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Interviste

Essere confortevolmente fuori posto. Pronti per il randomico di C.A.R. al TRANSUMARE FEST?

foto di Gareth McConnell

Articolo di Marzia Picciano | Foto su concessione dell’artista / by Gareth McConnell

Nell’immaginario collettivo del TRANSUMARE FEST 2025 siamo tutti potenziali partecipanti a una grande festa, dove dicevamo già, c’é posto per il ballo di tutti.

Proprio per questo non si sono fermati alle sonorità più note o “piacione“, perché ballare é una cosa seria, é anche una forma di manifestazione, una scelta, e i nostri di Transumare, come tutti quelli che tengono alle proprie scelte e non vogliono farsi scegliere, scelgono di scovare, tentare e testare. Ne avevamo parlato qualche giorno fa con CELLINI, oggi é il turno di C.A.R., progetto autonomo decennale dell’ex voce dei Battant, Chloé Raunet arricchito negli ultimi anni dalla presenza esplosiva dell’artista Joni Green.

Letto in un preciso spelling di lettere (in caps lock) e dots – e no, se pensavate di farla franca limitandovi a leggerlo come lo vedete, non avete capito niente.

Anche perché se non partiamo dal nome del progetto, acronimo paradossale per Choosing Acronyms Randomly – esatto, in your face – difficilmente capiamo l’incredibile mole di ciccia che c’é sotto, dietro, intorno. Andiamo con ordine. Chloé Raunet, produttrice, cantautrice e cantante nata in Canada e oggi residente a Londra, non é una che si limita a farsi piacere un genere; diciamo piuttosto che ci si immerge, ribalta, possiede e poi passa a quello dopo. Così riesce a mettere in mezzo e partire da una profonda, tanto da colpirti agli stinchi, nota post punk (direttamente dall’esperienza nei Battant) a cui aggiunge un pizzico di hyper-metal per finire in pezzi industrial techno conditi da questa voce che é un declamare di atti e parole, anche loro dritte agli stinchi.

Del resto, con C.A.R. si è esibita al Berghain, al Bataclan, al Nuits Sonores e al Red Bull Music Festival di Mosca, e dal 2013 conduce anche On the Slip Road, un programma mensile su NTS Radio, che esplora la sua incessante passione per la varietà di generi e le stranezze sonore. Ah, e ha aperto per Cat Power, Gesaffelstein e Teleman.

C’é dell’intrigantissimo buio nella sua musica, indecifrabile eppure pale.

Al telefono se la ridacchia di gusto quando le chiediamo dove si trova ora, in un’ipotetico percorso psicoterapeutico-artistico.

“Non saprei dove mettermi. Sì, io… non lo so. Immagino di sentirmi piacevolmente fuori posto.”

Non conformarsi é un diktat per la Raunet. Dai Battant in poi c’é stato uno switch, uno sforzo di riconciliazione sempre più esigente che va verso una contaminazione costante. Sarà per questo che Transumare Fest l’ha voluta tra le proposte della line up 2025, e per il duo questo sarà il primo live in Italia (e sono reduci da un dj set a Glastonbury). Eccitante, no?

Oh si. Anche se non so davvero cosa aspettarmi, quindi sono davvero emozionata. Il festival sembra incredibile. E sì, ci andremo con la mente aperta. Speriamo che sia bello, di trovare persone aperte e divertenti che si uniranno alla nostra musica.”

Una mente aperta soprattutto agli stimoli é quello che serve per Chloé e Joni.

“In realtà, mi occupo di questo progetto da moltissimo tempo. È stato il mio progetto musicale per un decennio e in questo periodo ho lavorato per tantissime etichette discografiche contemporaneamente, quindi con generi molto diversi. Descriverei i miei gusti musicali semplicemente come ‘una cotta per troppi generi’. Non mi piace essere etichettata. Inoltre, ogni album ha un sound molto particolare.”

Niente di più vero. Dal primo disco, My Friend, al terzo, Crossing Prior Street, Chloé é andata a fondo nell’esame delle molte possibili sfaccettature della nozione di malinconia, che come immaginiamo, si lega così bene al synth, e così sia, variando quindi dal goth, al dream pop, chi ha più ne metta.

“In realtà, abbiamo appena annunciato oggi l’uscita del nuovo disco il 26 settembre.”

Dance At Oscar’s infatti é il quarto, nuovissimo album di Chloé con Joni Green. Crossing Prior Street é del 2020, cinque anni fa. E viene da e in un momento importante di discontinuità.

È il primo album che realizzo in cinque anni. Durante la pandemia ho cambiato direzione e ho iniziato a fare film, documentari, ero pronta ad abbandonare la musica. E poi, dopo il Covid, ho dovuto fare due date ai festival, che erano state rimandate da prima della pandemia. Così ho chiesto a Joni di salire sul palco con me. Joni è un’amica e le ho detto: “Facciamola salire sul palco con me, così posso concentrarmi sul fare film e altro”. E poi, ecco: avere un’altra donna che si esibisce con me è stato molto divertente. E mi rendo conto che, nonostante la disillusione che ho nei confronti dell’industria musicale, e che si tratta ancora, sai… di donne che non sono giovani, capisci?” Qui ci scappa una risata ironica ma per niente amara. “In effetti, non mi sento di mezza età, ma sono di mezza età!

Ma non é questo il punto, é la sinergia.

