Intervista a BASSI MAESTRO: a lezione di Hip Hop

Uscirà a fine ottobre il nuovo EP di Bassi Maestro ft. Ghemon “Per la mia gente“ prodotto da Marco Polo e a novembre partirà l’omonimo tour che per il momento toccherà il nord e il centro Italia. Con l’avvicinarsi di queste date importanti vi proponiamo un’intervista che Bassi ci ha rilasciato quest’estate in occasione di una sua data al “Summer Nite Love Festival” di Mogliano Veneto (TV), intervista che non abbiamo mai avuto occasione di mettere online ma che finalmente trova il giusto spazio che merita.

Intervista di Veronica Drago
Questa è stata una delle serate più interessanti della mia vita con un’atmosfera perfetta per entrare in quello che tutti immaginano debba essere l’hip hop, una realtà che viene dalla strada, fatta di persone umili che parlano alla gente lasciandola a bocca aperta mentre cacciano frasi degne dei migliori poeti contemporanei, arrivando dritti al cuore e allo stomaco e coinvolgendoti in pieno. Ti aspetti di avere a che fare con qualcuno “che ne sa”, che ha qualcosa da insegnarti dal palco, che non ti tiene lontano e scende in mezzo alla gente perché l’hip hop in realtà non dovrebbe essere di chi si sente una superstar che parla dall’alto ma dovrebbe essere di chi dà forma ai pensieri di tutti e per tutti…e Bassi Maestro (o solo Bassi, Busdeez, Bax, The Incredible Cock Dee, Cock Dini, Cock Dizu o James Dini, chiamatelo come vi pare) rappresenta proprio questo. Il suo è un live che coinvolge, che diverte, che fa riflettere e arrabbiare, un live di tutti perché tutti si ritrovano nei testi di colui il quale è davvero il Maestro e a noi di Rockon.it ha regalato parole preziose prima del concerto. Bassi entra dall’ingresso principale con i suoi dischi nella valigetta, passa in mezzo alla gente salutando tutti per andare nel backstage, scende dal palco dopo il live e va a firmare autografi, i cd te li vende lui, non si risparmia a nessuno, si incazza se qualcuno cerca di fargli da bodyguard allontanando i ragazzi che lo sommergono perché, dice, “mi togliete la parte più bella della serata”. Poi dopo la performance ti vede, ti riconosce e ti chiama, ti dice mangiamoci un panino insieme porta anche i tuoi amici, si ferma a fare domande sulla situazione in Veneto, ride e scherza nel backstage con tutto lo staff di ragazzi che si sono spaccati la schiena per la riuscita di questo festival (serata con biglietto a 0 euro!, ci teniamo a sottolinearlo) e con Shokka, Mistaman e tutti gli altri. Sul palco e giù dal palco ti fa sentire parte dell’atmosfera e del suo gruppo e non un semplice spettatore. Per noi si concede volentieri all’intervista, ci sediamo in mezzo agli alberi (il festival era all’aperto) e con una birra in mano mi accompagna a lezione di hip hop:

Ascolta l’intervista in formato audio su SoundCloud

Veronica: Innanzi tutto grazie a Bassi che è qui per Rockon.it. Dunque la tua carriera è cominciata a metà degli anni ’80 circa e io volevo sapere secondo te che cos’hai lasciato e che cosa continui a dare all’hip hop italiano, visto che tutti quanti ti considerano uno degli artisti massimi…tu a livello personale cosa senti di aver dato e di continuare a dare?
Bassi: Io ho iniziato in realtà a metà anni ’80, e ci tengo a precisarlo, ma mi sono poi esposto facendo musica verso metà degli anni ’90 per cui diciamo che è tanti anni che faccio musica e nell’hip hop in particolare sono dentro da quegli anni, ‘94/’95. Ho fatto un sacco di cose, spesso non riesco neanche – ah grazie, è arrivata una birra nel frattempo – a volte non riesco neanche più a quantificare tutte le cose che ho fatto perché i primi progetti uno cerca sempre di inquadrarli, di metterli giù bene e di studiarli. Dopo viene tutto a raffica nel senso che, essendo diventato un lavoro negli anni, oltre che un’esigenza personale quella di fare musica è anche da una parte un’esigenza di continuare a comunicare con tutte le generazioni nuove che si approcciano all’hip hop perché è importante per me portare avanti il mio discorso musicale e poi ovviamente essendo un lavoro ti impegna a farlo costantemente, quindi non è che puoi saltare, purtroppo devi farlo se vuoi mangiare a fine mese per cui le due cose convivono e alla fine sono una raffica di progetti. Molte cose sono rimaste fortunatamente, molti progetti purtroppo anche molto interessanti sono rimasti più inosservati proprio per il fatto che ho fatto veramente tanta roba per cui a volte mi rendo conto che molta roba non l’ho promossa come avrei dovuto o potuto.

