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Interviste

Ancora più vicino (a me). Intervista a MARIA CHIARA ARGIRÓ: CLOSER, o la ricerca di sè e come tradurre il piano in elettronica

A tu per tu con Maria Chiara Argiró, compositrice e musicista italiana in ascesa di una scena, quella del jazz-ambient che trova tra i suoi esponenti voci sempre più interessanti e interessate a sapere dove si andrà a parare con la musica oggi. Da Londra ci racconta di sè e di come si è avvicinata sempre di più a un’idea di se stessa senza compromessi. Partendo dal pianoforte, per arrivare al sintentizzatore (e non solo).

Articolo di Marzia Picciano | Foto di Dimitris Lambridis/Emanuela Vertotti

Quando ascolti Maria Chiara Argiró pensi immediatamente alla delicatezza di certe giornate. Non importa molto dove tu sia, Londra (dove è lei), Roma o Milano ma sei sicuro ci sia una, per l’appunto, delicata foschia intorno a te. Come tradurre questo in musica?

Se si è pianisti (formata sin da tenera età), produttori e dotati anche di un animo gentile si è anche consci che dalla combinazione di musica classica, jazz ed elettronica puó venire fuori qualcosa, un suono, che è molto più simile al flusso di emozioni che proviamo mentre ci muoviamo da un assunto all’altro sul nostro qui ed ora piuttosto che l’emozione statica del sillogismo che andiamo a stamparci in testa. Per lo meno, ho pensato questo mentre cercavo disperatamente di raggiungere l’aeroporto di Palermo in una macchina intrisa dalla fine di una bella storia fatta di strade dissestate.

Ma andiamo con ordine, anche se il flusso di coscienza sarà quello che guiderà la mia intervista con Maria Chiara di qualche settimana fa, poco prima dell’uscita del suo nuovo lavoro, Closer, lo scorso 26 aprile (l’etichetta è la losangelina Innovative Leisure, per dire, la stessa che segue i BADBADNOTGOOD). Ho scoperto Maria Chiara in un afoso pomeriggio di settembre sul palco dello Spring Attitude e la prima cosa che mi ha colpito è stata la sua grazia nel voler dirci che dalla musica possiamo pretendere di più. Quindi l’ho seguita.

Closer: uno sguardo su Maria Chiara Argiro

Closer è per Maria Chiara l’album della rivelazione. Ascoltandolo verrebbe da dire di tantissime reminiscenze, ma quello che emerge è la sua personalità. Light è la traccia che da avvio al tutto, anche in termini di release, parla – dice – di cercare il proprio centro e bilanciamento e a me vengono in mente i Lali Puna. Si entra poi nel vortice di quello che vuole essere un album più ‘ballabile’ eppure non posso non sentire l’assillante gravità quasi morale che si impone dietro pezzi come Air, la stessa che trovi in un lavoro di Moderat. Non che il clubbing non possa insegnarci a essere profondi, insomma, il signor Blake ci ha fatto una carriera sul darci pugni allo stomaco mentre lo interpretiamo al buio di sale gremite, eppure è evidente che la caratura dietro l’aspirazione di Maria Chiara vada ben oltre, segna e disegna qualcosa di nuovo e originale che non sapevo di voler conoscere. E forse neanche lei.

Musicista, compositrice e produttrice di Roma, da 12 anni circa a Londra (dice che dopo il decennio perde il conteggio). Parla della sua esperienza nella capitale UK come di una “vita molto intensa” oltre che interessante, dice di aver avuto fortuna, di “aver potuto sviluppare il suo mondo sonoro in questa città”. Quella di Maria Chiara è una bella storia, che inizia con il principe degli strumenti, croce o delizia di chi lo padroneggia, e soprattutto una storia di esposizione ad agenti esterni che non sempre si traducono con una diagnosi negativa e un periodo di reclusione, anzi.

Ho studiato pianoforte, inizialmente classico, a Roma e mi sono innamorata del jazz subito dopo le elementari, una roba veramente un pó folle” ride. “Ero un po strana. Ero interessata forse perchè sono stata esposta sempre a tanta musica. Mia mamma ha insegnato all’Accademia nazionale, mi ha esposto a musica classica e contemporanea. C’è stato questo amore, un pó voluto anche per gli studi fatti, classici, poi jazz, e poi c’è la parte ‘ribelle’: ho sempre ascoltato musica rock, alternativa, elettronica. Piano piano ho cercato di sviluppare un mio mondo sonoro”. Forest City è stato il primo lavoro in cui ha abbandonato le diciture propriamente jazz e abbracciato le atmosfere ambient, guardando a Jon Hopkins ma non solo, a cui ha fatto seguito oggi Closer di cui si dice super-proud, soprattutto di come è lei in questo momento.

