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Interviste

LIMARRA: “Abbi cura” è il mio invito a rallentare e ascoltarsi davvero

Limarra, cantautore siciliano dalla sensibilità raffinata e profondamente legata alla dimensione interiore, torna a raccontarsi con il suo nuovo singolo “Abbi Cura”, brano intimo e potente che invita a rallentare, a riconoscersi e a ritrovarsi in un mondo sempre più veloce e distratto.

Limarra ci apre le porte del suo universo musicale ed esistenziale, condividendo pensieri e riflessioni sul concetto autentico di cura, sul rapporto con la spiritualità e sul significato profondo che lega le tracce del suo ultimo album “Cosa Resterà”

Il tuo nuovo singolo Abbi Cura sembra un invito intimo e profondo a rallentare. Da dove nasce l’urgenza di scrivere questo brano?

Il brano Abbi Cura nasce dall’esigenza di esplorare e comunicare un tema profondo e universale: la necessità di prendersi cura di sé in un mondo che spinge sempre a correre, a fare di più, a essere sempre produttivi. In un contesto sociale e culturale che spesso sembra ignorare le fragilità individuali e l’importanza della lentezza, ho sentito l’urgenza di esprimere, attraverso la musica, quanto sia fondamentale fermarsi, ascoltare se stessi e riconoscere il proprio valore, anche nella solitudine o nei momenti di difficoltà.

La parola “cura” oggi viene spesso usata in modo superficiale. Cosa significa per te “prendersi cura”?

Prendersi cura di sé è fermarsi quando il mondo corre senza tregua, è ascoltare il proprio respiro e accogliere anche la stanchezza, dire “no” con dolce fermezza e nutrirsi di ciò che fa bene davvero, è custodire i sogni come semi e scegliere se stessi come la propria casa.

Hai parlato di questo brano come una “preghiera laica”. Qual è il tuo rapporto con la spiritualità, se c’è?

Il mio rapporto con la “spiritualità” è sempre stato legato più alla ricerca di un senso autentico nella vita quotidiana e meno a un credo religioso tradizionale. Ho provato, attraverso la musica, ad invitare chi ascolta a un viaggio volto alla riscoperta di sé e della propria essenza più intima, in un mondo che tende a distrarci dalla nostra dimensione più profonda. In Abbi Cura il concetto di cura di sé si intreccia con un’idea di cura dell’anima, per cui, per me, la “spiritualità” si traduce in una pratica quotidiana di attenzione e ascolto, che va oltre la semplice cura fisica di noi stessi per entrare invece in un terreno di riflessione sul senso della vita, sul nostro “stare al mondo” e sulla necessità di connessione con la propria essenza.

Cosa Resterà è un album che esplora l’interiorità, ma anche i cambiamenti del mondo contemporaneo. In che modo hai bilanciato queste due dimensioni?

Quando scrivo mi capita spesso di partire dalle mie esperienze personali, dal mio vissuto, ma poi mi accorgo che ogni riflessione ha sempre un legame con la realtà che mi circonda. L’interiorità, per quanto profonda, è inevitabilmente influenzata dai cambiamenti sociali, culturali e politici che stiamo vivendo. Per cui, nel mio percorso creativo, ho cercato di fondere queste due dimensioni, facendo in modo che la mia musica non solo parlasse di emozioni personali, ma anche di come quest’ultime siano estremamente dipendenti da ciò che vedo e sento. La fragilità umana e le domande esistenziali che esploro nelle mie canzoni si collegano inevitabilmente a una società che cambia, a un mondo che spinge all’individualismo, in cui l’essere umano non trova più né pace né serenità.

C’è un filo conduttore tra i brani dell’album? Se sì, qual è il messaggio che li lega?

L’album è pervaso da un tema centrale che ruota attorno alla cura di sé in un momento storico in cui la fragilità umana diviene una condizione comune. Ogni traccia, pur trattando aspetti diversi dell’esperienza individuale, contribuisce a costruire una narrazione che esplora il nostro rapporto con il mondo e con noi stessi. Per affrontare il cambiamento e la complessità della vita è necessario cominciare da noi stessi, dalla nostra vulnerabilità, e solo così potremo sperare di costruire un futuro più consapevole, in cui la necessità di introspezione e il desiderio di connessione con gli altri possano diventare un mantra.

La rivisitazione di Povera Patria è un gesto coraggioso. Cosa ti ha guidato in questa scelta e cosa rappresenta oggi quel brano per te?

La rivisitazione del brano di Franco Battiato è stata motivata dalla volontà di rendere omaggio a una canzone che ha avuto un impatto profondo sulla cultura musicale e sociale, ma anche di farla dialogare con il presente. Quando ho deciso di riproporre questa canzone, mi sono chiesto come poterla aggiornare, farla risuonare ancora oggi, in un contesto che purtroppo sembra non aver fatto molti passi avanti in termini di giustizia sociale, diritti e speranza. In un clima sociale così delicato come quello attuale, ho ritenuto necessario dare una veste nuova ad una composizione che per me rappresenta un richiamo alla coscienza collettiva e alla consapevolezza sociale.

Guardando indietro, cosa pensi “resterà” davvero di questo tuo percorso musicale?

Guardando indietro, spero che di questo percorso musicale resti soprattutto il cuore che ci ho messo e magari anche qualche ritornello che si incolli in testa. Più di tutto, mi piacerebbe che restasse l’idea che la musica può essere un modo per parlarsi senza filtri, per dirsi le cose come stanno, anche quando sono scomode, ma con un po’ di grazia e magari anche con un sorriso. Forse qualcuno penserà: “Limarra?! Quello che faceva riflettere, ma ti lasciava pure con una voglia matta di cantare sotto la doccia?!”, e a me, onestamente, andrebbe benissimo così. Se qualche mia canzone ha saputo consolare, far compagnia, o semplicemente strappare un sorriso in un momento “no”, quello è il vero lascito, tutto il resto, come si dice, è “rumore di fondo”.

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