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PIERPAOLO CAPOVILLA de IL TEATRO DEGLI ORRORI lascia facebook. Cosa ne pensate?

Ecco il messaggio apparso sul social network più famoso dove PIERPAOLO CAPOVILLA de IL TEATRO DEGLI ORRORI annuncia di abbondare facebook.

Disattivo le mie pagine FaceBook.
Arrivederci a tutti nella vita reale, ed in particolare ai concerti “dal vivo”, appunto.
I social network possono essere certamente utili per rendere possibile un’interlocuzione fra il singolo e la società, ma ho l’impressione che siano diventati (forse lo sono sempre stati) dei luoghi dove lo scambio di idee troppo spesso diventa semplice ostentazione narcisistica, e dove quelle idee le esprimiamo con una compulsività tale -parlo anche e sopratutto per me stesso- da risultare null’altro che l’espressione di impulsi sociali dettati da un individualismo egotistico virulento, di cui mi voglio al più presto liberare.
Si ha un bel dire dell’importanza politica dei social network in quei paesi dove ancora le società aspirano alla democrazia e al libero scambio di informazioni ed opinioni, cosa certamente vera. È altrettanto vero che in una società aperta, i social network diventano l’estensione di un edonismo tutto interno ai meccanismi più profondi della società dei consumi. Invece di unire, dividono: invece di farci incontrare, ci chiudono nella privatezza dei nostri avatar. Per come la vedo io, i social network dovrebbero rappresentare un’occasione di democrazia e di diffusione delle idee, ma non è così: implementano il nostro desiderio di apparire, impoveriscono il linguaggio e con esso l’ interlocuzione stessa, rendono caotica la nostra visione delle cose e del mondo. Dopo lunghe giornate di lavoro, ci rubano il tempo prezioso che ancora ci rimane per dedicarci alla vita vera, nostra e dei nostri affetti, ci spingono verso un presente interminabile, obliando il passato, nascondendo il futuro. Le nostre solitudini sono reali: temo che illuderci di emanciparle nella virtualità della rete, sia un grave e strategico errore relazionale.
Certo, mi spiace per quel “contatto diretto” che il social network mi ha sempre reso possibile: quel filo diretto fra la mia persona e chiunque voglia dirmi qualcosa, sia quel qualcosa un’espressione di affetto o di rabbia, un suggerimento o una critica, un contributo o persino -va da se- un bel vaffanculo. Non mi duolgo per coloro che hanno tentato e tentano di intromettersi nell’amministrazione delle mie pagine: è non soltanto illegale, ma moralmente riprovevole. Pazienza.
Vi rinuncio a malincuore, lo ammetto: per questo mi riprometto di registrare presto in rete un sito ed un blog attraverso i quali mantenere una qualche forma di relazione diretta fra di noi. È una cosa a cui tengo molto, ma non la voglio più affidare ad un social network, perché mi ha profondamente deluso: non produce discussione, ma soltanto chiacchiericcio, riflessioni nervose, frettolose e spesso incivili, piccole e grandi molestie reciproche, spesso associate a quella malignità tutta italiana che sembra uguale al disagio da sovraffollamento nel traffico urbano: tutti nella propria autovettura a dileggiare gli altri sfortunati automobilisti: qualunquismo di fondo, tristezza, angoscia sociale.
Viviamo in un paese dove televisioni, radio e stampa sono sostanzialmente in mano a pochissimi soggetti economico/politici. Il pluralismo nell’informazione è illusione e spettacolo: lo chiamano elegantemente info-tainment. I media dettano l’agenda delle nostre discussioni, del nostro vocabolario, dei nostri pensieri. L’istruzione pubblica è stata squalificata e vilipesa dal ventennio berlusconiano, e non vedo all’orizzonte alcun desiderio sociale di riscatto da questo desolato deserto culturale.
Ho creduto e ancora credo che la rete potesse e possa costituire un “contro-potere” a questo stato di cose, ma temo che il sentiero da percorrere sia ancora lungo.
Si dice e si pensa: la comunità virtuale ti permette di vivere la contemporaneità fino in fondo: senza social network sei tagliato fuori, sei fuori dal mondo. Io credo sia vero l’esatto contrario: i social network sono parte integrante del problema, non della soluzione.
Spensi la tv vent’anni or sono. Spengo soltanto oggi questo tranello chiamato FaceBook.
Buona vita a tutti, con l’augurio, a voi tutti e a me stesso, di fare buon uso delle nostre passioni, aspirazioni e desideri, della nostra voglia di cambiare questo paese, e di renderlo più uguale e più giusto: è una battaglia per niente facile ed irta di ostacoli spesso così grandi da farci pensare che non valga la pena d’esser combattuta.
Love to You All.

Voi cosa ne pensate?

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4 Comments

4 Comments

  1. Avatar

    Giovanni Barucco

    11/04/2012 at 13:45

    Non ha avuto coraggio di affrontare il tempo che passa e ha dato la colpa a facebook.

  2. Avatar

    Francesco

    11/04/2012 at 17:34

    Mi trovo perfettamente d’accordo con le sue parole. Anch’io sono fuggito presto dalla trappola del social network, ancora ai tempi degli “amici” su myspace. Sfruttando una frase di un altro grande del rock italiano, con i social network “dentro è triste, starne fuori è una prigione”.
    Beh, per me ha ragione Pierpaolo, meglio in “prigione” ma fuori nella vita vera.

  3. Avatar

    alessandro

    11/04/2012 at 21:46

    chiunque è o sia stato su facebook sa di quanto siano vere le parole di Capovilla.I social network hanno cambiato abitudini e atteggiamenti nel mondo reale.Nn è un bene

  4. Avatar

    Dario

    12/04/2012 at 18:08

    Ha me ha sinceramente rotto il cazzo il suo essere un “profeta” degli anni 2000. L’ultimo disco del teatro fa pure cagare anche per colpa del suo essere profeta.

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