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Reportage Live

Chi è veramente Ray? – THE LEMONHEADS in concerto a Milano

Articolo di Matteo Pirovano | Foto di Claudia Mazza

Gabriel Garcia Marquez una volta scrisse che ognuno di noi ha tre vite: una pubblica, una privata e una segreta. Vite che si intrecciano inevitabilmente l’una con l’altra influenzandosi vicendevolmente.
Sto pensando a tutto ciò mentre guardo incuriosito la figura di Evan Dando posizionata a centro palco, intento a cantare It’s about time a un paio di metri da me.
Occhi azzurri quasi grigi, spenti, vitrei, fissi nel vuoto.

Si percepisce che è lì col corpo ma altrove con la mente.
Dove sei, veramente, Evan? A quale delle tue vite stai pensando?

Mi ha fatto meditare al successo e a quanto sia effimero.
A cavallo tra il 1992 e il 1996 con i The Lemonheads ha scalato le classifiche di tutto il mondo, suonando in alcuni tra i palazzetti più prestigiosi davanti a orde di ragazzini idolatranti, uscendo con attrici e modelle, spesso protagonista nei party più esclusivi del jet set. Salvo poi trovarsi a 50 anni suonati a calcare i palchi di alcuni tra i più piccoli club europei, davanti a poche decine di persone.
Non deve essere semplice arrivare a toccare il cielo con un dito e venire successivamente risucchiati giù nel baratro. Ma d’altronde si sa, più in alto si sale più la botta, cadendo, sarà pesante.
E questa caduta è spesso figlia del caso. Evan non si è fermato dopo il brusco calo di vendite registrato con Car Button Cloth. Ci ha provato (poco in realtà), ma il successo ormai era sfuggito e la gente ha iniziato a disinteressarsi a lui. Il successo è una maledetta equazione imperfetta.
Davanti a me ho un uomo di mezza età, trasandato, sciupato. Indossa una camicia sbiadita e sporca quanto i suoi capelli. Non è atteggiarsi a rock star, non è scena. E’ vita reale.
I racconti del concerto di Bologna di un paio di giorni prima erano tutt’altro che rassicuranti.
Chitarre sfasciate, insulti al pubblico, calci alla strumentazione. Comportamenti alterati da chissà quali sostanze. Temevo pertanto di assistere alla replica scalcinata della performance di Wes Scatlin dei Puddle of Mudd di qualche anno fa in quel di Trezzo, e invece..
Ad un certo punto una fiammella si è accesa e quel ragazzone biondo, sino a quel momento assente, si è come per magia rianimato ribaltando le sorti di un concerto iniziato sotto i peggiori auspici.
Evan ha iniziato a utilizzare gli occhi per osservare, scrutare le espressioni nel pubblico delle prime file intento a intonare i versi delle successive Hospital, l’errante Turnpike Down, Great Big No e It’s a Shame About Ray con il suo indistinguibile riff,  alcuni tra i frutti più gustosi della propria produzione artistica. Era tutto lì davanti a sé, tangibile, concreto. La maschera scura dell’uomo in difficoltà ha lasciato così intravedere qualcosa di quel radioso passato che il pubblico accorso era lì per tributare . La setlist fissata a terra è stata rispettata per le prime 6 – 7 canzoni ma da lì in poi lo show è proseguito a braccio, umorale. Ma a quel punto in Evan c’era di nuovo la voglia di fare ciò per cui è stato messo su questa terra: suonare.

C’è una fotografia sul corpo della chitarra acustica che imbraccia su The Outdoor Type, una foto di vita reale, un ricordo, probabilmente qualcosa di autentico a cui aggrapparsi nei momenti di difficoltà. Una metaforica ancora grazie alla quale ormeggiare in un porto sicuro la propria anima spesso persa nel nulla.

Uno spettacolo che a un certo punto si è fatto intimo, con un set acustico intermedio che è stato il vero cuore pulsante dello show, nel quale sono state inanellate le cover più disparate, atte a sottolineare il gusto estremamente variegato di Evan per i generi più differenti. E non poteva che essere così visto che questo tour nasce di fatto per promuovere l’uscita di Varshons 2, album composto, appunto, di cover delle canzoni di alcuni dei suoi artisti preferiti, sequel del medesimo progetto ormai vecchio di un decennio.

Si passa così dalle calde tinte del country con Just Can’t Take It Anymore a quelle scure della bellissima ed energica rivisitazione di Straight To You di Nick Cave.

Nella lunghissima setlist di serata hanno trovato posto anche un paio di episodi estratti dall’unico disco di carriera uscito a nome Evan Dando, Baby I’m Bored, dai più dimenticato.

Tocca a Into your arms (ooh oh ooh) chiudere uno show che, alla fine, toccherà del tutto insperatamente le quasi due ore di lunghezza. Mica male!
Evan sparisce con la band dietro le quinte alla velocità della luce per riapparire  un istante successivo con un cappuccio in testa, sgattaiolando quatto quatto tra la gente verso il tour bus.
L’uomo oscuro ha di nuovo preso il sopravvento ma siamo felici di aver potuto sbirciare per un paio di ore in quella fessura così luminosa.

Autentica chicca di serata il set acustico in apertura di Karl Larsson, voce degli svedesi Last Days Of April, autore di una prova che ha lasciato ammutoliti tutti i presenti. Bravissimo!

Clicca qui per vedere le foto dei The Lemonheads a Milano (o sfoglia la gallery qui sotto).

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Nasco il giorno di San Valentino del 1978, e forse proprio per questo sono, da sempre, un nostalgico romantico. Apro per la prima volta gli occhi a Genova, ma non riesco a definirmi Genovese a tutti gli effetti pur essendole visceralmente legato. La mia vita è stata vissuta al confine tra la provincia ligure e quella Alessandrina, mi piace considerarmi un apolide della collina. Appassionato di musica sin dalla giovanissima età, cresciuto tra i dischi dei miei, diviso tra Black Sabbath e Led Zeppelin, seguo la musica da sempre. Sono ormai più di vent'anni che coltivo la passione dei concerti, una delle poche a non essere mai calata nel tempo. Sono un Vespista e un Jammer, chi ha una di queste due passioni sa cosa esse significhino. Nella vita lavorativa mi occupo di tutt'altro, le mie passioni sono la mia linfa e la mia energia, sono ciò che riempiono quel bicchiere che, per mia fortuna, riesco sempre a vedere mezzo pieno.

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