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KOBAYASHI – In Absentia

KOBAYASHI - In Absentia

KOBAYASHI - In Absentia

Entro in una stanza, molto ampia, dove ci sono delle persone sedute contro le pareti, non le vedo in faccia, la stanza è buia, ma una flebile luce che arriva da non so dove illumina i contorni. Ognuno sembra pensare ai fatti suoi, nessuno sembra aver notato la mia presenza. Tutti continuano ad occuparsi delle loro attività, apparentemente inutili ma avverto che quelle attività sono armoniche fra di loro. Sembra che ognuno stia preparando per conto suo qualcosa che poi diventerà un progetto comune, qualcosa di bello e delicato, ma anche molto potente. Ogni tanto sento dei colpi, dei rumori di piatti, un ronzio invade la stanza sempre più acuto e sempre più forte.
Improvvisamente si alzano tutti e vengono ad abbracciarmi, il calore dei loro corpi mi avvolge, mi sento a casa, in famiglia, come se li conoscessi tutti da molti anni, alcuni di loro hanno degli strumenti in mano e suonano una musica rilassante e carica di aspettative, carica di tensione creativa, vengo investito da questa tensione e mi sento parte di quel progetto anche se non so cosa sia, mi sento parte di qualcosa di bello, e ne sono felice, anche se un po’ di malinconia mi pervade.
La musica cresce sempre di più, ad un certo punto, tutti iniziano a muoversi velocemente, mettono insieme tutto quello a cui stavano lavorando e inizio a capire cosa stanno facendo. Il progetto prende forma, sento ancora più tensione intorno a me. Io rimango lì, immobile, disorientato, non so cosa fare, osservo, ascolto, amplifico tutti i miei sensi per cogliere ogni sfumatura di quello che sta succedendo. Le persone viaggiano da una parte all’altra della stanza, quando passano mi sfiorano, ma dopo un po’ iniziano a colpirmi, mi agito, ma subito tutto si calma. Ancora ricominciano tutti a muoversi. La situazione si fa seria, l’impressione di essere di troppo inizia a farsi strada dentro di me, gli sguardi si fanno cupi, il lavoro si fa concitato, le facce, per quello che riesco a vedere, sono tirare, contratte da uno sforzo mentale che non riesco a percepire direttamente, ma immagino. Sono tutti in cerchio intorno a qualcosa, ma non riesco a vedere cosa, mi hanno totalmente escluso, non mi permettono neanche di sbirciare, mi allontano e mi siedo contro la parete e osservo. Dopo qualche minuto sembra che siano riusciti a trovare un accordo su come realizzare quello che stanno facendo, ancora non ho idea di cosa sia, ma mi piace. Sembrano aver finito, mi alzo per cercare di capire a cosa hanno lavorato, ma qualcuno mi scansa con forza.
Lentamente si spostano tutti, c’è attesa nell’aria, si percepisce, tutti aspettano qualcosa di importante, gli sguardi sono fieri per il raggiungimento dell’obiettivo. La luce flebile svanisce e non vedo più nulla. Sento rumori di persone che si siedono per terra, vicine, forse aspettano qualcuno. La musica esprime perfettamente quest’attesa palpabile e si fa sempre più nervosa.
Si apre una porta e la luce invade la stanza, c’è un piccolo palco al centro della stanza, un palco dalla forma molto particolare, progettato per ospitare un unica persona.
Entra una donna coperta da una tunica. Si posiziona sul palco e inizia a sputare parole distorte, il suono della sua voce raschia l’aria e le mie orecchie. Tutti ascoltano. Attenti. Immobili. La sua voce è rotta continuamente da pause che spezzano le parole, ma nessuno sembra accorgersene.
La donna svanisce nel nulla. Tutti si guardano increduli. Piangono. Si disperano. La tensione è sempre più alta, qualcuno inizia a strattonarsi, mentre altri cercano di dividerli, per un attimo si calmano tutti. Io temo il peggio e lentamente, stando attento a non farmi vedere, mi avvicino all’uscita. Muovo un muscolo alla volta. Intanto loro stanno lì, in piedi, bisbigliano e mi guardano con la coda dell’occhio.
La luce si spegne, qualcuno grida, e tutto a un tratto li sento tutti addosso a me, calci, pugni, mi sembra si essere piombato in un incubo, non vedo nulla, sento solo dolore, sento solo i colpi che mi vengono sferrati e le urla. Un calcio mi arriva dritto in faccia e sento il sangue che mi cola dal naso, respiro a fatica, forse è rotto, la mia bocca si riempie di sangue, lo sento quando deglutisco, qualcuno si allontana, sento il rumore di qualcosa che si rompe, e poi sento un asse di legno che mi colpisce in testa.
Sto perdendo i sensi mentre continuo a sentire i colpi che sempre più forti si abbattono contro di me.

In Absentia non è altro che la sonorizzazione live dell’opera “In Absentia” di Antonello Pelliccia, portata in studio.
E’ difficile descrivere un disco che è profondamente legato a un’opera che non si è vista, per questo quello che avete letto sopra, è la mia personale trasposizione in immagini della musica.
Ma cercherò comunque di darvi una sintetica descrizione di quello che le vostre orecchie troveranno.
In Absentia dei Kobayashi è un disco audace, sperimentale sia nell’uso degli strumenti che nella forma e carico di arte pura. Ma allo stesso tempo si lascia ascoltare molto semplicemente, non è per niente ostico o difficile se non per il fatto che è quasi totalmente strumentale. Si va dal rumore al jazz, dal noise alla melodia più emozionante, tutto legato dal fluido del post-rock. E’ uno splendido disco che vale veramente la pena comprare e ascoltare perchè fa parte di un progetto artistico ampio e affascinante e si sente chiaramente ascoltandolo. Lo troverete on-line, ma vale la pena recarsi in libreria (sì, in libreria) per comprarlo insieme al plaquette di poesia “Gilgames” di Laura Pugno (presente anche nel disco) edito da Transeuropa  Edizioni.

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