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Intervista ai TARANTOLA: dal Salento alla Giamaica, un viaggio chiamato “One Blood”

Da qualche settimana è disponibile su store e piattaforme di streaming One Blood, nuovo album dei Tarantola, una raccolta di brani che si pregiano della partecipazione di talentuosi musicisti del calibro di Daddy Freddy, Awa Fall, Papa Leu, Manlio Calafrocampano e Scaraman, Sabaman e Brass Brothers che conferiscono al progetto un respiro internazionale. Un incontro di stili, londinesi, giamaicani e del Sud Italia, che nell’album si mischiano per celebrare la diversità culturale, l’unità e la connessione umana.

Migrazione,  resilienza e orgoglio culturale sono solo alcuni dei temi trattati nei testi. In One Blood i Tarantola esplorano, inoltre, diversi stili dal Reggae Roots al Dub, dalla Dancehall al Modern Reggae, dal Soul alla Taranta. 

Per l’occasione abbiamo inviato a Mauro Lacandia, cantante e fondatore del progetto, qualche domanda su alcuni dei brani che compongono l’album che a parer nostro sono i più significativi e rappresentativi dell’intero progetto.

La tracklist apre con “Original Terron”, sonorità reggae e dancehall ed un testo cantato in inglese e dialetto salentino, vuoi raccontarci cosa rappresenta questo brano per te?
Un inno all’orgoglio meridionale. Questo brano nasce dal desiderio di ribaltare uno stereotipo e trasformarlo in potenza. “Terrone” qui non è insulto, ma titolo di chi ha resistito, amato la propria terra e camminato a testa alta ovunque. È ironico, energico, e pieno di rivendicazione.

Capufriska” è un brano che si pregia dell’intervento di Sabaman al quale si uniscono Papa Leu e la Brass Brothers, un’ orecchiabile traccia reggae roots che cattura l’essenza dell’estate in Salentoqual è il significato del titolo?
Il pezzo più giocoso e solare tra le mie produzioni. “Capufriska” è una parola che evoca la leggerezza estiva, le danze in piazza, i profumi del Salento. È reggae che abbraccia il dialetto, è tradizione che flirta col presente. Ogni volta che lo canto, torno bambino.

“Anche io sono migrante” invece ci riporta con i piedi per terra, una canzone che racconta le esperienze di chi vive lontano dalla propria terra d’origine. Un testo che esprime dolore e sofferenza, vuoi parlarci di questa traccia.
Questa canzone è un grido collettivo, nato da una ferita ma cantato con orgoglio. Racconta il vissuto di chi è partito e di chi ha dovuto lottare ogni giorno per ottenere qualcosa, ma anche di chi ha scelto di restare umano, nonostante tutto. È uno dei brani più politici e viscerali che ho scritto.

One Blood è la traccia che dà il titolo all’album ed è presente nella tracklist anche nella versione dub, qual è  il messaggio racchiuso in questo brano?
La title track del nostro album. È un manifesto: ogni persona, ogni cultura, ogni esperienza trova spazio in questa canzone. “One Blood” è una dichiarazione di fratellanza universale, nata da incontri veri, da strade percorse insieme a musicisti di ogni provenienza.

You Got The Hope  parla di forza interiore e di speranza, è una sorta di inno motivazionale?

Un brano nato per ricordare che, anche nei momenti più bui, dentro ognuno di noi esiste una scintilla di speranza. “You Got The Hope” mescola il calore del reggae con un messaggio di resilienza universale. È un incoraggiamento: per me, per chi ascolta, per chi ha bisogno di ritrovare la forza di crederci ancora.

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