A pochi mesi dall’uscita del suo ultimo progetto discografico “Sammy, Cabiria, etc. etc.”, Jacopo Èt torna con la versione deluxe, arricchita da nuovi brani che confermano la sua scrittura intensa e senza filtri.
Tra malinconia e leggerezza, memoria e presente, l’artista emiliano continua a intrecciare musica e poesia, dimostrando quanto il cantautorato possa ancora raccontare il nostro tempo.
Con lui abbiamo parlato di ispirazioni, radici e di quel bisogno di rifugiarsi, ogni tanto, in un luogo felice.
Il titolo “Becalóva” è dolce e nostalgico al tempo stesso. Cosa rappresenta per te quel luogo “felice” e quanto è reale o immaginario?
Quel luogo rappresenta la quiete, la serenità, il sole. Lo fa sia perché è un luogo reale di momenti felici, sia perché è un luogo immaginario a cui penso nei giorni grigi di Milano. Dall’altra parte, con molta onestà, è anche questa faticosissima strada dietro ai sogni che ho scelto di seguire che genera il mio bisogno di ripararmi in un posto lontano da tutto e da tutti. Mi piace intervallare il caos con la spensieratezza, ma se la spensieratezza diventa troppa mi manca il caos, c’è poco da fare.
Con “Carte da Sandwich” rendi omaggio a tuo zio e al suo libro. Quanto c’è della tua famiglia e delle tue radici nella tua musica?
In questo disco soprattutto c’è tantissimo. Tanti testi delle canzoni sono partiti da una riscoperta della poesia di mio zio Attilio e a livello musicale sono tornato invece a scavare anche tra gli ascolti di mio papà, che mi ha cresciuto a pane e musica jazz e prog. Mio papà, tra l’altro, ha suonato varie chitarre del disco e mio zio praticamente tutti i bassi.
Hai scritto per tantissimi artisti di successo. Cosa ti spinge oggi a raccontarti in prima persona come Jacopo Èt?
Avevo delle canzoni che mi sembravano belle cantate da me, che è una cosa che non mi succede spesso. Tutte le canzoni che ho scritto per altri artisti non le canterei mai, non ho la voce giusta, mentre queste canzoni penso che mi valorizzino a livello vocale. Mi piace proprio cantarle, soprattutto live.
C’è una canzone, tra quelle che hai scritto per altri, che oggi riscriveresti per te stesso?
Assolutamente no.
Il tuo percorso unisce musica classica, hip hop, pop e cantautorato. Come si tengono insieme queste anime nel tuo lavoro?
Cercando di fare la musica che mi piace e cercando di farmi meno problemi possibili. Artisticamente è di sicuro importante avere un suono e un modo di scrivere riconoscibile, ma non voglio nemmeno privarmi di canzoni che mi fanno stare bene solo per avere una coerenza di marmo. Ci sono tanti artisti super coerenti a livello di percorso, uno un po’ più eclettico non darà fastidio.

A proposito di futuro: “Sammy, Cabiria, etc. etc.” è un punto d’arrivo o solo un nuovo inizio per Jacopo Èt?
È esclusivamente un nuovo inizio.
Se potessi scegliere un solo brano del disco per raccontare chi sei oggi, quale sarebbe e perché?
Forse sceglierei “Via Ricordi”, è una canzone che parla di casa mia e penso che racchiuda l’essenza di quello che è il mio suono e il mio modo di scrivere.
Se potessi reinterpretare un classico della musica italiana alla tua maniera, quale sarebbe?
Penso che mi butterei su “Piazza Grande” di Dalla, cosa che ho fatto, tra l’altro, recentemente in una trasmissione in Rai. La scrittura semplice, ma musicalmente non banale e il linguaggio poetico, ma comunque della gente, sono per me gli ingredienti perfetti di una grandissima canzone.






























