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Interviste

“La sindrome del giorno dopo”: TOTA e la necessità della malinconia

Una storia nata quasi per caso lega Tota alla musica: dalle prime strimpellate in casa con gli amici, nella sua città universitaria, fino al giorno in cui riceve una telefonata importante. In pochissimo tempo passa, dalla cameretta, ad aprire il live di Galeffi a Milano, canta prima di Gazzelle, Carl Brave e Franco 126 in un Festival umbro. Nel 2019 esce il suo primo album in studio: Senzacera, per Grifo Dischi. Dopo la pubblicazione di alcuni singoli – tra cui Gli Anni Che Ho e Saggio Breve – il 6 marzo è uscito il suo nuovo EP, La Sindrome Del Giorno Dopo.

Tra le parole delle sue canzoni, ritorna qualche riferimento nostalgico all’infanzia, e una malinconia che filtra gli anni di passaggio dall’età universitaria ai trent’anni. La penna di Tommaso è mossa dall’esigenza di dare una nuova voce ai suoi pensieri: mettere le parole in rima diventa quasi un’operazione catartica, in una rivalutazione della tristezza e della malinconia. Si approccia alla musica in punta di piedi, con spontaneità e naturalezza, la stessa con cui questa avventura è iniziata. In una visione quasi disillusa, racconta quello che ha davanti a sé con occhi maturi, e i suoi testi si caricano di parole sincere, ma sempre ben scelte e ponderate:

Abbiamo un po’ dimenticato il male / solo per capire che alla fine no / non era neanche così male / e non è vero che se non ci pensi, non ci pensi.”

Nei giorni che hanno preceduto l’uscita dell’EP, abbiamo fatto una chiacchierata direttamente con lui, per scoprire qualcosa di più delle sue canzoni e di questa storia speciale con la musica.

In una vecchia intervista dicevi di vederti, in futuro, con la laurea magistrale e un lavoro diverso dalla musica. Sono passati due anni da quelle parole, in mezzo ci sono stati, tra le altre cose, il tuo primo album e il nuovo EP. Hai cambiato idea sul tuo futuro professionale?
Secondo me, la cosa che spinge me stesso in maniera maggiore verso la musica, il comporre musica, lo scrivere testi continuamente, è proprio il fatto di vivere la musica come non fosse un vero e proprio lavoro. Continuo a vederla come il primo giorno in cui ho iniziato, senza niente, senza palchi, senza tutte le conoscenze in più che ora sento di avere rispetto ad allora. Questa cosa mi fa sentire completamente sincero in ogni cosa che scrivo e faccio, sincero almeno con me stesso, poi le cose possono piacere o non piacere, ma io so che prendo un foglio e una penna solamente quando ne ho realmente bisogno, e non in base a desideri commerciali di terzi o necessità di fare uscire per forza qualcosa. In realtà in una vecchia intervista, forse mi sono espresso male, ma intendevo che per come sono fatto, con la mia continua aspettativa di non avere aspettative, mi vedevo sicuramente con la musica come una parte fondamentale della mia vita, ma insieme ad altre cose come il lavorare per quello che ho studiato, anche perché vivere solo di musica adesso è parecchio difficile. Però devo dire che il futuro si sta rivelando clemente, la laurea l’ho raggiunta, ho iniziato a lavorare e continuo a scrivere canzoni in camera mia con la chitarra. Il mio futuro professionale non lo conosco, ma devo dire che non conosco nessun futuro di ogni tipo che può riguardare me stesso. Chi crede di sapere il proprio futuro mi rende sempre un po’ dubbioso, ecco.

La tua storia con la musica è nata un po’ per caso e forse per gioco. Quando ti trovavi a strimpellare in casa con i tuoi coinquilini forse difficilmente pensavi di poter arrivare a questo punto. Cosa dicono i tuoi amici di questa avventura con la musica? Hanno visto insieme a te il tuo sogno nascere e prendere forma, ti supportano?
Non pensavo minimamente di arrivare a questo punto, non pensavo di avere né i mezzi né le capacità, e spesso non lo penso tuttora. I miei amici sono contenti di quello che ho raggiunto (anche se devo dire di non aver raggiunto proprio un bel niente in realtà, c’è sempre molto da fare). La cosa più bella è che le persone che mi stanno accanto continuano a vedermi come la stessa persona che strimpellava anni fa a Bologna. Ho pochi amici, e i pochi che ho mi piacciono perché mi fanno sentire così.

Dalle prime canzoni suonate in camera ai veri live. Hai aperto anche date importanti di artisti ben affermati. Come ti sei sentito la prima volta su un palco?
Come mi sono sentito la prima volta? Direi più che altro come mi sento TUTTE le volte. Prima di salire sul palco sono ingestibile, ho bisogno di stare da solo, l’ansia mi mangia vivo e se potessi correrei dritto a casa. La cosa che mi strattona di più è il bisogno di fare bene, di non fare brutte figure e rendere rispetto alla musica, per quando posso. Il problema è che mi sento tutt’altro che perfetto, ed è così che un mio pre-concerto diventa una lotta a mani nude con le mie viscere. Forse un po’ cruda, ma spero di rendere abbastanza l’idea.

