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Interviste

Intervista agli ADA: “Sottovuoto” e il bisogno di riprendere fiato

Un disco che non consola, ma sveglia. Gli ADA tornano con SOTTOVUOTO, un album feroce e necessario che alza il volume sul disagio quotidiano, sulla stanchezza emotiva, sull’ansia costante di chi si sente fuori tempo o fuori posto. Dalle prime tracce fino al conclusivo “Finimondo”, ogni brano è un pugno nello stomaco che non cerca la catarsi, ma la consapevolezza.

Abbiamo incontrato la band per parlare di verità scomode, resistenza emotiva e di come fare rumore sia – oggi più che mai – un atto politico.

Un disco urgente, necessario. Una dichiarazione d’intenti, un affondo diretto contro l’indifferenza. Ma come si scrive – e come si canta – la rabbia? La rabbia non è una cosa che ti metti a tavolino a scrivere, se lo fai diventa finta. Per noi è una roba di pancia, è quasi fisica. Si scrive come se stessi tirando dei pugni e si canta come un grido che avevi strozzato in gola da troppo tempo. Quando sei stanco dell’apatia che vedi in giro, l’unica reazione onesta che hai è vomitare tutto fuori senza troppi filtri. Deve suonare grezza, sgraziata, perché l’aria viziata che respiriamo ci soffoca e l’unico modo per uscirne è fare più rumore possibile. 

Le cose non cambiano da sole. Eppure, a scegliere la verità è l’anti-eroe, non l’eroe. Perché? Perché l’eroe alla fine è una figura noiosa, è quello che cerca il consenso, che deve fare la cosa giusta per forza. L’anti-eroe invece è uno come noi: scombinato, pieno di difetti, che fa scelte sbagliate quasi tutte le volte. Scegliere la verità dell’anti-eroe significa ammettere che non siamo perfetti e che non abbiamo intenzione di fingere che vada tutto bene. È l’unico che può permettersi di dire le cose come stanno davvero, anche quelle scomode, perché non deve salvare nessuno, deve solo sopravvivere al proprio disordine. 

Qual è la verità più scomoda che questo album porta con sé? Che non c’è il lieto fine assicurato. Spesso la musica cerca di venderti una soluzione o una catarsi, ma la verità scomoda di questo disco è che il disastro resta lì. L’ansia è un rumore di fondo che non se ne va e a volte l’unica cosa che puoi fare è accettare di essere fragile. È un concetto fastidioso perché la gente vuole sentirsi dire che basta volerlo e tutto si risolve, invece noi diciamo chiaramente che a volte le cose vanno male e bisogna imparare a starci dentro. 

In Sottovuoto sembra che anche il respiro pesi: qual è stato il momento esatto in cui avete capito che il disco avrebbe parlato proprio di questo? Non c’è stato un momento preciso, è stata più una sensazione che è cresciuta addosso col tempo. Anni passati a sentire questa pressione, l’indifferenza generale, come se fossimo sempre in apnea. Quando abbiamo iniziato a lavorare ai pezzi ci siamo resi conto che tornavamo sempre lì, su quel senso di soffocamento, di sentirsi congelati mentre il mondo va avanti. Quando abbiamo scritto il testo di Sottovuoto è diventato palese: avevamo bisogno disperato di aria e il disco doveva essere proprio questo urlo per riprendere fiato. 

Tra Paranoia e Giornate pesanti emerge un’ansia che non esplode mai davvero, un rumore disturbante. Perché disturbare piuttosto che confortare, in un mondo così complesso? Perché il conforto spesso è solo un anestetico per tenerti buono. In un mondo così complesso, se la musica ti consola e basta rischi di addormentarti. Noi preferiamo essere un allarme. Quell’ansia che non esplode, quel ronzio fastidioso, è la realtà di tutti i giorni. Vogliamo disturbare perché magari quel fastidio ti costringe a reagire, a muoverti invece di accettare passivamente la routine. È un modo per dire: c’è un delirio totale, lo sentiamo anche noi, e non faremo finta di niente. 

Un cane (come si sente) racconta di certezze che spesso nemmeno gli esseri umani riescono a concedersi: quale domanda dovremmo porci oggi riguardo alle nostre fragilità? Dovremmo chiederci: perché facciamo tutta questa fatica ad ammettere che non stiamo bene? Il cane è l’istinto puro, non ha sovrastrutture, se gli chiedi come sta ti dice che va tutto bene perché vive il momento. Noi umani invece costruiamo castelli di bugie per nascondere le nostre crepe. La domanda vera è perché abbiamo così paura delle nostre debolezze. Se riuscissimo ad accettarle con la stessa semplicità di un animale, saremmo tutti molto più liberi. 

Nel finale di Finimondo c’è una resa: quando è il momento di “lasciar andare” se il caos continua a bruciare intorno? Quando capisci che non puoi spegnere l’incendio. C’è un momento in cui lottare per controllare tutto diventa inutile e ti consuma solo energie. Lasciar andare non vuol dire arrendersi o perdere, ma smettere di farsi definire da quel caos. Se fuori è il finimondo e le strade bruciano, tanto vale sedersi e guardarlo senza impazzire. È l’accettazione dello schifo che c’è intorno, che paradossalmente è il primo passo per riprendere il controllo su se stessi. 

Una domanda volutamente provocatoria. La musica, in qualche modo, “serve”? E se sì, a cosa serve il vostro disco? In senso pratico la musica non serve a nulla, non ti risolve i problemi. Ma serve a non sentirsi soli mentre ce li hai. Per noi questo disco serve a buttare fuori il veleno, è la nostra valvola di sfogo per sentirci vivi. E speriamo serva a chi ascolta per creare una crepa in tutta questa indifferenza. Se qualcuno mette su il disco e riesce a sentirsi meno sbagliato nel suo casino, o trova la voglia di urlare in faccia alla sfiga, allora il disco è servito a qualcosa. In fondo serve a fare rumore, che è l’unica cosa che ci resta. 

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