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Dall’Indie all’It-pop: evoluzione, estetica e linguaggi

“Si è creato prima il mercato e poi la scena indie. E per questo finirà tutto: perché è finto”

Lo diceva Calcutta a Vanity Fair nel 2019. Che sollievo. Basta indie all’italiana, basta farsi la guerra per decidere chi è cantautore o no, basta parlare e scrivere di fuffa insomma. Almeno in parte. Perché ecco che l’indie è diventato il nuovo pop. Chi voleva rimanere nell’underground ci è rimasto (forse un po’ più comodo) e chi voleva sostituirsi al mainstream ce l’ha fatta, spartendosi l’heavy rotation delle radio nazionali con quelli che il pop nostrano lo suonano e cantano sempre uguale da decenni e che perdono fan solo quando passano a miglior vita. 

Di questa piccola e recentissima rivoluzione nei nostri ascolti decide di scrivere Dario Grande: torinese, studente del Dams, speaker radiofonico e musicista nato nel 1994. Abbastanza giovane da venire investito dall’onda indie durante gli anni di formazione? Sì. 

“Dall’indie al mainstream. Questo è il percorso che il libro analizza, sviluppandolo attraverso le tappe fondamentali della scena indipendente italiana dell’ultimo decennio. Si arriva così alla nascita del cosiddetto it-pop, ovvero il nuovo pop italiano. Questo è il punto cruciale dove la musica indipendente e il mainstream coincidono. Si parte dalla definizione di indie (all’estero e in Italia), per concentrarsi sullo sviluppo del panorama musicale italiano. Dall’affermazione di una seconda ondata di artisti indie verso la fine degli anni duemila fino a oggi. La narrazione del percorso si contestualizza anche nei mutamenti che social network e piattaforme di streaming portano nell’industria musicale e nei nuovi modi di fare e ascoltare musica, nonché nelle modalità comunicative più caratteristiche del nuovo indie-pop. Una panoramica sugli artisti con particolare attenzione sui nomi più emblematici della scena e alcuni essenziali riferimenti al passato, conclude il lavoro.”

Questo promette la quarta di copertina e infatti Vasco Brondi, Niccolò Contessa, Edoardo D’Erme e Tommaso Paradiso vengono ritratti come le guerriere Sailor della scena. 

Senza nulla togliere alla presammale (Le luci della centrale elettrica), il colpo di genio (I Cani) e la caciara (Calcutta), tutte cose sacrosante, ma davvero c’era bisogno di andare a ripescare la merda dello yuppismo (TheGiornalisti) e innalzarla a modello dell’indie? Per quanto riguarda il target si è passato il testimone ai late millennials e questi che hanno fatto? Si sono lasciati scoppiare gli anni ’80 in faccia.

La storia è questa: dieci anni fa le etichette indipendenti sono riuscite a interpretare meglio delle major il clima che stava attraversando il paese e a utilizzare in modo più originale i nuovi strumenti che avevano a disposizione, ossia i social, per promuovere i loro artisti. Quando hanno iniziato ad arrivare i numeri veri si sono trasformate a loro volta in Sith oppure hanno potuto far valere la loro etica del lavoro in quanto promotrici di soluzioni vincenti. Sembra quasi un lieto fine.

Peccato che a vincere sia stato, anche in questo caso, il patriarcato. Perché non c’è spazio per girl power, queerness o rappresentazione di altre culture ai vertici delle classifiche indie e it-pop. Nella scena alternativa e poi mainstream si fa largo sempre e solo il tizio che deve urlare nel microfono le pare riguardanti gli amici o la pischella. Toppata anche questa occasione di crescita collettiva. Paradossalmente a essere un po’ più progressista ora è proprio una costola del rap, con Achille Lauro, Madame e Mahmood a tirare la carretta. 

Metterlo nero su bianco, a posteriori, fa ancora più impressione. Leggere la lista di fonti dell’opera invece fa proprio male, dato che su un totale di quarantacinque fonti solamente nove portano la firma di un’autrice. Tra quelle discografiche, che sono trentanove, giusto tre gruppi vantano una componente femminile e poi nell’arco di 142 pagine vengono menzionati al volo Baustelle, Verdena, Prozac +, CSI e Coma Cose. Ignorare quanto questo sia problematico è diventato lo sport preferito di chi nell’industria discografica o nel mondo dello spettacolo ci lavora, a ogni livello. Come se le donne nella scena non esistessero, non fossero rilevanti, meritevoli di ascolti, hype, degne di vincere Sanremo, stare sulle copertine dei giornali musicali o addirittura scriverci! 

Adesso che i pezzi grossi di questa rivoluzione hanno ottenuto tutto ciò che volevano ci si potrebbe concentrare su Any Other, Levante, Maria Antonietta, Giungla, Margherita Vicario, Gomma, Be Forest, Mèsa, Canarie, Priestess, Mòn, Myss Keta, La Niña, Francesca Michielin, La Rappresentante di Lista, Ariete, Laila Al Habash, Ginevra, Joan Thiele, Hån e Giorgieness? A questo punto dovrei citare ogni singolo progetto che mi passa per la testa che non sia composto interamente da maschi bianchi, borghesi, etero e cisgender. Per fortuna in maniera un po’ più strutturata lo sta già facendo shesaid.so Italy, di cui consiglio le playlist piene di artiste italiane indipendenti. 

Ok, il primo album di Contessa è stato uno spartiacque, ottimo, poi però è stato tutto copiato e ricopiato fino al vomito per cercare spasmodicamente di sfondare. La scena “viva e brulicante di idee” in cui è nato l’it-pop era e continua a essere una cricca di amici seduti al tavolino di un bar. Questo succede da sempre, dov’è la novità? Quand’è che a sto benedetto tavolo si potranno sedere tutti senza discriminazioni? Davvero, nel 2021, non ci si è ancora stancati di questa dinamica? La storia è degli uomini perché viene scritta dagli uomini. Quando ho chiuso il libro a me è venuta voglia di lanciarlo addosso a qualcuno. 

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Anello di congiunzione tra le Spice Girls e Burzum fin dal 1988

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