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Interviste

Mistero e rivoluzione con i P L Z: l’intervista

Hanno il volto coperto da maschere di lattice e un’aria spettrale, suscitano suspence e fanno musica techno-pop disordinata che cantano e suonano. Ascoltandola puoi solo immaginare di stare al centro di un palco, con luci al led sparate e la musica che ti fa muovere al ritmo del beat come se stessi in discoteca.  

Sono i P L Z, (si legge please), un duo misterioso apparso sulla scena musicale nel 2020. È passato poco più di un mese da quando il 22 ottobre scorso hanno pubblicato il loro primo album dal titolo MEGA per Costello’s Records, dopo averlo presentato in anteprima su Rumore.

Tutto l’album è avvolto da un certo senso di rivoluzione, una libertà che va urlata dopo tutte le restrizioni vissute e il duo ci fa capire come alla fine anche un bacio diventa un atto di rivoluzione. Secoli è una speranza tagliata dal riconoscere che il cambiamento non può essere interiore e ci suggerisce di non cancellare mai i numeri di telefono. Pur passando il tempo, noi rimaniamo sempre gli stessi, infatti possono anche cambiare gli uomini, le divinità e i modelli dei telefoni, ma noi no.

Nell’EP ci sono anche tre featuring: M E G A ft. Whitemary, producer e songwriter tra le più in vista della nuova scena italiana. È la titletrack, una canzone senza strofa-ritornello che diventa così un vero e proprio mantra che si ripete vorticosamente. PRESI BENE, scritta e prodotta con Treega, è un tributo del duo alla club culture e all’edonismo come cura per l’ansia, i rumori della gente, la noia di vivere. Propone a tutti di perdere il controllo, soprattutto quando ci era vietato di uscire e la noia era tantissima.  FUORI SUBITO è scritta e prodotta con Exwyfe. L’album termina con GLI OCCHI DEL PRESIDENTE in cui riguardano la loro strada percorsa. 

I P L Z sono uno spettro che si aggira per la scena indipendente italiana. Noi di Futura 1993 abbiamo fatto un po’ di domande ai P L Z per scoprire qualcosa in più su di loro. Buona lettura!

Ciao ragazzi, come state? Vi va di presentarvi per le persone che ancora non vi conoscono?
Ciao, qui tutto bene. Certo. Siamo P L Z, si legge please e si scrive con le maiuscole staccate. Se no non ci trovate su Spotify.

Come mai avete scelto il nome P L Z per la vostra band?
Non l’abbiamo scelto. È lui che ci si è rivelato come in un sogno premonitore. Ci è piaciuto subito, perché ha un suono gentile e tagliente insieme. E perché è apparentemente impronunciabile. 

Da dove nasce la scelta di non mostrare il volto e perché?
Perché la nostra versione umana lascia a desiderare. L’atterraggio su Milano ci ha sfigurato. Abbiamo l’anima segnata. Il lattice ci tiene ancora insieme i connotati. 

Raccontateci un po’ la vostra carriera, quando avete capito che la musica sarebbe stata non solo una passione, ma anche un lavoro?
In realtà abbiamo suonato in progetti diversi in passato, anche mettendoci la faccia. Poi abbiamo capito che avevamo bisogno di sparire e reinventarci. Lo abbiamo fatto insieme, perché siamo in fondo complementari per carattere e modo di scrivere e vivere la musica. Passione e lavoro, istinto e metodo sono per noi due facce della stessa medaglia.

Lo scorso anno in prossimità del periodo natalizio avete pubblicato la cover di Noi Come Voi di Lucio Dalla, assieme a un servizio fotografico esclusivo, ispirato al bed in di John Lennon e Yoko Ono. Da dove è nata l’idea di risuonare e riarrangiare Noi Come Voi?
È uno di quei pezzi che ti porti dietro dall’infanzia e che prima o poi sai che vorrai risuonare e fare tuo. Parla di incontri casuali fra persone che si sono perse. In un certo senso era inevitabile immedesimarsi. Riarrangiarlo è stato divertente e liberatorio. 

È da poco uscito il vostro nuovo album MEGA. Come lo descrivereste?
Un greatest hits. Un romanzo sentimentale e di formazione, solo più rapido da “leggere”. 

Cosa ha ispirato MEGA?
L’amore.

Come nascono le vostre sonorità?
Dall’amore per synth, sinusoidi, suoni suonati e riprocessati fino a renderli irriconoscibili. E dal tempo che serve per mettere a fuoco struttura e racconto. E di tempo ce ne vuole tanto. Anche perché di solito lavoriamo per sedute sporadiche, lunghe giornate che finiscono con uno di noi a smanettare su una cassa e l’altro a sognare quella cassa sul divanetto

Milano D’Agosto è una richiesta di aiuto per essere salvati da sé stessi e dalle proprie paranoie. Cosa vi ha spinto a scriverlo? Quali sono i vostri incubi più frequenti? Che rapporto avete con Milano?
Milano ci ha sfigurato la faccia, ma le vogliamo bene lo stesso. È una perfetta gabbia dorata. Ti sembra di potere fare tutto a Milano, mentre non stai facendo assolutamente nulla. Adoriamo questa pazza città. Parlando di incubi: il più ricorrente è quello in cui riviviamo sempre lo stesso giorno. Tipo giorno della marmotta. 

Secoli ci suggerisce di non cancellare mai i numeri di telefono, avete scritto il brano basandovi sulle vostre esperienze?
Abbiamo scritto il pezzo pensando alle nostre rubriche piene di nomi che boh: non sai né chi, né dove, né quando o perché, ma hai sempre il timore che se lo cancelli ti perdi un pezzo o chiudi una porta che era meglio lasciare aperta. E invece a volte sarebbe anche utile chiuderle queste porte, che se no fa corrente e ti deconcentri o ammali. Ma quando stai per farlo, qualcuno entra proprio da lì e non sai resistere. È una canzone sul non saper resistere alle porte del passato che ogni tanto si riaprono.

Adesso che stanno riprendendo i live, avete pensato di portare in giro la vostra musica?
Ci abbiamo pensato, certo, e lo faremo. Stiamo scaldando i motori della navicella spaziale.

di Veronica Piri

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