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Interviste

C’eravamo quasi: Federico Fabi ci racconta il suo primo album in studio

Il superfluo non trova posto nel nuovo progetto di Federico Fabi: C’eravamo quasi, uscito il 4 Maggio. Il cantautore romano, che è presente nella scena già dal 2017, ha raggiunto traguardi piuttosto importanti nella scena emergente e con la sua ultima fatica mette basi concrete alla sua carriera musicale. 

Il suo primo album  riflette la retorica artistica e personale del cantante: in mezzo ai brani ci sono fugaci momenti d’attesa in cui si assimila e si riscontra la singolarità e la genuinità del progetto. Immagini lontane ma potenti trovano il loro senso anche ad un primo ascolto e proiettarsi nella realtà che ci propone il cantautore è semplice. Gli elementi che compongono le canzoni, la chitarra, i testi, la voce provengono tutti da un’esperienza soggettiva curata ma non distante dal poterla aggrappare e renderla nostra. Oltre a ciò, l’occhio da grafico dell’artista rende il suo lavoro curato nei minimi dettagli, notevolmente apprezzabile in un contesto musicale odierno limitante e dispersivo. 

Gli standard qui si alzano parecchio e Federico Fabi ci dà una mano a vedere dentro ed oltre C’eravamo quasi

Sotto trovate la nostra intervista insieme! 

Ciao Federico, sta per uscire il tuo primo album in studio, come ti senti?
Molto sereno, soddisfatto. La parte difficile è quando lo crei, lo concepisci. Una volta partorito è fatta, il peggio (o il meglio) è passato.

È difficile categorizzare stilisticamente C’eravamo quasi ma, possiamo anticipare che le basi minimal e la cura dei testi a momenti sartoriale è impeccabile. Quali sono le tue influenze che hanno aiutato a portare in vita questo disco in particolare?
Credo di essere riuscito a canalizzare nella musica quello che sto cercando di attuare da parecchio nella mia vita quotidiana ovvero ridurre al posto di aggiungere. Il minimalismo come stile di vita punta a liberarsi del superfluo ed è esattamente ciò che ho fatto con C’eravamo quasi. Guarda il percorso che ha fatto Picasso dai primi agli ultimi quadri, guarda Giacometti nella scultura, guarda Munari nella grafica. Less is More credo sia la frase chiave dietro il mio album.

All’interno vi è un interludio con lo stesso nome dell’album che interrompe il tutto, quasi come un avvertimento. Come mai hai deciso di dargli questo posto nel corso degli eventi del disco?
Perché è esattamente ciò che hai detto tu: un’interruzione, uno spacco, una crepa nel cuore. La sua funzione è dividere l’album in due, spalancare le porte al buio e sancire l’inizio della fine.

Il raffreddore è bello perché me l’hai attaccato tu, è uno dei brani più interessanti a nostro dire. Figlio di un immaginario pre covid-19, ora ha anche una leggera sfumatura in più senza risultare problematico. Nel condividere un evento sfortunato ci sentiamo meno soli e forse anche più vicini, è così?
È assolutamente così. Quando scrivo, scrivo per sentirmi meno solo e questo non unicamente nella sfortuna ma anche nella felicità. Quando sono felice ho voglia di aprire la finestra e gridarlo ai passanti sotto casa, e a volte lo faccio anche. Ma i passanti sono troppo pochi, con la musica arrivo ovunque.

Ti circonda un’aesthetic autentica, note vintage rivalutate che si accoppiano perfettamente anche al mood dei brani, la nostalgia è nell’aria più che nel contesto. Quali essenze, concetti o sensazioni si possono trasmutare dal passato e riproporre al presente?
L’idea di un mondo a misura d’uomo. La compulsiva frenesia di apparire ha spinto l’uomo a scervellarsi per trovare i modi più ridicoli per affermarsi. Questa ci porta a non essere, o meglio a essere liquidi, inconsistenti, a tratti inesistenti. Ti faccio un esempio stupidissimo: gli orologi una volta erano piccoli, si adattavano al polso, avevano dimensioni a misura d’uomo. Ora sono enormi, somigliano a padelle per cuocere frittate. Ma lo stesso per le auto, per le case. Quanto mi fanno ridere i miliardari, i trapper per esempio, che si fanno case da 20 milioni di dollari e ci vivono da soli con il cane. Che cazzo di solitudine. Questo vizietto di giocare a chi c’è l’ha più lungo è nato negli anni 80, o forse molto molto prima non lo so, ma è un bel problema. Quando parlo di prendere spunto dal passato, non parlo di suoni, di reference pratiche e precise e soprattutto non parlo di parlo di un passato recente. Io quando parlo del passato parlo del paleolitico.

Rispetto al tuo EP autoprodotto io e me x sempre e le ultime uscite, com’è cambiato il tuo percorso personale e artistico?
Dal punto di vista personale sto cercando come ho spiegato qualche domanda fa, di trovare un equilibrio e di liberarmi del superfluo. Nel percorso artistico sto facendo la stessa identica cosa.

Non dargliela vinta, ovvero l’ultimo brano in ordine cronologico, è doloroso sì ma è anche un regalo. Un medicamento, un balsamo indispensabile che ci lascia indolenziti ma che chiude perfettamente un progetto ciclico. Cosa pensi, chi ascolta il disco possa trarre da una fine del genere?
Sinceramente non so cosa possano trarne gli altri. Quando l’ho scritta sono stato molto egoista. L’ho scritta per me, per darmi forza, per ricordarmi di non arrendermi mai.

Off-topic: qual è il tuo film preferito e perché.
Il mio film preferito rimane La grande bellezza e il perché è tutto racchiuso nel monologo finale.

Ci salutiamo chiedendoti che cosa ci dobbiamo aspettare dal futuro augurandoci di poter vedere Federico Fabi live presto!
Vi dico che fra poco faccio uscire qualcos’altro. Vi dico che ci sarà un tour. Vi dico che non mi fermo nemmeno un secondo.

Ines Chadri

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