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Recensioni

Japanese Breakfast – Jubilee

Michelle Zauner ha appena finito di elaborare un lutto. Grazie a quello che era solo un side project, Japanese Breakfast, appunto. I suo primi due album, “Psychopomp” (2016) e “Soft Sounds From Another Planet” (2017) sono nati dall’urgenza di creare tantissima musica, il più in fretta possibile, dopo la morte della madre. 

Quindi “Jubilee” è upbeat da far schifo. Si apre con una marcetta, “Paprika”, che non è un errore definire trionfale: letteralmente salti di gioia trasformati in musica. L’artista festeggia il fatto di essere tornata a vedere la luce, ma i testi del disco rimangono ambivalenti. Le difficoltà superate lasciano comunque una traccia, che però non le impedisce di cantare a pieni polmoni “I wanna believe in you, I wanna believe in something!” riuscendo a mantenere una vocetta dolce come una caramella in “Be Sweet”, il primo singolo estratto da questo terzo album, che strizza un occhio al funky e ai Tame Impala. 

Il pop sperimentale di “Jubilee” risente dell’influenza di Kate Bush e Björk: “Posing in Bondage”, piazzata a metà disco, è una ballata che parla di solitudine e lontananza, di due persone che vorrebbero mettersi in contatto ma non ci riescono. “Savage Good Boy” sembra mettere in guardia dai pericoli che si nascondono dietro il raggiungimento di una certa quantità di felicità, perché il rischio di diventare avidi è sempre in agguato. Ovviamente lo fa con una buona dose di ironia e una melodia power pop, alla Beach Bunny. “Posing for Cars” chiude con note più malinconiche un album che è praticamente l’altra faccia della medaglia dello struggente memoir “Crying In H Mart” pubblicato dalla musicista in aprile. 

Michelle Zauner è una donna di 32 anni a cui un cancro ha portato via la madre e una zia. Ha dichiarato che preferirebbe l’eutanasia ai trattamenti, nel caso dovesse scoprire di soffrire della stessa malattia. Intanto si fa produrre da Jack Tatum dei Wild Nothing, scrive best seller, diventa una super star dell’indie. Probabilmente ogni tanto le capita ancora di piangere tra le corsie di H Mart, catena di supermarket americana che vende cibo koreano, dove le seconde generazioni vanno a cercare le loro radici. 

La buona notizia è che l’album è ottimo, la cattiva è che il lutto assomiglia molto più a una cicatrice che a un sentimento. I dischi di Japanese Breakfast, grazie al cielo, sono un potente antidolorifico.

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Anello di congiunzione tra le Spice Girls e Burzum fin dal 1988

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