Articolo di Marzia Picciano
Che sapore ha la fine delle cose belle?
Pensiamo che sia sempre amaro, eppure dipende da quanto l’amaro ci piace come sapore. O se, da persone mature e razionali, riusciamo a comprendere anche emotivamente la necessità di andare avanti, move on. Ora, non so se i PORRIDGE RADIO, il gruppo indie per eccellenza, nati a Brighton, esistenzialisti (o sicuramente -ista, quello sicuramente lo é la frontwoman Dana Margolin, chitarrista, vocalist e autrice dei testi della band) quanto basta per meritarsi tutta la toponomastica del caso da parte di critici e testate musicali – ecco loro, non so se i Porridge Radio sono meglio degli analisti a cui chiedo di analizzare tutte le mie dipendenze emotive, ma a sentire Dana sembra che sì, loro abbiamo fatto questo percorso e ora, a 10 anni dal loro debutto, sono pronti a chiudere il progetto (che si é meritato anche una candidatura ai Mercury Prize per il loro disco rivelazione, Every Bad), ed andare avanti.

Sentiamo Dana in un caldissimo pomeriggio di inizio estate, uno di quelli che segnala proprio l’inizio della bella stagione nel modo più evidente possibile: costringendoti a farti vapore, a sublimare, in breve. Invece Dana ci risponde dalla sua casa a Londra, é tornata dalla prima leg del tour finale, ha qualche ora letteralmente per riposarsi e come giustamente sappiamo, “packing” tutto di nuovo perché la settimana prossima vedremo lei, Georgie Stott (tastiere) Maddie Ryall (basso) e Sam Yardley (batteria) in Italia a Milano il 12 giugno (Santeria), a Ferrara il 13 (Ferrara Sotto Le Stelle) e quindi il 15 al Monk di Roma. A fine agosto saranno anche all’Ypsigrock di Castelbuono di Sicilia.
Se la sottoscritta era nel disagio più totale, possiamo dire l’opposto di Dana. Pacifica, rilassata, un’aura abbagliante che inspiegabilmente Zoom riesce a farmi percepire e che mi istiga a seguirla, per capire meglio quello che alla fine é abbastanza semplice, ma non lo é per chi ama cose complesse.
Per tutta l’intervista non faccio che girare intorno alla domanda principale: come ci si sente nel post mortem di un’esperienza artistica?
Perché quando finisce qualcosa, una storia ad esempio, non é mai bello. Nella nota con cui Dana e i colleghi hanno salutato il loro pubblico, hanno detto “Questa band è stata la nostra vita, ora siamo una famiglia” . La pubblicazione dell’ultimo EP, The Machine Starts To Sing, a febbraio, quattro canzoni emotivamente devastanti per la band (non a caso, lo dicono, febbraio é un sentimento), é il completamento naturale di Clouds In The Sky They Will Always Be There For Me dell’anno precedente, il pezzo mancante, eppure troppo pesante da tenere insieme.
Dana scrive sull’IG della band proprio in quei giorni che sembrava proprio il momento giusto e le giuste canzoni per farlo, quest’atto di eutanasia serafico. Scrive anche che come un suo amico giustamente sosteneva, essere un artista é un pó un assurdo, perché fai qualcosa, ovvero arte, che nessuno ti chiede o urge di fare e per nessuna ragione, eccezion fatta la tua, e il fatto che sei costretto a farlo. Ed é quello che i Porridge Radio hanno fatto nel loro decennio di vita, to be endlessy compelled to record these songs.
É qui che la domanda s’insinua: non c’é niente da salvare, non c’é nessun rimorso o rimpianto?
“Non mi pento davvero di nulla. Penso che tutto quello che ho dovuto fare, andava fatto.“

E quindi cosa é cambiato dall’inizio, da Rice, Pasta And Other Fillers a oggi?
