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Arashi – Spiaggie Adriatiche

di Thanks For Choosing

Il mondo dei talent è innegabilmente complesso, sembra- soprattutto ultimamente- un marasma un po’ incasinato in cui cercare con una lanterna qualcosa di interessante, motivo in più per cui vedere risorgere dopo quasi sei anni di silenzio qualcuno che forse l’X-factor ce l’aveva veramente è sempre un piacere. Mutato nome, Riccardo Schiara diventa Arashi e torna sulle scene con un nuovo EP, “Spiagge Adriatiche”, che sembra essere un’evidente presa di posizione nell’universo della musica italiana contemporanea.

In quattro tracce, che vanno a comporre un concept di una decina di minuti, sembra spogliarsi completamente di tutti i fronzoli, accompagnandoci in un universo riflessivo, al limitare dello spirituale. A chi si fosse mai ritrovato seduto sul litorale adriatico (e non stiamo parlando di Rimini) quel senso di immersione in un’analisi interiore – che viene quasi naturale quando cullati dal rumore delle onde – può essere più familiare, ma con un sound che spazia dalla black music all’elettronica Arashi riesce a riprodurre perfettamente il concetto.

Così, “Incubo” introduce un momento di riflessione personale, nel quale in una dimensione onirica si rivivono i momenti di felicità passati, per essere poi trasportati bruscamente in una realtà ben diversa, fatta di solitudine e distanze forzate. Riflessione che continua in “Angeli”, la seconda traccia del disco, che ammicca ad una trap spogliata di quegli stereotipi che a volte caratterizzano troppo il genere: restiamo sempre in un universo che si proietta nell’onirico, evocando ora immagini e sensazioni personali estese all’universale, con sonorità coinvolgenti che si trascinano con fluidità da una traccia all’altra.

Si arriva dunque a “Spiagge Adriatiche”, title-track nella quale, trasportato da voci di sirene, il cantautore approda in un non-luogo dal quale osserva con serenità e distacco la propria vita, guidato solo ed esclusivamente dalla sua mente, “motore dell’immensità”. Siamo quanto mai più distanti dalle sonorità alle quali ci aveva abituato in passato Arashi, in una dimensione sonora che si sveste delle reboanti sovrastrutture elettroniche e rallenta i propri battiti per seguire al meglio il flusso di coscienza dell’artista.

La conclusione del disco è affidata a “Manifesto”, una sorta di breve “pamphlet della sopravvivenza” nel quale alla solitudine e all’isolamento viene preferita, una volte per tutte, la comunione con l’altro da sé. Un “brivido a bassa frequenza”, che va concludere un disco consapevole e cesellato, contraddistinto da un soul minimale che fa breccia nell’anima come la brezza del litorale.

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