Federico Braschi, in arte Braschi, è un cantautore classe 1991, la cui carriera artistica e musicale prende forma tra Santarcangelo di Romagna, Milano e gli Stati Uniti. Il suo primo EP, Richmond, pubblicato nel maggio 2014, viene infatti registrato a Richmond in Virginia, in cui troviamo un’importante collaborazione con i Calexico, una band alternative country americana di cui Braschi era fan ai tempi del liceo. L’esperienza oltreoceano si arricchisce anche di un tour attraverso alcune delle metropoli più importanti d’America, tra cui New York, Washington DC, Philadelphia, prima di tornare in Italia e far ascoltare il suo primo progetto in tutto lo stivale.
Negli anni successivi Braschi si esibisce su alcuni dei palchi più importanti d’Italia, infatti, nel 2016 è arrivato in finale alla XXVII Edizione del Musicultura Festival con il brano Acqua e neve, oltre ad aver partecipato alla 67esima edizione del Festival di Sanremo con il brano Nel mare ci sono i coccodrilli nella categoria Nuove Proposte. L’anno successivo pubblica il disco Trasparente, seguito da una serie di concerti in apertura ad artisti del calibro de Le Luci della Centrale Elettrica, Diodato, Francesco Gabbani e Fabrizio Moro, oltre alle importanti esibizioni sul palco del Primo Maggio a Roma per due anni consecutivi.
A fine estate 2019 esce Il Cuore degli Altri, il primo singolo di un nuovo gruppo di canzoni a cui si andrà ad aggiungere nel giugno di quest’anno Buon Tutto e l’ultimo lavoro Il cane e la mia ragazza, pubblicato venerdì 20 novembre. Quest’ultimo segna il ritorno del cantautore di origini romagnole in un’atmosfera fragile ed intimista, in un periodo storico di grande difficoltà e fragilità per tutti. Si tratta di una ballata romantica, in cui, nella nostalgia di una notte in cui l’autore esplora le sue fragilità, egli racconta di una persona che cammina su un filo in bilico tra lo stare in equilibrio e il cadere giù. In occasione dell’uscita di questo brano, abbiamo fatto quattro chiacchiere con Braschi, che ci ha raccontato i lati più intimi della canzone, la sua voglia di tornare sul palco il prima possibile e tanto altro.
Ciao Federico, Il cane e la mia ragazza, il tuo nuovo singolo, è da pochi giorni uscito. Innanzitutto, vorrei chiederti se, dopo tanti anni di musica ed esperienze nel campo, ti emoziona ancora l’uscita di un tuo nuovo pezzo e quale significato personale attribuisci a questo brano.
Ogni volta che esce una mia nuova canzone per me è come se fosse la prima volta, anche se ho già pubblicato dieci canzoni nella mia vita e spero di farne uscire tante altre in futuro. Quindi sì, ogni volta è emozionante ed è sempre una scommessa, uno stato d’ansia composto da notti insonni e speranza. Il cane e la mia ragazza è una canzone molto intima e personale, in cui la sfera domestica si mescola con quella onirica. Si tratta di una sorta di preghiera laica, o neanche troppo laica, affinché, se dovesse esistere qualcuno sopra di noi possa vegliare sulle nostre vite.
Trovo che le persone riescano a rispecchiarsi e a ritrovare lati di se stessi meglio nelle parole di una canzone molto intima e personale rispetto che nei brani poveri di soggettività. Sicuramente la tua è una canzone molto personale. Quanto trovi difficile esprimere e in un certo senso raccontare a un pubblico che non conosci personalmente degli aspetti così intimi di te e della tua vita?
È una bella domanda! Onestamente non lo trovo difficile, per me la musica e la scrittura sono come se fossero una medicina, un antidolorifico. È tutto molto istintivo e naturale, non è meccanico e non c’è un ragionamento dietro. Per me, è semplicemente come buttare fuori dal proprio cuore, dal cervello, dalla pancia le cose che sento. Quindi non lo trovo complicato, è più liberatorio e salvifico, perché sento che se non lo facessi rischierei forse di impazzire.
Nel brano c’è un verbo molto presente e di grande significato: proteggere. In particolare, alla fine della canzone risuona quasi in sottofondo la frase “E se c’è qualcuno che mi protegga da chi sto diventando”. Hai mai avuto paura del futuro? Secondo te la musica è in grado di proteggere le persone?
Questa frase è molto ricorrente ed è il centro della canzone. È una preghiera, che se dovesse esserci qualcuno dall’alto, di qualunque natura sia fatto, se sia qualcosa che abbiamo creato noi o meno, che ci protegga dalle piccolezze degli esseri umani dalle nostre miserie, che poi sono quelle che ci fanno stare male. Il verbo proteggere significa preservare: preserva il bello che abbiamo, non farci perdere la tenerezza. Non ho paura del futuro, credo sia sempre un qualcosa da accogliere, bisogna guardarlo anche quando ci fa dubitare, bisogna cercare di comprenderlo in qualche modo e ragionarlo in chiave critica. Penso che la musica protegga le persone, è l’unica scappatoia che ho oltre agli affetti, ha un’importanza fondamentale, è quella cosa che quando tutto ti sta crollando addosso riesce a darti una spinta come una sorta di elettroshock, in grado di farti tornare a vivere e a sentirti vivo.