“Penso sempre che c’è qualcosa di incredibilmente potente in tutto questo, come se fossimo lì fuori a divertirci, senza preoccuparci di cosa pensi la gente. Inoltre, Joni è una persona incredibilmente hype. È una campionessa. Sai, sono molto introversa, non mi interessa l’autopromozione. Quindi Joni ha davvero preso il timone della guerra, e poi all’improvviso la gente ha iniziato a notarlo. E all’improvviso, non avendo scritto niente da anni, mi sono sentita davvero ispirata a iniziare a fare cose nuove che in un certo senso riflettessero questa nuova energia che ho trovato con Joni, che era inevitabilmente più incentrata sulla pista da ballo… Ritorno a qualcosa di più spensierato. Ritorno a fare semplicemente qualcosa di divertente. Quindi penso che queste canzoni siano in un certo senso costruite da quell’energia.”

Shyana, primo singolo in rampa di lancio con Dance At Oscar’s, dal nome vagamente e acidamente allusivo e un testo decisamente più onirico, é un segno di cambiamento.

Il ritmo é serrato, un martello pneaumatico che precede un deep rave synth-etico. Ma il concept dietro non vuole tralasciare quella malinconia che caratterizza il mood di C.A.R.. A partire dall’immagine che il titolo del disco crea.

“Sono per metà canadese e sono tornata a Montreal, non mi portavano da anni. Sono andata nei luoghi vicino a dove abita mio padre. C’è, o meglio, c’era questo fantastico motel, lui (mio padre) vive in periferia. C’è questo hotel fatiscente chiamato Oscar’s, da cui sono sempre stata un pò ossessionata e… ora ci sono andata con la mia telecamera, ho filmato lì. È stata una grande ispirazione per queste canzoni. Parlano tutte, sai, della vita nel XX secolo, dell’assurdità della vita moderna e di tutto il resto… Quindi ho trovato il nome più adatto per l’album.”

Foto di Gareth McConnell

Si tratta di qualcosa che attinge direttamente anche alle tue memorie?

“Penso che viviamo in tempi incerti e in rapido cambiamento, penso all’assurdità. L’assurdità nell’alienazione è un buon modo per riassumere in un certo senso ciò che penso di molte cose. Sai… vedi queste reliquie fisiche di un’epoca passata, cose che ora vedi in tv… tutte le cose che si trovano fuori dal motel che non sarebbero cambiate dagli anni ’60. Non si tratta necessariamente dei miei ricordi diretti, ma più una sorta di memoria collettiva di menti combinate… è un pò come, sai, quella cultura americana costosa, la tipica cultura nordamericana.”

Sembra oscuro. Ma é più energico e divertente, no?

“Inizia in modo oscuro. Ma penso che anche nell’oscurità ci sia più sole. Eh si, é cosi! La musica è oscura, ma penso che molti testi siano un pò più leggeri. È un equilibrio perfetto. Il mio album precedente (Crossing Prior Street ndr) mi ha preso molto sul serio, è stato molto catartico. Questo è solo un pò… alcuni suoni sono oscuri, ma nel complesso è divertente.”

Verrebbe da chiedersi se, alla fine, considerata questa vena di rilancio e voglia di divertirsi che il nuovo disco contiene in dosi massicce, pur mantenendo sullo sfondo il concetto di alienazione e abbandono culturale, ecco, fare musica, e ballarla, non sia un atto politico – se si può dire tale.

“Beh, questa è comunque una domanda difficile. Tutta l’arte può essere politica, ma non è che io condivida l’idea generale che fare festa sia sempre un atto politico. Oh, potrei probabilmente sedermi e scrivere un saggio su questo”.

In sostanza é un sì, ma con dei precisi caveat.

“Per me, per fare qualcosa di politico, dipende da chi la fa, dal fare qualcosa e dal perché lo si fa. Si deve essere molto ben informati, mettere in contatto la Storia. Potrei dire che tutto, anche la mia musica è politica, ma solo ballandola davvero é politica? Dipende molto da chi balla, da cosa ne ricava e da quale sia la sua motivazione per ballare. Non sono sicura che, proprio come la liberazione o la fuga, che sono cose che molte persone fanno per ballare, se questo di per sé sia un atto politico o se ci debba essere una qualche ragione oltre a questo. È pericoloso annacquare in questo modo la politica”.

Soprattutto oggi, dice Chloé, dove la nostra idea di politica è davvero cambiata.

“Guarda le cose che accadevano nelle generazioni precedenti. L’idea di politica aveva qualcosa di concreto. Ad esempio, il movimento punk, si basava su idee politiche concrete. C’era una sorta di catena politica informata. Sì, e dov’è ora? È come se molti fattori l’avessero diluita, ed è più vaga, e non ci sono più le stesse idee concrete che alimentano ciò che consideriamo politica. Ed ora probabilmente con questo ragionamento ho fatto parlare la mia età… Ma per me la politica è fatta di movimenti e di idee più profonde e più grandi.”

Nessuna eccezione?

“Se le persone ballano per un motivo, e se si sentono energizzate, come se facessero parte di qualcosa di più grande, è una grande rimonta, quindi certo che può esserci un atto politico, se proprio lo vuoi”.

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Dall’Adriatico centrale (quello forte e gentile), trapiantata a Milano passando per anni di casa spirituale, a Roma. Di giorno mi occupo di relazioni e istituzioni, la sera dormo poco, nel frattempo ascolto un sacco di musica. Da fan scatenata della trasparenza a tutti i costi, ho accettato da tempo il fatto di essere prolissa, chiacchierona e soprattutto una pessima interprete della sintassi italiana. Se potessi sposerei Bill Murray.

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