Dopo tre anni vissuti a velocità folle tra tour europei e due dischi fulminanti, i Leatherette hanno sentito il bisogno di fermare le macchine. Non per arrendersi, ma per guardarsi dentro.
Il risultato di questa sospensione è “Ritmo Lento”, un album coraggioso che per la prima volta mette a nudo la parte più vulnerabile e cinematografica della band bolognese, senza però spegnere l’incendio post-punk che li ha resi celebri oltreconfine.
Dai palchi di Eurosonic alle lodi di Iggy Pop, i Leatherette hanno imparato che la vera coerenza artistica non sta nel ripetere una formula, ma nel saper gestire i silenzi tanto quanto le distorsioni. In questa intervista ci raccontano la genesi di un disco “Yin e Yang”, l’evoluzione del sax come voce emotiva e quella necessità tutta punk di restare onesti con se stessi, anche quando il mondo intorno corre troppo veloce.
1. “Ritmo Lento” nasce da una pausa dopo anni di tour. È stato un rallentamento scelto o imposto? E cosa avete scoperto di voi stessi in quel vuoto?
È stato un rallentamento naturale, dovuto al fatto che, avendo pubblicato i primi due dischi molto ravvicinati, stavamo suonando quasi ininterrottamente da circa tre anni. Dopo tutto questo tempo vissuto in movimento costante abbiamo iniziato a sentire che stavamo andando un po’ per inerzia ed eravamo tutti abbastanza stressati. In quel breve “vuoto” ci siamo ricavati uno spazio per confrontarci con le nostre fragilità, con la noia, con il silenzio. Abbiamo finalmente fatto pace con il fatto che possiamo non essere sempre la band post-punk esplosiva, nervosa e caotica: c’è una parte più vulnerabile, più riflessiva, che non avevamo ancora messo a fuoco, e che anzi stava un po’ soccombendo in quello strano mix di entropia e ripetitività tipico del suonare in giro. “Ritmo Lento” nasce proprio da questo bisogno di concedersi un momento per confrontarsi ed essere sinceri con sé stessi.
2. L’album è diviso quasi matematicamente: sei tracce adrenaliniche e sei più oniriche. È stato difficile far convivere queste due anime o le considerate semplicemente due facce necessarie della stessa medaglia?
In realtà non è stata una scelta programmatica all’inizio. Scrivendo ci siamo accorti che i brani si muovevano naturalmente in due direzioni: una più fisica, nervosa, istintiva, e un’altra più atmosferica e sospesa. Per far convivere queste due nature abbiamo fatto un lavoro importante in fase di arrangiamento e produzione, perché c’era il rischio di creare dei mostri. Ma alla fine, più di ogni altra cosa abbiamo cercato di seguire l’intuito e non forzare niente. D’altronde, non c’è realmente conflitto secondo noi tra queste due forze; sono archetipi, Yin e Yang. Proprio per questo il disco le tiene insieme senza cercare necessariamente di unirle o di metterle in contrasto.
3. C’è un brano di “Ritmo Lento” che rappresenta meglio il vostro cambiamento rispetto a “Fiesta” e “Small Talk”?
Probabilmente i brani più rarefatti come “New Bay”, “Ritmo Lento”, “Situationship” sono il cambiamento più evidente. Non che in passato non avessimo esplorato questo lato quasi cinematografico (Fiesta, No Way, Mixed Waste, Play, Lips), ma forse questa volta eravamo più pronti per accoglierlo nel nostro sound senza timore e senza farci venire la sindrome dell’impostore. Poi ovviamente c’è ancora l’urgenza di sempre, ma questo disco è intenzionalmente costruito in modo più stratificato, meno frontale. Anche nella scrittura abbiamo deciso di non inseguire per forza la razionalità e la pretesa narrativa, lasciando più spazio alle immagini e alle emozioni.
4. In questo disco abbandonate in parte le radici dichiaratamente punk, pur mantenendone l’attitudine. Cosa significa per voi oggi “punk”?