Come mai la scelta di far uscire un brano dall’atmosfera così intima e fragile in un periodo altrettanto fragile e difficile? Quando è stata scritta la canzone?
Il brano sarebbe dovuto uscire a marzo, ma poi il mondo ci è scoppiato tra le mani e ho pensato fosse il caso di aspettare, ma è stato un errore perché la musica deve andare avanti e la vita pure. Il brano è intimo e fragile, anche cupo, ed esce in un periodo altrettanto fragile e cupo, ma non credo alle persone che devono professare felicità ad ogni costo, credo nella verità delle persone e quindi se un uomo, specialmente un artista, attraversa le tenebre, quelle tenebre devono essere raccontate agli altri. Ed è per questo che se attraverso un tunnel, devo sentirmi libero di poterlo raccontare, altrimenti cade il senso di quello che faccio.
Negli anni passati hai lavorato alla produzione di alcuni tuoi brani in Virginia, seguiti poi da un tour negli States. Come mai questa scelta? Quanto ti ha influenzato quest’esperienza?
Negli Stati Uniti ho creato il mio primo lavoro, un EP di due canzoni che ho realizzato insieme ai Calexico, una band che ascoltavo al liceo, ed è stata un’esperienza fondamentale perché ho capito che la musica non era più un gioco per me, ma stava diventando la mia vita e doveva necessariamente diventare il mio lavoro. In quel periodo stavo ascoltando il parere di un discografico, che mi diceva di come in Italia la musica fosse morta e quindi questa esperienza in America mi è servita moltissimo, in primis a scoprire che quello che mi diceva erano tutte stronzate e poi per imparare un certo modo di fare musica e di essere scrittori e cantanti. Ho imparato da molti cantautori americani a dire sempre la verità, a mostrarsi sempre in bilico, che da un momento all’altro puoi cadere, ma che sei sempre in grado di risalire e trovo che questa continua salita e discesa sia fondamentale da raccontare.
Ci troviamo in un periodo molto difficile, in cui il settore musicale ne sta risentendo molto a livello economico e culturale soprattutto a causa dell’impossibilità di realizzare veri e propri live. Durante la tua carriera musicale hai partecipato a numerosi festival e concerti, ti sei esibito sui palchi dell’Ariston e del Primo Maggio. Quanto ti manca suonare dal vivo? Hai pensato di realizzare dei live utilizzando una piattaforma digitale, come Twitch o YouTube, seguendo le orme di altri artisti?
Sì, il palcoscenico manca inevitabilmente tantissimo, ma sto accettando la situazione presente. Ho provato a ragionare riguardo a possibili live su Twitch o YouTube, non nego che ci possa essere la possibilità di farne in futuro, ma non credo che sia la stessa cosa che esibirmi su un palco. La dimensione è diversa, non hai l’essere umano davanti a te che ti rimanda indietro quello che tu gli mandi, che è impagabile, è la cosa più bella di questo lavoro: mandare un’emozione che ti rimandano indietro, o ricevere un’emozione e provare a restituirla.
Data la tua grande capacità di comunicare le tue emozioni attraverso la musica, se non fossi diventato un cantautore con quale altro mezzo artistico avresti voluto raccontare te stesso al pubblico?
Non ho mai valutato questo aspetto, ho sempre pensato alla musica come l’unica via di fuga dalla mia vita, una vita borghese. Probabilmente sarei diventato un avvocato e avrei lavorato nello studio di mia madre. Quindi, per me la musica è stata l’unica cosa a cui appendersi per provare a sentirsi realizzato e in qualche modo per provare a realizzare un qualche prototipo di felicità. Se non fossi diventato cantautore, probabilmente non mi sarei confrontato con nessun’altra forma artistica, avrei aperto una gelateria e avrei fatto il gelataio.
Quali progetti musicali ci aspettano nel futuro prossimo? Hai già in programma qualche collaborazione?
Non ho progetti per il futuro prossimo, vorrei vivere alla giornata. Ho delle canzoni che amo tanto e che vorrei far uscire una alla volta, per poi racchiuderle in un disco. Mi auguro che il tempo passi scrivendo canzoni e poi, quando sarà possibile, di tornare a suonare dal vivo. Questo è l’unico sogno che ho, continuare a fare questo lavoro.
Per concludere, date le tue origini romagnole, non posso non chiederti con quale cantautore emiliano degli anni ’70 o ’80, all’apice della propria carriera musicale, avresti voluto collaborare o fare una jam session se fossi vissuto durante quegli anni.
Probabilmente Guccini, mi sarebbe piaciuto tanto cantare una canzone insieme o anche solo mangiare un piatto di tagliatelle da Vito a Bologna e ubriacarsi insieme.
Stefano Rizzetto





























