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La Belle Epoque – Demoni

Esce davvero troppa roba. Finisce inevitabilmente che i dischi si accumulano, si perdono, si ricevono e si accantonano. Solo che poi la musica ha quel dannato potere, ogni santa volta, di arrivare nel momento giusto, e quel disco che avevi ignorato a novembre, in questo caso Demoni de La Belle Epoque, poi risalta fuori nell’ennesimo momento di sconforto, che non si può affrontare altrimenti. Il mondo non era poi così pronto a rimettersi in moto: sembrava l’altro ieri che c’eravamo chiusi in casa, che il locale a Milano che avevamo riempito all’inverosimile ogni giovedì sera ora era chiuso, tristemente, fino a data da capire. Tutto sospeso, tutto incredibilmente inverosimile: tempo per leggere, solitudine, tempo per guardare tutti i film che non avevamo mai preso in considerazione, tempo per fare tutto, persino per stare da soli. Mi spiace così tanto ammetterlo, ma mi piaceva vivere così, dove tutto non era veramente reale. E poi, non me ne sono accorto, ma l’iper realtà di doveri e routine mi si buttata di nuovo addosso, questo settembre non è mai stato così doloroso. 

E quindi eccomi qui, a lavorare davanti agli schermi, a sentirmi di nuovo stanco, a guardare tutti i dischi che sono usciti e che mi sono arrivati nell’etere mentre vivevo nella mia bolla temporale ed ascoltavo solo Jimi Hendrix e i classici che mi sparava mio padre, e dire che lo imploravo anche di smettere. Capito dentro Demoni, ultimo disco de La Belle Epoque uscito senza chissà quale supporto live, non è colpa di nessuno ma un disco senza un tour non è più un disco, è una meteora che devi esser fortunato a intercettare e, sebbene incredibile ritardo, mi son sentito davvero fortunato. Demoni non solo è un ottimo disco, di quelli suonati, di quelli che trasudano mestiere a giornate infinite in sala prove, ma anche un inconsapevole ritratto di questi tempi incerti, dove più o meno tutti abbiamo dovuto combattere con i nostri demoni. 

Dieci brani per scoprire una dimensione completamente nuova della band che, messa da parte l’istintività del primo album, riesce a traghettare l’ascoltatore in un viaggio in bilico tra ragione e sentimento, spaziando tra ritmiche incalzanti, arrangiamenti cangianti e suadenti melodie. L’alternative rock dei Marlene Kuntz più sottotono, ma l’ispirazione incredibile di una scena che non vive più, e che La Belle Epoque, di nome e di fatto, ci riporta con una delicatezza incredibile. Da ascoltare in macchina, da vivere tutte le mattine a lungo, perchè si assorba nella pelle e faccia da calmante in un periodo folle. 

Articolo di Lorenzo Pasqui

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