“A volte, guardandoti indietro, ti rendi conto di aver ragione, e ti chiedi: perché l’abbiamo fatto? Se ci penso, era così caotico. Ma penso anche che quando la band ha iniziato non avessi la minima idea di cosa stessi facendo. Non lo sapevo, non avevo mai scritto né suonato niente. Non sapevo suonare uno strumento. Semplicemente, non lo sapevo. Ed erano solo esperimenti. Era tutto un pó un improvvisare e scoprire, sì, che questa cosa era entusiasmante e importante per noi, quindi l’avremmo fatta e avremmo visto cosa sarebbe successo. Molte volte è stato un caso, un’ipotesi, un duro lavoro, una testardaggine folle. Credo che le cose che sono cambiate, non le conoscessi davvero tutte, ed e’ cambiato il modo in cui penso a me stessa. Ho imparato così tanto, a prendermi sul serio, a come scrivere, a come esibirmi, a come farlo in modo più professionale. Sto ancora imparando, non credo di aver capito molte cose ancora, ma… Forse l’inizio è stato molto caotico. Avrei dovuto avere più controllo.”
Si sta chiudendo un momento di vita e quindi un progetto artistico che ora vedi nella sua interezza. É come se avessi concluso qualcosa?
“No, in realtà nessuna cosa é mai completamente finita. Credo di aver solo bisogno di lasciar andare. Alcuni passaggi dell’ultimo album erano molto dolorosi, e quello che è seguito è stato un crepacuore. E credo di aver dovuto lasciare andare la band perché fa parte di questo. Non credo neanche di aver capito esattamente cosa é successo, ma so che questa cosa non mi serve più. È davvero dolorosa e deve essere lasciata andare.“
Hai scritto del dolore che hai trovato nel registrare e suonare questi brani. Cosa é successo in queste ultime quattro tracce?
“In realtà, abbiamo registrato 15 canzoni per Clouds… e non siamo riusciti a inserirle tutte in un LP. E non volevo portarmi dietro un doppio album perché è molto pesante. Anche, non mi piace portarmi dietro le cose. Quindi abbiamo pensato che sarebbe stato più facile dividerlo in due uscite, in modo che ogni cosa avesse la sua possibilità di risplendere. In realtà é stato molto doloroso… Come se tutte le 15 canzoni di Clouds and Machine fossero solo un dolore e si traducessero in sofferenza, difficoltà, dissociazione e nel tentativo di superare qualcosa.”

Del resto gli ultimi lavori della band virano su una pesante introspezione. Se Every Bad era un pó un manifesto irruento tanto quanto un’adolescenza di alternanze emozionali tra il disperato e lo strafottente (condito qui e là di reminiscenze shoegaze, ma insomma, come ogni post-punk che si rispetti), nella scoperta del proprio io e rapporto con il resto del mondo, controparti sentimentali di qualsiasi genere, dove i Porridge Radio trovavano una luce di speranza, i loro ultimi lavori sembrano proprio andare verso quell’abisso da cui cerchiamo una pausa o una distanza.
Siamo finiti in un amore tossico, e quanto é facile caderci, quanto abbiamo sofferto per capirlo? La fine della storia del gruppo di Brighton si sposa con la loro musica e ci dice quanto più di necessario, ci detta l’abc della gestione delle relazioni che non ci danno la pace che cerchiamo o semplicemente vogliamo fermare. O più semplicemente, ci danno la performance della fine di una storia.
Alla faccia di chi (come il Guardian) li ha definiti band ‘slacker indie’.
“Ho sempre pensato che questa storia che siamo slacker indie fosse così divertente! Primo, perché io non sono una svogliata. Sono sempre così tesa. Adoro lavorare, così tanto. Non mi fermo mai. Quindi, per quanto riguarda l’essere poco impegnata, vorrei dire: vorrei essere una slacker. Quanto sarebbe più facile la mia vita se lo fossi. Inoltre, se ascolti una qualsiasi canzone, non c’è niente di svolgiato, in nessuna di esse. Parliamo di altri titoli: anxiety rock, ha senso. Post punk emozionale? Ha senso, fate come volete…“
“È come se ci fossero tante scatole diverse in cui vogliono tirarci dentro, ma a me non importa davvero di questo.” Credo sia un problema piu generale, legato a noi che invecchiamo male e che sentiamo di dover mettere i nostri sentimenti e gli artisti che li animano in categorie. “Già, anzi, é più una necessità dei giornalisti, sicuramente non degli artisti”.

