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Recensioni

Signs Preyer – Mammoth Disorder

mammoth-disorder2015 Buil2Kill

Questo ammasso di distorsori esasperati potrebbero stregare, scippare l’anima, torturarla e farla sanguinare come un agnello sacrificale. Riff taglienti che solcano ed incidono ferite ed ecchimosi che difficilmente si rimargineranno. Potrebbe e lo fa.

Gli umbri Signs Preyer sganciano il loro secondo disco, Mammoth Disorder, un groove pazzesco a base di sludge metal e “claustroclimax”  stoner che stordisce, ammutolisce, una tracklist che difficilmente diverrà ricordo o cicatrice, è una calcio in faccia di quelli che isolano i sensi a tempo indeterminato. Otto brani pesi, saturi di energia, magmatici che non passano inosservati, brani in cui il quartetto orvietano non lesina un pressing sonico cruento che –  anche se leggermente addolcito (eufemismo al quadrato) da volture southern –  rimane un capitolo di furia percussiva estrema che si rivolge a santità maledette come certi Unanimated, Pantera, Black Label Society, Zyris.

Scudisciate elettriche, pelli violentate, linee di basso come pulpiti satanici, un ascolto sincopato come il respiro dei Metallica che fiotta in It comes back real II, l’ansimo sbavato che cola in I want a big black mama,  globuli neri di AINC Anal fisting, Bbq sauce,  o un Phil Anselmo autolesionista che coabita spavaldo in Damned, praticamente il kit completo per farsi “adorabilmente” male, per percepire appieno il mondo rovesciato dei Signs Preyer.

Non ci sono vie d’uscita o controindicazioni salvifiche, una volta entrati qui dentro sarete inghiottiti dal vostro incubo migliore. Garantito!

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Giornalista che crede che la musica sia la via maestra di tutto per arrivare al tutto.

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