Il punk e il post-punk sono tornati di moda da un po’ di tempo e di questo non ci lamentiamo. Ma forse più che un genere musicale o un sound specifico, quello che risuona con noi e con tante altre band contemporanee è l’urgenza di essere onesti, anche quando è scomodo. Non cercare la soluzione più facile, non compiacere, non anestetizzarsi. Si può rallentare, sperimentare, e restare comunque “punk” se quello che stai facendo è necessario e sincero. In questo senso siamo soddisfatti di “Ritmo Lento” proprio perché non abbiamo cercato di replicare una formula: abbiamo fatto quello che ci sembrava giusto e spontaneo in quel momento, senza preoccuparci troppo delle etichette.
5. Il sax ha un ruolo sempre più centrale: in “Panic Attack” sembra esplodere, in altri brani si fa più atmosferico. Come si è evoluto il ruolo del sax in questo “ritmo lento”?
All’inizio il sax era quasi un elemento di disturbo; da fanatici della no wave, ci piaceva interpretarlo quasi come un’intonarumori, forse anche per non banalizzarlo. In questo disco, anche vista la maggiore cura negli arrangiamenti, abbiamo sentito che era pronto per prendere più spazio e diventare una seconda voce, un veicolo emotivo. È sicuramente molto più dinamico e integrato rispetto al passato. Col tempo abbiamo capito che se si urla sempre, poi è come se non si urlasse mai. Ma in realtà è un discorso che vale per tutto il suono del disco: ad esempio siamo molto soddisfatti di come sono state arrangiate e registrate le batterie, meno esplosive che in passato ma molto caratterizzate nel suono ed essenziali nella composizione.

6. Avete calcato palchi come Eurosonic e The Great Escape. Cosa portate di quell’esperienza internazionale?
Questi showcase internazionali sono contesti particolari, molto concentrati e veloci. Ci hanno dato visibilità e fatto incontrare persone nuove, ma quello che ci ha formato davvero sono stati i tre tour europei degli ultimi anni. Suonare tanto fuori dall’Italia, sera dopo sera, in club più o meno piccoli e davanti a pubblici diversi: è lì che ti metti alla prova, capisci cosa funziona e cosa puoi migliorare.
7. Il supporto di Iggy Pop è stato solo un riconoscimento simbolico o ha avuto un impatto concreto sul vostro percorso?
È stato un riconoscimento simbolico (nel senso che non ci ha ancora proposto un featuring…) che però ha avuto un peso concreto. Una sorta di legittimazione dall’alto che soprattutto all’estero conta molto. Ci ha fatto capire che quello che stavamo facendo poteva avere una risonanza più ampia di quanto pensassimo. Allo stesso tempo non abbiamo mai dormito sugli allori, non crediamo nelle scorciatoie, e sappiamo che quel tipo di supporto funziona solo se continui a costruire qualcosa di solido.
8. Che tipo di esperienza sarà il tour di “Ritmo Lento”? Il live amplificherà la parte più adrenalinica del disco o metterà in risalto anche i momenti più sospesi e introspettivi?
Il live è proprio il luogo in cui queste due anime si possono scontrare e fondere nel modo più sincero e spontaneo. L’energia non può ovviamente mancare, suonare per noi è anche un modo per sfogarci e quando siamo sul palco l’adrenalina tende naturalmente ad amplificarsi. Però stavolta abbiamo lavorato molto sulle dinamiche, sui silenzi, sulle pause. Vogliamo che anche i momenti più introspettivi abbiano il loro peso e non siano solo parentesi. Alla fine, quello che portiamo sul palco è un live fedele allo spirito del disco, che alterna tensione e rilascio.
Prossimi concerti
13 marzo a Viareggio (LU) al GOB
14 marzo a Colle Val d’Elsa (SI) a Sonar






























