Nella maggior parte dei casi, quando si ascolta un nuovo disco, è facile inquadrarlo subito in un genere o identificarne le tematiche principali.
“Un disco alt-rock che dà voce all’insoddisfazione di un’intera generazione” oppure “Un album che ricorda il cantautorato più classico e ci riporta agli anni d’oro della musica italiana”.
Altre volte, però, non è così semplice farne una classificazione. Alcune volte cominci ascoltando la opening track e credi di aver già capito tutto (“Ci sono: sto ascoltando un disco rock!”), poi arrivi alla chiusura, ti ritrovi ad ascoltare una piacevole melodia strumentale che ti ricorda una serata in spiaggia davanti ad un falò, e capisci che forse non avevi capito niente.
È questo il caso di Dove gli occhi non possono arrivare, la seconda fatica creativa della band messinese La Stanza della Nonna.
Versatilità è indubbiamente la prima qualità che viene in mente alla fine dell’ascolto.
Dove gli occhi non possono arrivare è composto da sette tracce che sono come le sette tappe di un viaggio in sette diversi continenti. Cambiano i generi, cambiano le tematiche, cambiano i suoni, le cadenze, talvolta perfino la scelta idiomatica (è il caso di O papà, cantata interamente in dialetto siciliano).
L’unica cosa che accomuna tutti quanti i brani dell’album, è la stessa preziosissima sensibilità poetica. A chiunque si approcci ad ascoltare questo disco per la prima volta, non possiamo far altro che consigliare una cosa: non aspettatevi nulla. Lasciatevi guidare nel viaggio e godete di ogni meraviglia che troverete lungo il cammino.





























