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Interviste

Intervista ai Non Voglio Che Clara, dal rock allo spleen

di Thanks For Choosing

Segue un’intervista con Fabio De Min, tra le menti e paroliere dei Non Voglio Che Clara (nome che è un riferimento a Daniel Pennac), band di Belluno che è stata un punto di riferimento di un’intera generazione, che si sarà sentita sollevata e seguita dalla pubblicazione del nuovo album dal titolo Superspleen vol. 1, a cui seguirà probabilmente un volume due. Buona lettura!

Ciao Marcello, è un piacere sapervi di ritorno. A questo Superspleen vol.1 immagino seguirà anche un volume due. Quando sarà? È già pronto? Come mai la scelta di dividerli?
Ciao, grazie. In realtà non ci siamo prefissati un progetto discografico, né abbiamo pensato a un concept più ampio di una semplice raccolta di pezzi, tra quelli che abbiamo scritto e provato in questi anni. Il vol. 1 è più per noi una tappa per definire un percorso di scrittura e allo stesso tempo un promemoria di non lasciare nel cassetto gli altri brani che non abbiamo scelto per primi.
Potrebbe essere che completeremo il vol. 2 prima del previsto, dato il periodo: abbiamo già ripreso a scambiarci idee e sessioni di registrazione a distanza.

In questo disco, ci sono degli echi che sembrano derivare dai Baustelle. Sbaglio?
Sì, forse sbagli (ammesso che si sbagli a percepire dei riferimenti, ognuno secondo i propri ascolti).
Di sicuro questi pezzi hanno una veste pop più smaccata, cosa che in qualche modo potrebbe ricondurre alla scrittura di alcuni episodi dei Baustelle, ma nella lavorazione del disco hanno fatto molta più eco altri ascolti, anche distanti tra loro, per dire: gli XTC e Kendrick Lamar.

Nel tempo, sembra essersi affievolita anche la vostra componente rock. Giusto?
Se intendi dire che stiamo usando più synth che fuzz, allora è giusto. Però c’è anche da dire che suoniamo molto più insieme come band, e nonostante non ci sia più la piega noise che avevano preso alcuni pezzi nel tour di Dei Cani, il live mi sembra più rock di prima.

Sappiamo tutti come stanno andando le cose, ma sarebbe stato bello vedervi suonare dal vivo qualcosa di nuovo, e sarà bellissimo quando accadrà. Potete già anticiparci qualcosa?
Stiamo aspettando di capire assieme ai promoter e a Dischi Sotterranei, l’etichetta di cui siamo entrati a far parte con questo disco, come riprogrammare le date e quando sarà opportuno farlo. Era molto che aspettavamo di ritornare sui palchi e ovviamente non vediamo l’ora che succeda.

Cos’è cambiato rispetto agli esordi nel panorama musicale italiano? E cosa invece è rimasto uguale? Qualche rimpianto dal passato? È vero che si fanno dischi solo per andare in tour?
Negli ultimi due decenni è cambiato quasi tutto dal punto di vista discografico e di fruizione della musica – naturalmente su scala globale, non solo italiana. Non so immaginare se i dischi continueranno ad esistere nella forma che abbiamo conosciuto fino a qui, o se la rete porterà un modo radicalmente nuovo di fruire della musica, più di quanto non abbia già fatto o non stia facendo proprio in questi giorni. Certo è che finché si fanno dischi, trovo che abbia poco senso farcirli di riempitivi, solo per poter stare al passo. La corsa ai numeri virtuali, una certa infallibilità richiesta ad ogni singola uscita discografica, più che generare rimpianti del passato, sono preoccupazioni che non vorremmo influissero sulla musica che si produce.

Come state passando questa quarantena?
Ci siamo messi al lavoro sui brani del nuovo disco e abbiamo lavorato alla riedizione di Non voglio che Clara, il nostro secondo disco. Uscirà intanto sulle piattaforme digitali il 10 aprile, speriamo possa tenere un po’ di compagnia a chi ci segue ed è costretto a casa.

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