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KUBLAI – Kublai

Kublai si nasconde.

Il disco omonimo di debutto del progetto solista di Teo Manzo si apre con Pellicano, frasi che si fatica a interpretare decifrare, come voi tornerò a perdonare dice ad un certo punto, per poi farci perdere in fiumi di metafore, e descrizioni di un mondo sconosciuto, di conversazioni perdute di un tempo passato. Un giro di chitarra, come una danza esotica, che maschera la più triste delle tracce. Una dichiarazione, un cantautore che non mette al centro di tutto le sue parole, la sua voce, ma tutte le suggestioni che da essa arrivano.

Orfano e Creatore, quel singolo che avevamo già sentito. Kublai Khan, omonimo e alter ego dell’autore, parla con l’amico Marco Polo, e questo brano è un intreccio intricato delle loro conversazioni che la storia credeva di dover dimenticare. Seguono Nevai e Cipango, distorsioni. Riposo su Lullaby (Ora dormi degli oceani), come affondare in un mare elettrico. Alla Luce, straziante. Le soglie del dolore, per chi è conquistato dalla malinconia più devastante, ma rimane sempre in silenzio. Musa, come tornare a casa. E’ l’ora delle visite, Vincenzo chiude un disco stratificato e complesso di quelli che lasciano un retrogusto a cui non siamo abituati, come se non avessimo capito tutto, come il più fastidioso dei finali aperti.

In un periodo in cui la musica sembra essere didascalica, e tutto debba essere per forza catalogato come triste, allegro, tormentone, ballad, alternative, pop, cantautorato o sperimentale, avere tra le mani un disco che è tutto questo insieme è disorientante, bellissimo e incomprensibile. Teo Manzo riprende la storia di Kublai Khan, personaggio chiuso nel suo grandissimo palazzo ad attendere le visite del suo unico amico Marco Polo, che invece è sempre in giro per il mondo e non tarda a raccontargli ogni dettaglio. I due fanno lunghe passeggiate ma, di fatto, ma al di fuori della proprietà di Kublai Khan che, alla fine, esausto, si toglie la vita per la solitudine estrema.

Teo Manzo, Kublai, fa sua questa storia e la arricchisce dei suoi personaggi, delle sue suggestioni urbane, come se ci trovassimo nella periferia di una grande città del Medio Oriente. Un disco che va vissuto, sentito, amato ad ogni ascolto, perchè assolutamente diverso da qualsiasi cosa abbiate sentito quest’anno.

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