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Interviste

“Sedicinoni”, il mix di folk, blues, rock e cantautorato di MANCO: l’intervista

“Sedicinoni” è il titolo dell’album “on the road” del cantautore e chitarrista Antonio Manco, in bilico fra folk, blues e rockLo abbiamo intervistato.

D: Ciao, Antonio: prima di tutto presentati ai nostri lettori.
R: Ciao a tutti sono Antonio, in arte Manco (che poi è il mio cognome), e tecnicamente sono un cantautore. In realtà volevo fare il chitarrista ma già da ragazzino, quando ho cominciato a suonare, mi sono resto conto che la nicchia era bella satura e non è che io fossi nulla di eccezionale. Visto che me la cavavo anche a cantare ed avendo iniziato a scrivere canzoni, è uscita fuori questa storia del cantautore, sempre con le chitarre in primo piano, però. Ho militato in diverse band, dalle prime cover band dell’adolescenza ai primi esperimenti inediti. Nel 2012, incoraggiato da Giuseppe Spinelli, amico e produttore artistico, ho cominciato questo “gioco” del cantautore con la mia prima raccolta di canzoni, “Ok…il momento è giusto”.

D: Se dovessi definire la tua musica come la descriveresti?
R: Innanzitutto “vera”. Non riesco proprio a scrivere di cose che non mi appartengono e non mi toccano in prima persona, né scrivere a tavolino… come si suol dire.
Sicuramente è filoamericana, come annunciava in altre parole Edoardo Bennato in “Rinnegato”. La musica americana, dal folk, al blues, al country e al rock più contaminato con le precedenti espressioni, prende una grande fetta dei miei ascolti. Questo inevitabilmente si riversa sulle mie canzoni quindi la mia musica è una sorta di mix tra folk/blues/rock e canzone italiana.

D: Quali sono gli artisti che maggiormente ti hanno influenzato?
R: Ce ne sono veramente tanti. Fin da bambino mio padre mi ha fatto ascoltare tantissima musica anglofona ed ancora oggi mi porto dietro alcuni di questi artisti: The Eagles, Eric Clapton, Lynyrd Skynyrd, Led Zeppelin, Santana. Dall’altra c’è anche un po’ d’Italia (e di Napoli) che porto nel cuore: Lucio Battisti, Pino Daniele, Edoardo Bennato, Antonello Venditti. In adolescenza ho ascoltato tantissimo Luciano Ligabue, che stimo ancora molto ma che non seguo più perché non riesco più a ritrovarmici musicalmente. Negli ultimi anni gli ascolti filoamericani si sono ancora di più intensificati scoprendo nuovi esponenti ed approfondendo quelli già noti spaziando tra Chris Stapleton, Amos Lee, John Mayer, Gary Clark Jr., Bon Iver. Come spesso accade, c’è stato anche un forte ritorno alle radici con scoperta e riscoperta, dal Delta del Mississippi a Chicago a Memphis e Nashville, con tutti gli stili musicali che hanno storicamente caratterizzato quelle zone.

D: Il tuo nuovo album si chiama “Secidinoni”: parlacene.
R: “Sedicinoni” fa riferimento alla proporzione 16:9 che identifica il formato widescreen per le immagini ad alta definizione utilizzata per cinema, televisione e fotografia. Insomma, è il formato ad alta definizione per le immagini in generale. Ho scelto questo titolo per l’album perché, dopo varie ricerche, ho pensato che riassumesse al meglio, in maniera anche originale, il concept che alla fine è venuto fuori. I testi e le storie raccontate nei brani sono caratterizzate da molte immagini, fotografie e riferimenti alla fotografia stessa come mezzo per fermare un’emozione o un ricordo. Ovviamente anche l’impianto sonoro e compositivo ha accompagnato questa idea, in maniera del tutto naturale, tra l’altro, dando ancora di più all’album un taglio “on the road”. Infatti un altro punto cardine dell’album è il viaggio, e per me viaggio e fotografia, immagini, panorami, vanno a braccetto.

D: I tuoi brani sono fortemente pop, eppure si farciscono di sperimentalismi, come suoni in reverse e un interessante uso della spazializzazione. C’è, insomma, un forte lavoro in studio: parlaci di questi aspetti dei tuoi brani. E da cosa sono stati influenzati.
R: In realtà io ho difficoltà a classificarli come “pop”, così come ho difficoltà a classificarli come “rock”, “blues” o “folk”. Sicuramente, in quanto canzoni italiane, hanno una forte componente “pop” nel senso più ampio del termine: popolare. Hanno melodie e ritornelli, nella maggior parte dei casi, molto diretti e travolgenti. Di contro, in queste canzoni c’è molta sperimentazione e fusione in termini di stili, sia in fase compositiva che poi di arrangiamento. Come ti ho detto, ci sono molti suoni blues e folk, come alcune chitarre acustiche, banjo e mandolini (quello folk, non quello napoletano) e la chitarra resofonica suonata con il bottleneck. Ma anche molti suoni digitali un po’ più moderni, come reverse e reverberi molto larghi, l’uso dell’e-bow e di filtri in post-produzione su beat ed altre cellule ritmiche. Questa fusion è venuta dall’incontro artistico, per la seconda volta, con Giuseppe Spinelli, amico e produttore artistico. In realtà io volevo fare un album molto più folk, più nudo e crudo. Ma Giuseppe, dopo non pochi scontri di idee e tempo passato a capire e sperimentare varie versioni, mi ha spinto a provare questa fusione tra suoni folk più crudi e suoni “wet”, come si dice in gergo tecnico. Effetti di modulazione, beat elettronici e quant’altro.

D: Parlaci del feat. con Gennaro Porcelli.
R: Gennaro credo sia uno dei migliori chitarristi blues-rock italiani, ben noto in tutta Europa. È uno di quelli che si è fatto la gavetta vera, vecchio stile, che lo ha portato a suonare con i Blue Stuff e poi con Edoardo Bennato per quasi 15 anni. Gennaro è stato ed è il mio guru della chitarra e siamo diventati anche amici. A volte andiamo ai concerti insieme o io faccio da roadie ai suoi. Dato che spesso ci scambiamo anche musica, gli feci ascoltare i rough mix di “Un altro weekend” e così decidemmo di mettere qualcosa di suo. Devo dire che è stato piuttosto facile e rapido cadere su un assolo suonato con il bottleneck, alla sua maniera.

D: Progetti attuali e futuri?
R: Lo sai, paradossalmente oggi è più facile fare un disco che suonare live. Inoltre io ho una certa idea del live, sono, come dire…un po’ pretenzioso, e quindi non è proprio facile suonare dovunque. Quindi il progetto futuro, a cui in realtà stiamo già lavorando e qualche piccolo feedback lo sta già dando, è quello di mettere su un piccolo tour di date fuori dalla mia regione, per portare le mie canzoni anche ad altre persone che potrebbero avere più difficoltà a conoscerle. Inoltre si stanno aprendo alcune porte ed alcuni circuiti, ma è ancora tutto work in progress, e quindi, per scaramanzia, preferisco non parlarne.

D: Saluta i nostri lettori.
R: Un saluto a tutti lettori di RockON. Spero che questa intervista possa incuriosirvi e vi spinga ad ascoltare “Sedicinoni”. Un saluto ed un grande grazie allo staff di RockON. Ciao!

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