V: Che differenza c’è dal partire negli anni ’80 al partire oggi per uno che si affaccia alla musica hip hop, aldilà di tutto il discorso tecnologico, della circolazione delle idee velocissima…
B: Aldilà di tutto credo che la differenza fondamentale sia che chi è partito quando sono partito io avevo un’idea ben precisa di cosa fosse l’hip hop come cultura che fosse veramente controcultura, non uno slogan ma una cultura che fosse antitendenza, mentre invece oggi è l’opposto. Chi si approccia all’hip hop lo vede come una moda, è la musica di moda del momento e quindi è facile fare hip hop oggi perché tutto è servito sul piatto e si è persa la concezione di quello che realmente è a livello culturale. È una musica che ormai purtroppo ha perso gli anni d’oro, sono passati e sono stato molto fortunato ad averli vissuti in pieno e tutto quello che rimane poi ovviamente uno può andare a ripescarlo nel passato però capisco che uno di quindici anni non abbia voglia di mettersi ad ascoltare i dischi di Grandmaster Flash, lo capisco, ho fatto fatica io ai tempi e immagino uno che cresce adesso. Sappiate che però l’hip hop è molto più di quello che pensate che sia.

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V: Quindi secondo te il pubblico poi oggi è diverso anche soprattutto in quello diciamo…
B: Assolutamente e principalmente in quello.

V: Tra le tue tantissime collaborazioni, in quasi 25 anni di carriera, moltissime provengono ovviamente dall’America, dagli Stati Uniti. Facci una sorta di lezione su che cosa ci insegnano loro e se l’Italia può permettersi a sua volta magari di insegnare qualcosa ai cugini di oltreoceano.
B: Ormai ci muoviamo su binari abbastanza diversi ma in generale può essere valido quello che c’è per l’Italia adesso anche per l’America adesso, cioè la musica un po’ per richiesta della gente, perché la gente la richiede. Tutti gli artisti americani con cui ho collaborato sono artisti che arrivano dal mio periodo se non da poco prima per cui sono artisti con cui sono cresciuto ed è gente che ha l’umiltà di riconoscere che comunque il supporto dell’Europa e di chi ascolta ancora il vero hip hop è quello che permette di andare avanti con la loro musica. E’ gente che sicuramente ha una passione e un talento sconfinati e quindi quello hanno da insegnarci, mentre molti dei nostri vecchi stanno lì a piangere su quello che non sono riusciti a fare senza essere propositivi. Anche in America ce ne sono tanti così però ci sono anche tanti esempi di figure che nonostante non siano più i numeri uno del momento continuano a fare musica un po’ per esigenza, un po’ per come la faccio io quindi spesso mi sono ritrovato in questa cosa. Collaborare con artisti più grandi è più difficile ed è anche un po’ una questione di fortuna e un po’ di essere lì al momento giusto, questa è gente che comunque appunto non guarda tanto alla parte culturale ma guarda più al cercare di tirare su più soldi possibili con l’hip hop, quindi va beh…

V: L’hip hop qui in Italia che sensazione ti dà soprattutto vedendo, ti parlo dal mio punto di vista nel mio piccolo, che ci sono un sacco di artisti che parlano di ritorno alle origini, di rimanere attaccati alle radici ma che poi magari negano la fotografia al fan piuttosto che le due parole. Dove sta andando l’hip hop?
B: Ma quella non è questione di hip hop, è una questione di persone; sostanzialmente se uno si comporta da coglione è un coglione sia che faccia hip hop o che faccia rock, cioè…conosco star umilissime e conosco persone che sono arrivate ieri che si credono delle star e non parlano con nessuno. Io per indole mia ho sempre creduto che la cosa più bella di fare musica, la fortuna più grande è quella di poter girare facendo la musica che ti piace fare. L’altra parte bella è poterlo fare incontrando la gente che ti segue, stando in mezzo alla gente, per me non ha senso chiudermi in un backstage, non vedere nessuno e fare entrare due persone per volta tranne quando ci sono delle situazioni che non ti permettono di fare altro per problemi di sicurezza, di ordine pubblico, quello è logico, quando ci sono dei grandi eventi da due o tre mila persone quella è una cosa che non è che puoi buttarti in mezzo alla folla, però c’è da distinguere. Sicuramente tante persone fanno l’errore di pensare che tenendo il distacco con il pubblico e con i fan mantengono uno status e in realtà…insomma poi ognuno è fatto a suo modo e quello poi si riflette nel modo di rapportarsi con gli altri e con la gente.

