabile.

I detentori del brand dello scherzo che uccide entrano in scena  alle 21.30, circondati dall’aurea tipica delle vecchie glorie un po’ burbere che preferiscono non eccedere in convenevoli. Jaz nel suo completo nero ricorda un ibrido tra il Piton di Harry Potter e un oscuro maharaja (o, più simpaticamente, un fratello di Renato Zero), e si aggira per il palco con l’aria di chi sta cercando una folla da arringare. Il bassista Martin “Youth” Glover (uno con il curriculum talmente lungo da risultare noioso) sceglie invece il rischioso look dell’americano in vacanza sui campi da golf, ma a lui si può perdonare tutto. Più dimesso invece il tono di quel grand’uomo di “Geordie” Walker davanti ai suoi ampli e di “Big” Paul Ferguson dietro le pelli.

In men che non si dica parte la macchina dei ricordi di tutti gli ex darkettoni presenti in sala (chi vi scrive è uno di quelli) con un tris che prevede “The Hum”,”Love Like Blood” e “Eighties”.
Temperature in salita da questo lato delle transenne, un po’ di tensione on stage per colpa di qualche inconveniente tecnico con le basi e l’elettronica, ma si prosegue.
Coleman risparmia la voce nei due episodi tratti dall’ultimo, dignitosissimo, “Pylon” (“Autonomous Zone” e “New Cold War”) ma non lesina il suo urlo catacombale nella successiva “Exorcism”.
Il vantaggio di assistere al set della band in formazione originale prevede il piacere di una scaletta che attinge senza esitazioni dai primi album (sono ben cinque i brani che risalgono all’esordio, ivi compresa “Change”, presente solo nell’edizione americana) e, addirittura, dal primissimo EP (“Turn To Red”).

Sembrano distaccati, i Killing Joke, che tuttavia macinano repertorio con assoluta compattezza e intensità. Jaz risparmia la voce anche nel contatto con il pubblico ma ci fa capire a gesti che il suo cuore è con noi, e tanto ci dobbiamo far bastare. Geordie infila uno per uno tutti i suoi iconici riff e dà sfoggio di aplomb sui generis gesticolando in varie direzioni, forse per riguadagnare chiarezza nei suoni della chitarra, fino a quel momento discretamente fumosi.
Su “The Wait” scatta d’improvviso il pogo (si, proprio quella cosa fuori moda che prevede di saltarsi addosso) ed è una gradita sorpresa anche per la dura scorza dei patriarchi, che quasi naturalmente mettono da parte l’austerità per spingere sull’acceleratore fino al climax della successiva “Pssyche” (b-side di “Wardance”), dove è il basso di Youth a farla da padrone.

La pausa prima dell’encore permette a tutti di rifiatare, meditando su una setlist piuttosto avara di sorprese rispetto a quanto letto in rete sulle date precedenti.
Il ritorno sul palco conferma tutto, con la chiusura affidata a “The Death And Resurrection Show” e “Pandemonium”, per un totale di un’ora e mezza scarsa di spettacolo (minutaggio discutibile finchè si vuole ma in linea con il resto del tour).

È più che naturale prendere a paragone la performance di altre band dello stesso periodo (le oltre due ore di live dei Depeche Mode o le quasi quattro dei Cure) dal momento che tutti quegli anni di repertorio meriterebbero una messa in scena dal respiro più ampio, ma sono considerazioni che nulla tolgono al valore della proposta artistica di una band sempre molto poco interessata all’opinione generale. Di questi tempi, sa ancora di scherzo che uccide.

KILLING JOKE – scaletta 13 Novembre 2016 – Trezzo sull’Adda – Milano

The Hum
Love Like Blood
Eighties
Autonomous Zone
New Cold War
Exorcism
Requiem
Change
Turn to Red
European Super State
I Am the Virus
Complications
Unspeakable
The Wait
Pssyche
– – – – –
The Death and Resurrection Show
Pandemonium

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