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Interviste

Ponee ci racconta il suo disco, traccia dopo traccia

Ponee è il progetto solista di Antonio Schiano, iniziato come l’alternativa fresca all’urban pop italiano dal cuore spezzato, e il tentativo di dare ordine al caos delle proprie idee, attraverso l’uso di immagini in equilibrio su un filo (il)logico non convenzionale.

Il 16 febbraio è uscito il suo primo disco dal titolo JO, KID, IPA, ROLE

Gli abbiamo chiesto di parlarcene, traccia dopo traccia.

Ginsberg:
Questo brano è nato durante il primo lockdown, attorno a metà aprile. In quel momento particolare in cui ho iniziato a manifestare i primi sintomi di insofferenza e, soprattutto, di estraniamento. La cosa strana è che se ascolto “ginsberg” senza collegarlo alla quarantena, mi sembra un pezzo che parla, in generale, della voglia di andare oltre, di liberarmi di qualche peso interiore. Se invece lo ascolto con la consapevolezza del contesto in cui l’ho scritto, allora individuo tutta una serie di immagini che, in effetti, sono particolarmente attinenti ed evocative di quel momento di quarantena.

Dalla frase “ho una call con Pirandello, scusa” a “ com’è la notte con i bar chiusi? Al buio, vicino ad impazzire tipo albume”, ritrovo i vari aspetti di quella atipica quotidianità forzata. Tra l’altro il fatto che sia un pezzo così tanto pieno di parole e immagini è forse un po’ la manifestazione di tutta quella miriade di informazioni – a volte all’eccesso – che mi arrivavano da libri, film, musica e contenuti vari, fruiti ossessivamente per cercare di occupare il tempo.

Scocciatura:
Questo è uno dei pezzi a cui tengo di più perchè è davvero stato liberatorio scriverlo.

Forse non ho centrato completamente il focus perchè mi rendo conto che, quando la gente lo ascolta, non percepisce nell’immediato il tema o le mie sensazioni. Che poi in realtà è una cosa che mi diverte, quello di non essere troppo esplicito. “Scocciatura” è un modo per parlare, in modo leggero, di una emozione o stato d’animo invece particolarmente pesante: quello della tristezza o, meglio, di una tristezza indefinita che non riesci a collegare a una situazione precisa.

Forse la frase in cui ho cercato di rivelarlo meglio, senza diventare plateale, è l’inizio della seconda strofa in cui dico: “nella gola c’è un nodo che mi condanna, spero si sciolga nel brodo come Susanna – n.b: il formaggino – perchè non posso più stare in apnea…etc

In pratica il racconto di quando un avvenimento o un pensiero ti toglie il fiato e ti butta così giù che sembra di stare, appunto, in apnea nel mare.

Sono andato a pescare nei ricordi di quei momenti; scriverli è stato anche un modo per elaborarli e bloccarne di nuovi sul nascere.

Magritte:
Anche questo è un pezzo che ho scritto nel periodo del primo lockdown. Mi ero particolarmente fissato con alcune letture e alcuni documentari sui movimenti artistici dei primi del ‘900 e sono andato completamente fuori per alcune delle vite dei loro esponenti. Non che prima non ne conoscessi l’esistenza ma, complice la noia del lockdown, sono andato a studiare un po’ meglio gli aspetti che mi interessavano. Ho voluto fare un po’ un esperimento in termini di scrittura, ri-elaborando le immagini che avevo visto e che mi erano venute in mente. Il risultato è un brano leggero e spensierato che ho scritto di getto, senza farmi troppi problemi su cosa si capisse e cosa no.

Tra l’altro, sempre nell’ottica di non preoccuparmi troppo del giusto o non giusto, del comprensibile o non comprensibile, ero consapevole di avere sbagliato la pronuncia di “boulevard” nella seconda strofa ma ho deciso di tenerla così; cosa che negli altri brani invece avrei corretto, visto che sono abbastanza pignolo e per una cosa del genere vado in paranoia.

Wanna Marchi:
Questo è, tra i 5 brani dell’Ep, quello che ho scritto per primo. Eravamo ancora liberi di vagare indisturbati per la città, tra gli eventi notturni e i club. E’ infatti forse il pezzo meno “onirico” di tutti perchè racconta con più concretezza una serie di situazioni ispirate a serate in compagnia, notti sotto-cassa, amori mancati etc. Non nego che sento così lontano quel mondo e quella vita pre-covid che quasi ho dubitato di fare uscire il brano, perchè non riuscivo più a giudicarlo. Poi però è stata proprio la sua spensieratezza a farmelo rivalutare; mi tiene con la testa più vicino a tanti momenti felici. “Wanna Marchi” è un titolo fuorviante perchè potrebbe fare pensare che l’argomento sia tutt’altro ma in realtà è preso da una frase che, secondo me, bene rappresenta le illusioni – soprattutto sentimentali – che la notte ci regala(va) e che, alla mattina, si manifestavano per quello che realmente erano: “tu che sei stata una Wanna Marchi, io che ti ho preso sulla parola”.

Benny Hill:
Il tema del brano è uno di quelli che mi porto dietro da sempre; ovvero la grande differenza che c’è tra la “maschera” e la “persona”, ma anche la difficoltà che spesso si ha nel dimostrare o comprendere questa differenza. Mi sono ispirato a Benny Hill perchè mi ha colpito la ironica tragicità della sua morte; ovvero una persona nel privato complessa – come tutti- morta in poltrona nella propria casa, quasi isolata e/o abbandonata dagli altri…in contrasto con l’immagine pubblica di comico. Dico di un tema a me caro perchè, nel corso della vita, ho spesso utilizzato l’arma della comicità per nascondere insicurezze o aspetti più dolorosi. Il problema è che non tutti riescono a intravedere quello che sei e si focalizzano unicamente sulla facciata più “leggera. Anzi, quando provi a mostrare l’altro lato di te, quando sveli quello che c’è dietro, molti si dimostrano disinteressati o addirittura turbati, quasi come fosse un “tabù” che non si vuole affrontare. E’ un po’ complesso sintetizzarlo in poche parole perchè mi prende così tanto che starei ore a discuterne; ho cercato di condensare alcune considerazioni nella canzone.

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