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Reportage Live

Col sorriso, i THE SMILE frantumano gli algoritmi

Articolo di Umberto Scaramozzino | Foto di Alice Blandini

Se c’è una cosa che l’arte e la cultura dovrebbero fare, è porre domande, quelle giuste. Per tutte le risposte trovate, poi, dovrebbero sorgere almeno altrettanti interrogativi, come teste dell’Idra di Lerna inutilmente recise. A riprova della bontà di questo progetto, da quando i The Smile di Thom Yorke e Jonny Greenwood si sono affacciati sul nostro mondo non abbiamo fatto altro che porci domande. Sono un side project? Quanto dureranno? Fanno sul serio? Perché hanno scelto un batterista jazz? Sono i nuovi Radiohead? Che fine faranno i Radiohead? Che cosa aggiungeranno ad un mondo della musica in disperato bisogno di buone idee?

Oggi qualche risposta, in questo secondo giro di boa della band inglese, ce l’abbiamo. Per esempio sappiamo che fanno assolutamente sul serio. In due anni hanno pubblicato più musica di quanto i Radiohead abbiano fatto in quindici anni. Sappiamo anche che dal vivo sono uno spettacolo molto meno cerebrale della controparte discografica e molto più viscerale, liberatorio, mosso da desideri atavici. Il palco è anche il luogo in cui l’innesto di Tom Skinner, già batterista dei Sons of Kemet, si libera del peso delle aspettative e trova una dimensione congeniale. In effetti dei tre membri, l’unico che avrebbe potuto non essere completamente a proprio agio già nel precedente capitolo era proprio il musicista noto anche con l’irresistibile pseudonimo “Hello Skinny”. Immaginate la pressione di essere chiamato a chiudere un trio con i due quinti dei Radiohead. Immaginate di essere la quota jazz aggiunta a una macchina compositiva talmente rodata da aver paradossalmente bisogno di attrito, per uscire dal proprio mondo. Tremano un po’ le gambe, eh? Nel primo album il ruolo di Skinner era rimasto un po’ indefinito, sospeso tra aspettative irreali e intenti incompiuti, ma con Wall of Eyes le sue ritmiche hanno finalmente espresso il carattere necessario a chiarire cosa sono e cosa possono essere i The Smile.

Questa volta il trio, certo di non essere né un side project né una semplice variazione sul tema, prova a darsi una forma più definitiva, anche se facendolo si avvicina in modo molto naturale – forse anche un po’ pericoloso? – ai Radiohead stessi. Riprendendo una timeline diramatasi dalle sperimentazioni di The King of Limbs, poi troncata nel più canonico A Moon Shaped Pool, i The Smile giocano con trame psichedeliche e con il pop rock più raffinato, dimostrando di avere una priorità creativa ed espressiva che di questi tempi è quasi utopia. Così Yorke e Greenwood hanno iniziato a modellare la tantissima argilla sbattuta sul banco nel 2022, consci che dal vivo le forme ottenute sarebbero state ancora più affascinanti, se non riconoscibili. In tal senso Wall of Eyes risulta molto più convincente e interessante di A Light for Attracting Attention. Si portano in tour anche un prezioso musicista come Robert Stillman a supporto e lavorano su una pulizia dei suoni che ha il compito di rendere ipnotico ciò che altrimenti rischierebbe di essere solo labirintico. Anche per questo forse sono nati pezzi vagamente pop come Friend of a Friend. In più c’è l’art rock delle fondamenta, la psichedelia degli schemi ripetuti, ma anche forti influenze krautrock e un tessuto elettronico che fa da potente impulso elettromagnetico, lo stesso che muove migliaia di corpi di fronte al palco.

Tutte queste parole per dare un contesto all’attuale momento dei The Smile, in concerto all’Auditorium Parco della Musica intitolato al Maestro Ennio Morricone, a Roma. Questa lunga premessa per liberarmi del peso della responsabilità di scrivere di un progetto tanto complesso e indagato e infine, seguendo l’esempio dei protagonisti di questa storia, lasciarmi andare. Passo alla prima persona singolare, mollo gli inutili tecnicismi e provo a dirvi cosa io, Umberto Scaramozzino, ho provato, consapevole di commettere un errore di forma, in barba alle buone norme. Vi racconto di come ho visto il passo induttivo di tutti gli algoritmi contemporanei incepparsi e le logiche andare in frantumi. Ho visto Thom Yorke ballare con la leggerezza di un infante e Jonny Greenwood immergersi in un rito sciamanico tutto suo, nascosto dietro alla sua temporalesca nube di capelli. Entrambi ottimi autori di colonne sonore, oggi intenti a musicare un film composto da pochi, fugaci fotogrammi. Un’immagine in particolare si incide nella mia cornea, mentre chiudo gli occhi per assaporare di più il momento e resistere alla tentazione di tirare ancora fuori il telefono per registrare qualche secondo in più di quella bellezza. È l’immagine di un Thom Yorke contagiosamente sorridente, quasi a voler rendere didascalico il nome scelto per questa band. Riapro gli occhi giusto in tempo per scorgere lo sguardo compiaciuto di Tom Skinner rivolto al suo frontman. Starà pensando alla fortuna di trovarsi su quel palco, no? Perché con tutti gli interrogativi e i dubbi del caso, questo progetto nato dalle restrizioni di una pandemia e da qualche bisogno sopito, è merce rarissima.

I The Smile, sia in studio che dal vivo, mi appaiono come uno spazio sicuro nel quale il genio compositivo di Yorke e Greenwood può muoversi liberamente, sperimentando, sbagliando, modellando. Realizzando anche quel desiderio del chitarrista di sacrificare anche momentaneamente la qualità compositiva – o quantomeno mettere da parte il perfezionismo – e produrre di più e più liberamente. E così anche esibirsi di più, ma per meno persone. Mi emoziona pensare che nelle terre desolate degli stream bulimici e dei mega-raduni da ottantamila persone tutto questo sia possibile. Che esista una controparte così libera e creativa e che esista grazie a qualcuno che potrebbe tranquillamente starsene seduto sul trono. Mi emoziona ancora di più Teleharmonic, che da sola basterebbe a giustificare la costruzione del mondo dei The Smile. Dal vivo mi appare persino più bella che su disco e mi spinge a formulare un pensiero blasfemo. Penso che io per rimettere istantaneamente in moto i Radiohead firmerei a occhi chiusi qualunque patto, ma prima di poggiare la penna sul foglio darei almeno una sbirciatina per essere sicuro che lo smantellamento dei The Smile non sia tra la clausole. Allora sì, che firmerei col sorriso.

Clicca qui per vedere le foto dei The Smile all’Auditorium Parco della Musica “Ennio Morricone” di Roma (o scorri la gallery qui sotto).

The Smile
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