Pubblicato lo scorso 7 marzo su tutte le piattaforme musicali Reboot, il nuovo singolo di Bussoletti, con la cover realizzata dalla celebre street artist Laika, presentato in anteprima nazionale solo per i fan presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma.
Il singolo, con un allure internazionale, è stato scritto a quattro mani con Dani Macchi, leader della band rock-noir dei Belladonna, e vede anche la partecipazione di Alex Budman, sassofonista statunitense che collabora con artisti del calibro degli U2 e Gwen Stefani. Il mix e mastering sono invece a cura di Steven Baughman, il celebre producer di riferimento dei dischi multi-platino di Eminem e di 50 Cent.
Reboot, che significa “nuovo inizio”, riprende il mood di tutto l’album che uscirà sempre nel 2022 e di cui il singolo farà parte. Ed è proprio la ricerca di un nuovo inizio, la voglia di sperimentare nuove strade espressive e nuove sonorità, che ha portato il cantautore romano alla realizzazione di questo nuovo e atteso progetto.
La tua ultima uscita, l’album “Peso Piuma”, è datata 2019. Per usare una citazione cinematografica: “Che hai fatto in tutti questi anni, Bussoletti?”
Ho scritto tanto ed ho buttato molto di quel che ho scritto. Avevo bisogno di ripulirmi e il blocco forzato del lockdown è servito molto in quel senso. Poi sono “rinato” collaborando a quattro mani con Dani Macchi, con cui mi completo, e allargando le collaborazioni all’estero. Abbiamo lavorato con gli Stati Uniti e il Canada e questo mi ha smarcato dall’ambiente romano fatto di snobberie e fazioni e dai miei blocchi atavici.
Come molti artisti hai sofferto la situazione dovuta a questi anni di pandemia, con l’amore sei riuscito a superare tutte le difficoltà umane e lavorative che si sono create?
Aver creato una famiglia è il risultato più importante della mia vita perché è il mio centro di gravità permanente, per citare un collega immenso. Ogni problema nell’arte, in quel contesto appare piccolo e superabile e questo ti dà modo di non impazzire quando le porte si chiudono o non si aprono. Io credo che le storie d’amore, e quel che ne consegue, siano una fonte d’energia pulita che salverà l’uomo dal suo autolesionismo.
Nonostante la produzione internazionale, il pezzo suona molto italiano. Potrebbe essere la colonna sonora di una commedia o di un film drammatico?
Non saprei. Adoro il cinema e ho molti amici che ci lavorano, magari qualcosa succede. Ci tengo però a dire che l’intenzione era proprio quella di essere italiani perché ne siamo… felici. Il nostro pop è frutto di violenze psicologiche ataviche mentre nel mondo è amato. Alex Budman ha suonato un sax favoloso da Los Angeles eppure all’ascolto sembra che l’abbia fatto a Bologna e che stesse registrando per un disco di Claudio Lolli. Voglio usare le mie canzoni come aeroplano e farle alzare in volo devono essere sincere: io sono quel che scrivo e canto.
Un pop melodico che ben si adatta a molte circostanze…quale potrebbe essere la collocazione ideale di questa canzone?
Nella sfera emotiva più basic. Nell’album nuovo ci saranno canzoni energiche, altre introspettive. “Reboot” invece vuole essere un semplice sorriso. Quello che ho io quando penso che la mia storia d’amore riparte dopo qualche battuta d’arresto tra nervosismi o casini della vita quotidiana.
Sentimenti universali di amore e rinascita partono dalle tue esperienze personali. A chi vuoi che arrivino le tue parole?
Una canzone funziona solo se ci si immedesima. Spero che arrivi a chi abbia voglia di refreshare la propria vita dopo un periodo complesso.
Se pensi ai tuoi modelli artistici nazionali o internazionali che siano, credi che potreste condividere lo stesso target di pubblico?
No, non mi interessa scimmiottare nessuno. Sento cose che suonano come Lucio Dalla, Rino Gaetano o De Gregori e vedo la gente sperticarsi d’applausi. Ma perché? Io ho molta più stima del più piccolo e sconosciuto artista che sta cercando di portare avanti la sua personalità.
Cosa significa per te questo nuovo inizio? Ci vuoi anticipare qualcosa sul nuovo album?
Posso svelare una collaborazione con Paolo Fresu che mi inorgoglisce. Con Dani Macchi abbiamo cercato di ripescare dei suoni “antichi” per mischiarli ad una ritmica moderna. Il risultato sarà nuovo. Magari bello, magari brutto ma nuovo.
Nella copertina realizzata da Laika è raffigurata un’esplosione sullo sfondo. In qualche modo c’è un richiamo alla guerra in corso?
Non a questa, la copertina è stata realizzata prima, ma, sia io sia Laika abbiamo una propensione a seguire quel che succede nel mondo e a raccontarlo. Dicono “impegno sociale” ma è un’espressione orrenda. Non m’impegno ad informarmi, è una mia naturale curiosità. Quando è stata creata la cover c’erano tantissime altre guerre in corso che non sono terminate neanche ora che c’è questo casino in Ucraina. Le esplosioni, dallo spazio, sono uno spettacolo quotidiano.
Questo “reboot” del ritornello può essere riferito anche all’attuale scenario globale?
Lo vorrei tanto. La storia avrebbe dovuto insegnarci qualcosa che evidentemente non abbiamo imparato. E se, per una volta, voltassimo davvero pagina? In fondo anche l’ordine più atroce può essere disatteso. Ripartiamo dai soldati e non dai dittatori.
Hai mai pensato di partecipare a Sanremo o a un talent?
Sanremo è una vetrina e sarebbe bello poterci mettere dentro la mia musica. In fondo, per anni, il settore indie ci ha sputato contro fino a quando non ha avuto modo di andarci. Io spero solo di poter andare all’Ariston con qualcosa che mi racconti davvero. I talent sono lanci promozionali pazzeschi e sono usciti da là bombe come i Maneskin. Però io sono un cantautore e per reinterpretare un pezzo di altri lo devo sentire mio. Il meccanismo di quelle gare mi spiazzerebbe e non aggiungerei nulla.
Che ne pensi della mossa di Achille Lauro per partecipare a Eurovision?
Per certi versi è geniale rientrare dalla finestra. Adoro, in generale, l’insistenza perché certi “no” arrivano da logiche che esulano dall’arte. Lui è convinto che su quel palco spaccherà e si è impegnato a cercare un modo per arrivarci. Se ci fermassimo ai dinieghi delle discografiche saremmo tutti artisticamente morti da anni e artisti preziosi come Gianmaria Testa non sarebbero mai esistiti.





























