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Interviste

Un campo minato di emozioni: Michelangelo Vood si racconta

Se potessimo definire in due parole il 2020, non ci sarebbero dubbi: un campo minato. Non due parole casuali, bensì il nuovo singolo di Michelangelo Vood, uscito il il 14 dicembre, una canzone figlia del primo lockdown in un clima di incertezza. 

Michelangelo Paolino, classe 1991, cresciuto in Basilicata, nella sua adolescenza prende parte ad un gruppo punk-rock, segnando così l’inizio del suo percorso musicale. Una volta trasferito a Milano, riprende a scrivere, ma con una penna ben diversa dalla precedente. Nel 2019 pubblica il primo singolo, “Ruggine”. Dato un buon riscontro da parte del pubblico milanese, viene invitato come opening act dei concerti di Angelica. A seguire Vood lancia il suo secondo singolo “Van Gogh”, così da guadagnarsi la copertina di Nuovo Indie su Spotify. L’ultimo singolo del 2019, “Paris”, anticipa l’uscita del suo primo EP, “Rio Nero”. Per la produzione dei propri pezzi Michelangelo, si circonda dei suoi collaboratori più fidati. 

Per l’artista il 2020 è stato l’anno in cui ha avuto anche la possibilità di partecipare al nuovo talent, interamente digital, DREAM HIT, progetto di DOOM Entertainment in collaborazione con Intesa Sanpaolo. Si può dire che per Michelangelo Vood, il 2020, è stato un anno ricco di occasioni di riscatto dopo momenti di paura e sconforto, è stato motivo di crescita personale e artistica, senza togliere la voglia di andare avanti contro ogni difficoltà. Abbiamo voluto scambiare qualche parola con lui riguardo al suo percorso artistico.

Ciao Michelangelo, da poco è uscito il tuo singolo Campo Minato. Parlacene un po’.
È una canzone a cui tengo molto, è nata in primavera, durante il primo lockdown. È stato un momento durissimo da un lato, ma dal punto di vista artistico invece è stato un periodo piuttosto fertile. Ho provato a concentrarmi sulle sensazioni che percepivo in quel momento e riflettendo su di esse mi sono reso conto che fondamentalmente quella sensazione di attraversare un campo minato non mi era poi così nuova, ma era una sensazione che la mia generazione conosceva già molto bene. Siamo condannati a vivere nella precarietà, nel disequilibrio, ma ormai sappiamo come muoverci anche così. Abbiamo imparato a convivere con la paura di sbagliare, abbiamo imparato a volare sopra le mine, come dico nella canzone.

In campo minato si percepisce una sensazione molto forte di solitudine. Come te la vivi quando prende il sopravvento?
Non ho paura della solitudine, ho trascorso molti anni della mia adolescenza da solo. Trovo che da soli si ha modo di concentrarsi sulla propria interiorità, di conoscersi meglio, di scavare nella propria anima per capire chi si è veramente e cosa vogliamo lasciare quando ce ne saremo andati. Oltretutto scrivo soltanto quando sono da solo, ho bisogno di trovare un equilibrio dentro di me. Poi lo rompo di proposito per vedere se in quella crepa si nasconde una canzone.

Come mai la scelta del nome d’arte Vood?
È il cognome di mia mamma, ho scelto di dedicare a lei questo percorso artistico. È stata lei a trasmettermi la passione per l’arte. Mi piaceva anche il fatto che in qualche modo richiamasse la parola inglese “wood”, che invece rispecchia il posto da cui arrivo, la Basilicata. Sono cresciuto in montagna, immerso nella natura.

A novembre hai partecipato al nuovo talent sui social Dream Hit. Quanto ha influito questa scelta nella tua crescita artistica?
È stata una bellissima esperienza. Solitamente non sono molto incline a questi meccanismi competitivi legati all’arte, ma in questo caso si è trattato di un’opportunità giunta in un momento particolare. Non avrei potuto lavorare a nuova musica, mentre grazie a Dream Hit ho potuto farlo, tra l’altro col supporto di grandi professionisti e persone gentili.

Nelle tue canzoni si nota un’influenza artistica britpop, ma anche parte del cantautorato italiano. Quali sono gli artisti ai quali ti sei ispirato? Quali, invece, hanno fatto parte della tua crescita personale? 
In adolescenza suonavo punk rock, ho ascoltato a lungo band come Green Day, Blink 182 e Sum41 anche se non si direbbe guardandomi oggi. Crescendo, mi sono innamorato della musica inglese, dai The Beatles in giù, quindi Oasis, Coldplay, Buckley, e al tempo stesso ho approfondito i grandi cantautori del nostro paese, come Battisti, Dalla, Baglioni. Non mi sono mai ispirato ad un artista in particolare, l’obbiettivo che mi pongo ogni volta che canto è trasmettere qualcosa. Nella mia visione dell’arte conta prima di tutto l’emozione.

Immagino che in questo percorso tu sia accompagnato da collaboratori. Parlaci di loro. Sei soddisfatto della tua scelta?
Lavoro tutti i giorni a stretto contatto con amici e collaboratori incredibili. Sono la mia forza nei tanti momenti di down a cui un artista emergente va incontro. Credo che per come funziona oggi il mondo della musica, sia di vitale importanza il gioco di squadra per provare ad emergere. A Milano, dove vivo da qualche anno, ci sono tantissimi talenti in campi diversi che quando si incontrano possono dar vita a una quantità di bellezza sconvolgente. Lasciami ringraziare tutti i miei collaboratori perché senza di loro avrei fatto ben poco.

Questestate è uscito il tuo primo EP. Immagino una scelta non facile visto il periodo piuttosto buio per la musica. Hai ottenuto un riscontro positivo da parte del pubblico? Era quello che ti aspettavi?
È vero, non è stato facile, ma ci tenevo ad uscire quest’anno perché il mio ultimo singolo “Paris” era datato novembre 2019. Non volevo far passare troppo tempo anche perché le canzoni erano pronte da un po’. Con qualche mese di ritardo alla fine “Rio nero” è uscito a giugno 2020. È il mio primo EP e ne vado molto orgoglioso. È completamente autoprodotto e per me rappresenta la chiusura di un cerchio iniziato col mio primo singolo “Ruggine”. Tra l’altro mi reputo molto fortunato perché, a differenza di tanti altri artisti, ho avuto modo di suonarlo dal vivo quest’estate in una data unica proprio nel luogo che dà il titolo al disco, casa mia (Rionero in Vulture). È stato stupendo.

Pensando ad un periodo migliore per la musica e per voi artisti, cosa ci sarà nel tuo futuro? Hai voglia di svelarci qualcosa?
Ho tanta nuova musica che vorrei farvi ascoltare, spero che il 2021 la aiuti a schiudersi e a diventare di tutti. Da un lato il 2020 mi ha fatto sentire insignificante, ma dall’altro mi ha fatto capire ancora di più che le persone hanno voglia di emozionarsi, hanno voglia di abbracciarsi e cantare le canzoni ai concerti. Spero che la mia musica possa far compagnia a qualcuno e a farlo sentire meno solo nei momenti di difficoltà. Penso fermamente che la musica debba essere una presenza fissa nella vita delle persone, aiuta tutti a stare meglio con se stessi e di conseguenza con gli altri.

Elvira Cerri

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