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ERIC CLAPTON – Nothing But the Blues 

Eric Clapton lo ribadiva in Spiral, brano del 2016, album I still do, quanto il blues fosse necessario e quanto contasse per la sua vita “You don’t how much this means to have this music in me. I just keep playing these blues, hoping that I don’t lose, I just keep plying my song , hoping that I get along …in the morning, in the daytime, in the evening, in the nighttime too, I got have it, I got have this blues “.

E lo dimostra ancora di più in Nothing but the blues uscito il 24 Giugno e che riprende il concerto Live at Fillmore in San Francisco del 1994, che vedeva tra i produttori Martin Scorsese. Un’ora e 16 minuti per attraversare la storia del blues, accompagnati e guidati dalla chitarra e dalla voce di Eric Clapton con alla batteria Jim Keltner, al basso Dave Bronze, all’armonica un’inconfondibile Jerry Portonoy, al sassofono rispettivamente baritono Simon Clarke e tenore Tim Sanders, Roddy Lorimer alla tromba e ancora Andy Fairweather Low alle chitarre e la magia delle tastiere affidata a Chris Stainton.

Un album di cover, un album che traccia e abbraccia  le linee della sua storia personale e musicale , e che racconta di un genere che da sempre ha ipnotizzato e influenzato l’artista inglese. Che senza ombra di dubbio è riuscito negli anni a spazzare via e a smentire, uno dei suoi idoli, Muddy Waters, quando affermava che un bianco non può essere blues perché non ha sofferto abbastanza.

“Nothing but the blues“ contiene 17 brani, che rappresentano un lungo cammino che attraversa e segue il corso del Mississipi fino ad arrivare a Chicago , dagli anni trenta fino ai cinquanta . Si tratta nei fatti di un omaggio liberatorio a quella musica e a quel mondo al quale Clapton appartiene di diritto. Quelle 12 famose battute che partono da dentro e che rappresentano l’anima. Una vera e propria enciclopedia storica musicale che fa ricordare e riscoprire, per chi ancora non lo conoscesse, un genere che ha a che fare con la sopravvivenza al dolore, alla lotta con se stessi, alle privazione delle libertà, alla sofferenza fisica e mentale.  Blues che è un modo di sentire la vita in ogni suo aspetto, visto però dal lato di chi sa di essere un perdente, lo sconfitto per eccellenza, per farsi attraversare completamente dal dolore e poi suonarlo. Quel modo di essere  “ to have the blues devil” che mette davanti a quella eterna lotta tra scacciare i diavoli dentro fino ad arrivare a farci un patto. Come si narra per Robert Leroy Johnson, autore di Cross road blues, poi divenuta Crossroads, che Clapton ripropone dagli inizi della sua carriera e che non ha mai tolto dalle sue set list live. Particolare però questa versione, e senza ombra di dubbio la migliore versione offerta da Clapton. La chitarra sembra andare quasi per conto suo, segue un fraseggio che ha un ritmo indiavolato e la voce di Clapton qui raggiunge livelli che difficilmente ha sfiorato prima del 1994 e nel presente. Sporca, graffiante e sensuale come si addice a questo mondo. Poi il ritmo incalzante della batteria di Keltner e l’armonica di Portonoy che sembra voler, con il suono vorticoso,  domare la chitarra stessa. E’ una versione di Crossroads che sembra una lotta tra l’armonica e la chitarra , quell’eterna lotta al quale Robert Leroy Johnson si era ispirato, la lotta interiore con se stesso e con il diavolo , al quale poi quasi in maniera leggendaria si era arreso. Si dice infatti che Johnson avesse fatto un patto col diavolo , e la sua misteriosa scomparsa continua ad alimentare la famosa leggenda per la quale in cambio di quel talento unico e quella voce così straziante cedette la propria anima al diavolo. E questo album parte da qui , da quello che è stato definito il padre del Delta Blues, l’interprete di  Sweet home Chicago , per poi proseguire con una carrellata di artisti che vale la pena riscoprire e riattraversare. Blues è muovere e smuovere l’anima, come avviene nei brani “Forty-Four” del 1958 di Howlin’ Wolf , per il quale lo stesso Clapton, quando Wolf morì,  pagò  la lapide. Per proseguire con “Standing Round Crying” di Muddy Waters, It hurts me too scritta da Tampa Red nel 1940, Blues all day Long di Jimmy Rogers , Sinner’s prayer di Lloyd Glenn per concludere l’album con sette minuti di rara quanto inconfondibile rabbiosa e malinconia blues con “Groaning the blues” di Otis Rush. E’ il Clapton migliore in assoluto, sia per il modo con cui suona e interpreta i brani che lo hanno formato e indirizzato a quel genere musicale che poi sarebbe stato ed è ancora la sua salvezza, sia per la ricerca accurata dei brani da riproporre.

Nothing but the blues è un archivio storico musicale per chi vuole conoscere le radici del blues e chi ha lottato attraverso la propria voce e la propria chitarra per far sì che questo genere musicale diventasse il suono dell’anima. Bisogna sentirlo il blues, bisogna esserci nel blues, bisogna aver incontrato il diavolo sotto tutti gli aspetti della vita e in un certo senso bisogna averlo riconosciuto e averlo saputo scacciare. Quello che in fondo ha fatto sempre e fa da sempre Clapton con la sua chitarra. 

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