Per gli artisti, giustamente, ha senso fare dell’arte, e questo non é mai mancato ai Porridge Radio e soprattutto a Dana che ha contribuito con il suo storytelling visivo a mettere su carta, in arte anche lì, l’incredibile processo che i proiettili dei suoi versi realizzano quando trapassano e ancorano chi ascolra al culto della band.
“Amo quando un artista riesce a creare un universo, e credo che sia sempre stato ciò che mi ha entusiasmato fare. Adoro creare illustrazioni per qualsiasi cosa. E per la band, beh, voglio dire, è iniziato semplicemente perché avevo bisogno di qualcosa e poi ho capito che mi piace molto, mi piace molto creare le illustrazioni. Mi piace molto pensare a come le cose, a come sono, a come la musica dovrebbe apparire per corrispondere a come suona e a come si percepisce. Penso che sia stato un enorme apprendimento per me, come artista visiva ho imparato tantissimo ed è stato davvero, davvero divertente. Voglio dire, non so, penso che mi piacerebbe collaborare con artisti che amo in futuro perché penso che le cose che ho imparato sulla creazione di illustrazioni mi abbiano portato a pensarci in modo più collaborativo. È stato sicuramente una parte fondamentale e penso che sia semplicemente perché è piacevole ed è nella tradizione del tipo: fare musica significa anche dare a quella musica un’opera d’arte e darle una vita propria.”
Questa creatività artistica é in qualche modo legata alla scena di Brighton?
“In realtà sono di Londra, ci sono cresciuta. La band ha iniziato a Brighton. E la band è nata a Brighton, ed è lì che ho imparato a… come far combaciare tutto. Credo che sia Londra che Brighton abbiano avuto un’enorme influenza. Ad esempio, crescendo a Londra, andavo a vedere concerti in continuazione. Crescendo, ho avuto la possibilità di stare nel mezzo delle città più grandi e con il pubblico più numeroso. Era la sensazione di essere in un luogo dove tutto puó accadere, e questo mi ha dato la sensazione che tutto fosse possibile. Andando a vivere a Brighton, improvvisamente, tutto è diventato molto più piccolo e mi ha dato la sensazione di potermi impegnare, come dire: non sono gli altri a fare qualcosa che posso fare anche io. Lo faccio perché c’era la scena. C’erano un sacco di nostri amici che facevano musica e suonavano dal vivo ed era facile mettersi in gioco, mettere su il proprio spettacolo e fondare la propria band. Penso che questo abbia fatto un’enorme differenza in tutto ciò che abbiamo fatto.“
E dopo tutto questo, questo andare intorno alla questione iniziale, dove siamo ora che chiudiamo tutto (un pó come quando mi chiedo come sarà lasciare andare tutto, un giorno, e se davvero rimaniamo a guardare super partes un mondo che va in frantumi, o ce lo risparmiamo), per Dana la risposta é semplice: oh, andró a dormire.
“Ogni cosa arriverà a suo tempo”, e non mi aspetto altre risposte da chi mi ha spiegato come da un’esperienza di dieci anni così intensa come l’essere nei Porridge Radio, diventare un riferimento per il punk inglese a livello internazionale, alla fine, beh, c’é solo da imparare. E magari affrontare la fine del viaggio con viaggio, una celebrazione finale che non ha bis, non suona due volte, ma magari, nel suonare l’ultima volta, allevia il dolore caotico che l’ha portata fin qui. Un pó come l’estate dopo la notte prima degli esami: quando sta per finire il mondo, ma sai bene che comunque vada, dopo c’é un mare piatto.
Alla fine, quando finisce qualcosa, non é detto che sia per forza amaro.
Si ringrazia Serena Lotti per il contributo alla realizzazione dell’intervista e del pezzo































