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Due parole su PIETRO COME FAI di PUGNI

Il cantautore pisano acquisito torinese ha rilasciato un pezzo per cambiare tutto, sognandoci su, di qualcuno che alla fine fa di tutto per non essere sé.

Articolo di Marzia Picciano

A fine giugno è uscita una piccola perla di PUGNI, o Lorenzo Pagni, artista pisano che abbiamo avuto il piacere di intervistare qualche mese fa alla vigilia del lancio del suo disco d’esordio, Tuffo, che un po’ era il manifesto dell’essere un cantautore e, nel frattempo, psicanalizzare per lavoro pazienti in una clinica psichiatrica a Torino.

Ossia: un nugolo di canzoni nate su un meticoloso processo volto a carpire, parola dopo parola, quello che gli altri non sanno dire, quello che non sappiamo dire, e metterlo lì, per iscritto, quasi esteso.

Invece Pietro Come Fai (Costello’s Records/Artist First) è la ballad sognante o sognata che dice molto meno e lascia spazio all’immaginazione, al sospetto, senza rischi, ma solo con un velo di tristezza, che alla fine, insomma, Pietro siamo noi.

Chi é Pietro? “Pietro è un mio amico. Pietro è un tuo amico. Pietro sono io. Pietro sei tu” dice Lorenzo. Qualcuno di normalissimo, ma che alla fine ha solo voglia di evadere. Qui la psichiatria non c’entra, è semplice analisi di un sabato sera alcolico già nelle intenzioni, e non per spaccare, ma per fuggire, fino a rischiare.

Il nuovo singolo é prodotto e arrangiato insieme a Danny Bronzini – che ha suonato anche le chitarre e il basso – e Giuseppe Petrelli presso il Sudestudio di Lecce, grazie anchealla collaborazione di Fabrizio Semerano alla batteria, e Matteo Bemolle all’Hammond.

Dicono che ricorda i Beatles, Johnny Cash e pure King Krule, a me suonano solo le schitarrate oniriche e il caldo degli strumenti di legno che fanno pensare a quei non luoghi di For Emma, Forever e Iron&Wine, ma con una tirata cantautoriale necessariamente italiana, cantata, ma non troppo. Un pezzo che trova la sua essenza nel protrarsi uguale per il tempo di una notte, o di un fast-forward di 12 ore notturne in slow motion, un ossimoro, qualcosa di cinematografico, eppure quanto ci fotografa bene.

E se questo è il suono che Pugni vuole avere, dopo le fortunate collaborazioni con Willie Peyote e le apparizioni su palchi sempre più grandi, tutto direi tranne disimpegnato. C’è del profondo impegno a parlare delle persone normali delineandone le loro tragicomiche esistenze.

Pietro potrebbe essere Lorenzo, oppure Marzia, che si trasforma tutte le sere e nasconde fantasie che non dice a nessuno. O che si trova davanti all’agente, non in autogrill ma su Viale Monza per aver tirato via uno specchietto e pregando in turco aramaico di uscirne con la patente intatta (e non è la cosa peggiore che ti sia capitata, e non é la peggiore di nessuno che voglia scagliare la prima pietra). Guidando verso casa c’era tutta la rassegnazione di avercela fatta, ancora una volta.

Written By

Dall’Adriatico centrale (quello forte e gentile), trapiantata a Milano passando per anni di casa spirituale, a Roma. Di giorno mi occupo di relazioni e istituzioni, la sera dormo poco, nel frattempo ascolto un sacco di musica. Da fan scatenata della trasparenza a tutti i costi, ho accettato da tempo il fatto di essere prolissa, chiacchierona e soprattutto una pessima interprete della sintassi italiana. Se potessi sposerei Bill Murray.

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