Emanuele Marchiori & Chiara Pomiato sono una coppia artistica, ma anche una coppia nella vita, e Decalogo dell’Amore nasce proprio da questo doppio legame. Prima ancora di essere un disco pubblico, il progetto prende forma come un’eredità pensata per i loro figli: una raccolta di canzoni scritte non per affermarsi, ma per restare.
Un lavoro che sceglie consapevolmente la lentezza e la profondità, in controtendenza rispetto ai tempi dell’industria e dell’ascolto veloce, e che racconta l’amore nella sua dimensione più adulta e quotidiana. Non l’esplosione, ma la resistenza; non il rumore, ma ciò che resta quando la festa è finita.
Decalogo dell’Amore sembra nascere da una vita già piena, non da una necessità di affermarsi. Quanto ha inciso il fatto di non dover “dimostrare” nulla nella scrittura e nelle scelte musicali?
Forse ha inciso proprio come incide il silenzio quando finalmente arriva. Scrivere questo disco non è stato un gesto di affermazione, ma di sottrazione. Non c’era un palco da conquistare, né un’urgenza da gridare: c’era una vita già in cammino, con le sue stanze abitate, le sue cicatrici discrete.
Non dover dimostrare nulla ci ha permesso di ascoltare di più, anche le esitazioni. Un po’ come certi personaggi di Paolo Conte, che arrivano quando la festa è già finita e restano seduti a osservare i bicchieri vuoti. Questo disco nasce lì: quando non devi più convincere nessuno, ma sai che ogni parola pesa di più. Perché non stai cercando consenso, stai cercando precisione.
Nel disco l’amore viene spesso raccontato come qualcosa che resiste più che come qualcosa che esplode. È una visione che arriva con il tempo o che avevate già, ma che solo ora avete saputo nominare?
Probabilmente era una visione già presente, ma senza parole. Col tempo l’amore smette di somigliare a un incendio e comincia ad assomigliare a una brace: non fa rumore, ma se la tocchi brucia ancora.
Ci siamo accorti che ciò che ci interessava non era l’attimo in cui tutto comincia, ma quello in cui tutto potrebbe finire e invece resta. Non ci interessava raccontare l’amore quando fa rumore, ma quando resta. Quando smette di brillare e comincia a chiedere attenzione. Forse l’amore adulto è proprio questo: un gesto che continua anche quando l’entusiasmo si è tolto il cappotto ed è uscito.
In “Gossip” l’ironia è evidente, ma sotto c’è una riflessione piuttosto amara sull’esposizione dei sentimenti. È una canzone che guarda più al mondo dello spettacolo o al modo in cui tutti, oggi, mettiamo in scena le relazioni?
“Gossip” guarda meno ai riflettori e più agli specchi. Non parla solo dello spettacolo, ma di quella forma quotidiana di palcoscenico in cui tutti, più o meno consapevolmente, ci esibiamo.
Ci interessa l’idea che un amore, a forza di essere raccontato, finisca per assomigliare a una storia che non appartiene più a chi la vive, ma a chi la guarda.
È una canzone sull’amore quando diventa notizia, quando ha bisogno di essere confermato da fuori per sentirsi vero. E spesso, proprio lì, comincia a sfilacciarsi.
Brani come “La Littorina” e “Bombay” lavorano molto sull’idea di viaggio, ma senza l’epica del cambiamento. Quanto vi interessa raccontare l’andare rispetto all’arrivare?
Ci interessa l’andare quando non promette redenzione.
I nostri viaggi non hanno l’eroismo della partenza né la gloria dell’arrivo: somigliano più a certi tragitti ferroviari di provincia, dove il paesaggio cambia appena ma tu sì, impercettibilmente.
Come in certi racconti di Simenon, il movimento serve solo a far emergere ciò che già c’era. L’andare, per noi, è una forma di resistenza gentile: non per scappare, ma per continuare a stare dentro le cose, anche quando non portano da nessuna parte.
In “Voglio essere una tua bugia” emerge un tema delicato: l’identità che si costruisce anche attraverso ciò che si nasconde o si trasforma. Quanto è legittimo, secondo voi, “mentire” un po’ dentro una relazione per restare se stessi?
Forse ogni relazione è fatta anche di piccole bugie necessarie, come quelle che si raccontano ai bambini per farli dormire. Non parliamo della menzogna che tradisce, ma di quella che protegge, che prende tempo, che permette di respirare. A volte non si mente per ingannare l’altro, ma per non scomparire del tutto. Il problema non è la bugia in sé, ma quando diventa l’unico linguaggio possibile. Lì non si sta più cercando di restare se stessi, ma di non essere visti.
Ascoltando il disco fino in fondo, si ha l’impressione che alcune canzoni chiedano allo spettatore di fare un passo indietro, di non cercare risposte immediate. Pensate che oggi questo tipo di ascolto sia ancora possibile, o è una scommessa persa in partenza?
Forse è una scommessa persa, ma ci piacciono le scommesse perse in partenza. Questo disco non chiede attenzione, chiede tempo. E il tempo, oggi, è un lusso quasi imbarazzante. Ma crediamo ancora nell’ascolto che non pretende spiegazioni, che accetta le zone d’ombra. Come certe canzoni che capisci solo dopo anni, o forse non capisci mai del tutto, ma continuano a tornare. E se tornano, un motivo c’è.






























