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I 5 brani preferiti dei Little Pony

E’ uscito lo scorso anno Voodo we do, album della band Little Pony, fuori per Soundinside Records e in distribuzione Believe Digital. Canzoni scritte in viaggio, riflessioni sulle ossessioni della modernità e le stregonerie da social… Un rito magico, potente come solo i bambini possono immaginare, per scacciare via il superfluo, il compulsivo, l’ostinata arroganza dell’omologazione coatta delle interazioni nelle piccole e grandi cose del quotidiano. I Little Pony non fanno jazz, non fanno rock, non fanno hip hop nè punk o spoken words su basi funk disco rap; i Little Pony sono fuori moda e fuori dal tempo. Il disagio ha un suono ironico, cupo e rabbioso mentre balla: i Little Pony fanno Voodoo.

Con un po’ di ritardo, abbiamo deciso di incontrare Marco della band, per chiedergli quali sono i suoi 5 brani preferiti. Ed ecco com’è andata. 

Morphine: “Souvenir”

Questa canzone dei Morphine, Souvenir, è in scaletta nell’album The night, loro ultimo disco purtroppo ma il primo che ho ascoltato.

Il loro sound “denso”, inconfondibile, tra jazz, new wave e blues, è sexy e raffinato, come il petting  migliore che puoi fare: romantico e passionale che non serve aggiungere altro.

Il basso a due corde di Sandman, le percussioni, il sax, è tutto dosato in modo minimale, essenziale, la loro personalissima ricetta perfetta.

The Cure: “Killing an Arab”

Il sound del basso dei Cure, da Dempsey a Gallup, è sempre stato per me, come bassista, un punto di riferimento certo.

Linee “semplici”, mai virtuose, ma fondamentali nella scrittura dei loro brani, che mi ballavano in testa già dal primo ascolto.

Tra le tante, ho scelto questa canzone, anche perchè mi ha sempre affascinato il modo in cui restituisce a pieno l’atmosfera del libro di Camus dal quale è stata ispirata: L’étranger.

Ero adolescente ed era la prima volta che leggevo qualcosa del noto scrittore francese; avevo i Cure in cuffia che rendevano in musica pienamente, il senso di alienazione e “l’assurdità del vivere” del protagonista, con una ritmica e una narrazione tale che mi sentii immediatamente catapultato sulla spiaggia di cui parla Camus nel libro. Un viaggio, uno dei tanti, del quale non posso che essergli grato.

Mark Lanegan: “Ode to sad disco”

Mark Lanegan è stato come un parente o un amico più grande, con il quale sono cresciuto. 

A differenza di tante band o artisti, fondamentali per me nelle varie fasi della mia vita e che magari ammiro e amo ancora ma che oggi non riesco più ad ascoltare, Lanegan è, ed è sempre stato presente nei miei ascolti.

Prolifico anche nelle collaborazioni con gli artisti più disparati, sempre con la sua cifra stilistica ben definita e una presenza scenica unica, sono riuscito a vederlo dal vivo più volte fortunatamente, da solo ma anche con i Q.O.T.S.A. e mi ha sempre colpito la sua umiltà da gigante che non sa o che semplicemente se ne frega di esserlo.

Anderson Paak: “Come down”

Anderson Paak e la sua mescla di rap, r’n’b e funk, l’ho ascoltato per caso sul canale you tube NPR tiny desk un pò di anni fa.

Canale sempre ricco di spunti per conoscere nuovi artisti mainstream e non.

Ha un groove pazzesco che spinge mentre canta, suonando contemporaneamente la batteria e facendola sembrare la cosa più semplice del mondo.

Di questo brano mi piace la genuina arroganza.

Young Fathers: “Toy”

Band inglese che ho conosciuto per la loro collaborazione in un brano dei Massive attack che già seguivo.

Trovo molto interessante come usano le voci:

gli incastri melodici pop con il flow del rap, r’n’b, soul e tanta tanta altra roba ancora.

Di questo brano mi piace anche il videoclip ufficiale e i bambini usati come metafora dell’assurdità del potere ma ho preferito linkare il live su KEXP perchè dal vivo sono davvero forti!

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