Oggi invece come vivi i live?
Sui live ho già un po’ anticipato nella domanda precedente, poi devo dire che appena salgo sul palco e parte la musica mi diverto, cerco di cantare al meglio e di parlare con il pubblico il più possibile, mi piace. Il problema è che appena finisce il concerto ritorno ingestibile e comincio a chiedere a tutti “Allora com’è andata? Ho stonato? Cantato benino?”, e ritorno di nuovo a fare a botte con me stesso.

“Ricordi da bambino disegnavi il sole giallo / E le casette con le facce, i baci in bagno all’intervallo”. Nei tuoi testi torna spesso uno sguardo nostalgico verso l’infanzia. Cosa prenderesti in prestito dalla tua infanzia?
Dalla mia infanzia prenderei in prestito solo la spensieratezza in realtà, ma sono dell’idea che si cresca per migliorare e conoscere se stessi, sia con le esperienze belle che soprattutto con quelle brutte e tristi. Quindi non so in realtà se prenderei in prestito qualcosa, anzi, alcune cose della mia infanzia sono stato felice di aver capito che non facevano parte del vero me stesso, che poi quale sia il vero me stesso forse non lo capirò mai.

“Sono ancora in piedi / ma non li porto bene / gli anni che ho”. A 18-19 anni, dopo la maturità – forse il momento in cui più di tutti ci pensiamo grandi e ci troviamo a fare scelte decisive per il futuro – mentre ti iscrivevi all’università e immaginavi i tuoi anni dopo gli studi, come ti vedevi? Diresti qualcosa al Tommaso di qualche anno fa?
Infatti ovviamente sono stato uno di quelli che ha sbagliato scelta dell’università a 18 anni, ho cambiato facoltà dopo i primi 2 anni, Ma anche qui, come sopra, se non avessi fatto un determinato percorso o determinate scelte adesso non sarei qui, con i miei pensieri, i miei interessi, e senza alcune persone che ho incontrato nel tragitto e che sono state fondamentali per fare di me quello che sto diventando ogni giorno.

“È un altro testo triste, ma altrimenti non so scrivere / la penna ormai si muove solo quando inizio a vivere / le lettere si prendono per mano quando un po’ smetto di ridere”. Il connubio arte – sofferenza è cosa nota; ma, in questi tre versi, leghi la tristezza anche al momento in cui davvero inizi a vivere. Penso che la sofferenza abbia l’effetto di amplificare le cose, fungendo, spesso, da lente di ingrandimento: ci capita di ricordare più intensamente i momenti nei quali abbiamo sofferto di più. Applichiamo, a volte, una scala di questo tipo anche all’amore: le storie che ci hanno fatto soffrire di più, le ricordiamo come le più intense, quelle in cui il sentimento è stato più profondo, anche se non è detto sia stato davvero così. Sei d’accordo? Che ruolo ha la tristezza nella tua vita, e quanto riesce ad essere sanatoria la musica?
La tristezza nella mia vita è fondamentale, anche se la chiamerei più malinconia. In quella determinata frase della canzone parlo in modo specifico della funzione che ha la scrittura per me, arrivando a figurare le lettere come vere e proprie entità che ballano e si tengono le mani quando prendo la penna e inizio a scrivere. Non so esattamente cosa sia la sofferenza, l’unica cosa che penso è che questa sia davvero importante per noi, e soprattutto credo sia impossibile da evitare, per tutti, e per fortuna. La sofferenza ci spinge a trovare in noi o negli altri qualcosa di diverso da ciò in cui abbiamo sempre creduto, così come le storie d’amore che non finiscono bene, probabilmente si arriveranno a provare sentimenti ancora più profondi in futuro con altre persone, ma quello che secondo me portano quelle storie è proprio l’insegnamento, l’imparare sulla tua pelle come funzionano determinate cose, soprattutto dentro te stesso.

Hai vissuto qualche anno a Bologna, dove sono nate alcune delle tue canzoni. Che rapporto hai con questa città? Ti piacerebbe tornare per un live?
Bologna è la mia città del cuore, il posto in cui ho iniziato davvero e in modo profondo a conoscere la parte più nascosta di me stesso, per poi iniziare a capire che più una parte è nascosta e più si avvicina all’essenza di quello che sei veramente, o di quello che vorresti essere. A Bologna ho vissuto delle emozioni altalenanti e forti allo stesso tempo, e questo creava un risultato così intenso che ora, guardandomi indietro, riesco a vedere un po’ più chiaramente. Bologna ha sicuramente forgiato in maniera indelebile una buona parte della mia anima, e ovviamente spero di tornarci live il prima possibile.

A proposito di live, quindi, ti saluto chiedendoti: porterai in giro le tue canzoni per le città d’Italia? Cosa dobbiamo aspettarci da Tota nei prossimi mesi?
Stiamo chiudendo alcune date e alcune sono già chiuse, sicuramente torneremo sui palchi con una band nuova e più completa, e soprattutto con le nuove canzoni. A breve sul mio profilo Instagram tutte le date, dateci un’occhiata ogni tanto se volete.

Grazie per la bellissima intervista, a presto!

Chiara Grauso

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