V: Ti volevo poi chiedere: l’ultimo tuo lavoro, l’ultimo album (“Stanno tutti bene”, n.d.r.), hai deciso di farlo uscire il 14 febbraio e hai spiegato che era perché in concomitanza con il polpettone musical-mediatico di Sanremo. Aldilà della classica domanda su cosa ne pensi della nostra musica, non sto neanche qui a chiedertelo, però…c’è la tendenza nella musica italiana, in generale, ad andare verso soprattutto l’autoproduzione, cosa ne pensi?
B: Credo che i veri artisti, quelli italiani, si siano un po’ stufati del discorso major, dell’essere monopolizzati e del fatto che i soldi se li prenda qualcun altro. – (Ci “interrompono” due ragazzi per salutare Bassi e lui da vero signore non si tira indietro n.d.r.)…ciao ragazzi, stiamo facendo un’intervista ma arrivo… – Tanti artisti stanno andando in questa direzione, prendo Capossela come esempio che ha fatto l’ultimo lavoro da indipendente e ha avuto lo stesso riscontro che poteva avere se fosse uscito con una major, – ma questa cosa purtroppo, visto che l’hip hop va controtendenza (ride n.d.r.), gli unici a non aver capito questa cosa sono proprio gli artisti hip hop. Quindi praticamente adesso diciamo che il problema è che ovviamente le major cercano di far firmare più artisti possibili anche se non sanno poi bene come gestirli magari e gli artisti perdono su questa cosa, perdono l’indipendenza che dovrebbero avere. Io ho perso dei giri regalando la mia musica a qualcuno per inesperienza o magari perché ero giovane e non avevo soldi per fare i miei dischi e avevo bisogno di qualcuno che me li stampasse. Adesso come adesso che le cose sono cambiate diciamo che l’hip hop potrebbe avere tutto in mano perché veramente è la cosa del momento per cui potremmo essere noi a dettare legge, a dire no facciamo così, e invece siamo ancora lì a pendere dalle labbra di qualche deficiente che pensa di saper tutto sui lanci dei dischi ma che in realtà firma degli artisti a caso, questa è la situazione italiana attualmente. Dopo il fatto che ci siano ancora delle realtà come Sanremo, o così, sono sicuramente tradizione. Un’altra cosa che faccio notare è quanto ridicolo sia che per anni con l’hip hop abbiamo provato a staccarci da tutti i canoni della musica italiana e adesso che loro hanno bisogno di noi nessuno si nega mentre invece dovremmo fare il contrario, dovremmo essere noi che un’ennesima volta dettiamo legge, non gli 883 di turno che hanno bisogno dei rapper per vendere un disco che c’è da vent’anni. Con questo, ci tengo a precisare, non ho nulla contro gli 883 che sono un gruppo con cui bene o male sono cresciuto anch’io o i tanti cantanti italiani che stanno facendo in questo momento strada, è solo per dire che insomma dovremmo essere noi che decidiamo il bello e il cattivo tempo…

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V: E la tua track “Hai sbagliato artista” (feat. Salmo n.d.r.) diciamo che su questo la dice lunga…
B: Sì più o meno su “Hai sbagliato artista” ci siamo ritrovati su questa cosa, Salmo si sta accorgendo adesso, a un anno di distanza dai primi grandi successi, che cosa vuol dire essere in mezzo a questo calderone da cui io fortunatamente mi sono staccato ed è uno dei motivi per cui ho sempre fatto pochi video e poche apparizioni e mi interessa abbastanza poco stare nel calderone mediatico. Poi ho fatto anche delle cose è vero però sono stati dei lavori per conto terzi, non me ne vergogno, sono tutte cose che rifarei, ho fatto cose così perché mi piacevano i progetti.

V: Mi hai nominato Salmo, volevo sapere un po’ te che rapporto hai e come ti senti nei confronti delle “nuove leve”, se così si può chiamare Salmo dato che in realtà lui non lo è più ormai…
B: Sì Salmo è una mezza leva dai…No comunque ottimo, ho tanti ragazzi giovani, sto facendo delle cose con Mixup, ho fatto delle cose con Nsp, dei ragazzi di Roma, cose per Rocco Hunt per il nuovo disco, con Salmo mi trovo molto bene come con tutti loro che sono molto “on the grind” (cioè stanno lavorando duramente n.d.r.) come si dice in America. Stanno vivendo questa cosa adesso e si scontrano un po’ con tutte le difficoltà, però hanno ancora veramente la passione di fare musica tutti i giorni che è una cosa che molti di noi hanno perso o che fanno fatica a tenere viva, quindi cerco di trovarmi bene con tutti perché insomma nel momento in cui c’è rispetto e si riesce a convivere musicalmente credo che poi ognuno può avere il suo spazio che è la cosa bella dell’hip hop italiano. Fortunatamente ci sono poche copie, pochi cloni in Italia, ci sono perché ci sono, però diciamo che adesso se sei un clone di qualcuno è difficile che arrivi a fare successo e non è un caso che Fabri abbia avuto successo, che Emis Killa abbia avuto successo, che i Club Dogo abbiano avuto successo, Fedez abbia avuto successo, Nesli abbia avuto successo, sono tutte entità diverse che coprono una determinata richiesta del pubblico adesso ed è giusto che ci siano loro lì perché rappresentano il meglio di quello che fanno.

V: Tornando a una pseudo lezione di hip hop, ne approfitto data la tua esperienza, in Italia secondo te si può dividere l’hip hop anche per zone geografiche nell’approccio che si ha, cioè fare hip hop a Milano è diverso che farlo a Roma piuttosto che in Sardegna?
B: C’è l’idea che fare hip hop a Milano sia diverso perché adesso Milano è un po’ la città dove tutti devono andare per fare hip hop anche se mi sembra che Roma sia ad armi pari adesso perché ci sono nuove generazioni affermate tipo Noyz (Noyz Narcos n.d.r.) che hanno rimesso bene Roma sulla mappa dopo che era tanti anni dai Cor Veleno e dal Colle (i Colle der fomento n.d.r.) che non usciva nulla di così potente. Credo per cui che in realtà è il solito discorso che ti facevo prima cioè che, se uno ha la concezione di quello che è l’hip hop e dell’energia che ha, può emergere da qualsiasi realtà; lo dimostra il fatto che gente come Chiave o Turi, che arrivano da due generazioni diverse ma più o meno da due province simili dove non c’è mai stato niente e dove musicalmente si sono dovuti creare tutto, sono arrivati ad avere comunque un loro seguito o le dimostrazioni di gente come Shocca, che è uscito tanti anni fa da Treviso, o altri che sono riusciti ad avere un nome e ovunque girino in Italia la gente sa chi sono e li segue. Qquesta è la forza dell’hip hop.

V: Non ti voglio rubare altro tempo, però visto che non siamo così tirati un’altra domanda in più ce l’ho…a chi vuole avvicinarsi all’hip hop non come artista ma come ascoltatore cosa consigli, non per forza per far nomi, piuttosto che orecchio deve prestare, come si deve porre verso l’hip hop?
B: Non saprei più dirlo in realtà. Il mio consiglio è cercare di ascoltare la musica che ti piace quindi sostanzialmente il genere di hip hop che ti piace che può essere undergroun, mainstream o quello che è, cercare di capire quali sono le cose un po’ più valide fuori e di capire che per ogni cosa che tu stai ascoltando qualcun altro l’ha già fatta e che quindi ci sono già dei riferimenti. Chi ascolta solo il rap italiano non sa che tutto quello che stanno facendo nel rap italiano e che abbiamo fatto arriva tutto dal rap americano per cui se ti piacciono i Club Dogo c’è sicuramente qualcun altro che ha fatto la stessa cosa prima in America, se ti piace Bassi c’è qualcuno che ha fatto la stessa cosa prima in America, questa è la cosa importante, molti sottovalutano il fatto che non c’è solo l’hip hop italiano. L’altra cosa che dico è che se ti piace e poi vuoi diventare un’artista allora cerca di creare un tuo stile una tua originalità perché adesso la cosa fondamentale è avere un proprio stile altrimenti non vai da nessuna parte, più adesso che dieci o quindi anni fa.

V: Ultima domanda per gli “ignoranti” in materia…dai una definizione di hip hop e rap.
B:
Allora…c’è una mitica frase che pochi adesso conoscono ma si usava tanto che era di KRS-One (“Rap is something you do, but hip-hop is something you live” n.d.r.) e che diceva che il rap è quello che fai e l’hip hop è quello che sei, cioè il rap è l’espressione musicale di un modo di essere che uno può vivere come essere hip hop; è una cosa un po’ così, è una favoletta da dire però in realtà è vero. L’hip hop alla fine racchiude pochi valori e tendenzialmente cerca di fare musica libera da ogni pressione esterna e che può esprimersi veramente a 360 gradi, dalla musica per fare feste e basta alla musica politicamente impegnata, per cui credo che l’hip hop sia proprio la libertà musicale totale di attingere a qualsiasi fonte musicale, perché l’hip hop si rifà a tutti i generi musicali dal funk al soul al rock. Uno può fare tutto quello che vuole con l’hip hop, non ci sono limiti quindi è una musica da sfruttare bene ma anche da prendere con le pinze perché è una musica difficile da gestire.

V: Certamente. Ottimo, allora ringraziamo Bassi per essere stato con noi e andiamo a goderci il live adesso.
B: Peace! Ciao ragazzi, grazie.

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