Sono felice di come sono in questo momento, un momento abbastanza naturale, in cui le cose che accadono, le mie composizioni… non sono forzate, è stato tutto un processo molto bello e naturale”. Sarà un effetto di quello che è la sua continua esposizione? “Ho suonato e ho avuto la fortuna in questa città di suonare con tantissimi gruppi musicisti immensi e band che mi hanno segnato e formato dal punto di vista di come sono da musicista ma anche come compositrice e produttrice.” Per dire: Maria Chiara ha iniziato e lavorato come turnista per These New Puritans, collabora con Jamie Leeming, tra i suoi fan conta Four Tet e Gilles Peterson, ha inserito un suo pezzo nella colonna sonora di Elite.

Londra è la chiave di volta per comprendere Maria Chiara e il suo lavoro e soprattutto Closer, come ci è arrivata. La connessione con quella che considera la sua città è incontenibile. “Io volevo, a dire il vero, ci credevano in pochi, rimanere a Londra per un annetto. E poi è finita che è stato un pó un amore a prima vista con la città e la musica. È una valanga di musica di tutti i tipi e tutt’ora con tutte le difficolta del post Covid, è un centro musicale molto forte. E non ci sono tutte queste etichette: conosco musicisti che fanno musica diversa, and it’s ok. C’è molta libertà. Questa cosa mi ha fatto invaghire e mi ha fatto sviluppare tante relazioni. La cosa bella di Londra è che è una città grande, ma è piena di communities, del jazz, del mondo dell’elettronica, di tante culture, peró al loro interno si puo navigare”.

Navigare a vista, ma con certezza

In Closer, infatti, si naviga. Si passa da combinazioni aeree di tasti romanticamente intrecciati di Closer, al clubbing liberatorio di Grow, allo skipping sotto le voci sincopate di September, al simil r’n’b pulsante come Time. L’intero lavoro èun avvicinamento costante a uno spazio interno di profonda libertà e accettazione. Un cambio rispetto al lavoro precedente per lei epocale, una vera sfida. “Forest City è nato come un’esperimento, a inizio 2020 e poi durante il lockdown, quando ancora non si sapeva cosa sarebbe successo… è stato un esperimento anche per le collaborazioni, e i suoni. Invece per Closer ho avuto una chiarezza che non avevo mai avuto e ho quasi un pó paura che non mi capiterà mai più!

Parla di una chiarezza compositiva cristallina: “Sapevo esattamente cosa volevo fare. È stato un processo personale, ho esplorato, al contrario di Forest City in cui esploravo il mondo esterno, il mio mondo interiore. Mi ha guidato un’urgenza diversa e sicuramente una chiarezza diversa, anche per quanto riguarda l’arrangiamento”. Da musicista, segue certamente uno schema, ma si lascia andare, lasciandosi il dubbio del risultato e affidando la valutazione al suo giudizio a pelle. “A me la musica piace sentirla, non vado a fare dei calcoli su dove deve essere il verso, e se subito dopo deve esserci il ritornello. Ragiono molto ascoltando e sentendo, sentendomi. Da questo tipo di esperimento si sviluppa il proprio linguaggio, e rimango super open, molto aperta” senza preclusersi vie o nuove sonorità. Quello che Maria Chiara ha fatto con questo album è stato innanzitutto accettarsi, anche nei propri desideri.

Quando si tratta di comporre su elettronica deve essere cosi, anche se ci vuole coraggio per inserirsi dietro un pensiero e seguirlo, realizzarlo. Soprattutto se si inizia da uno schema classico. Ma come ci dice Maria Chiara, se l’industria musicale oggi è “broken”, è anche vero che c’è lo spazio per attivare un cambiamento, rimanendo positivi.  

“Scrivo molta musica, ho la possibilità di scrivere per altre persone, di collaborare e suonare tanto. Non ho mai avuto nessun tipo di forzatura nella scrittura. Questo album quindi è nato dall’urgenza più totale. Racconta di un mio mondo, tra l’onirico e il reale, con tutte queste linee blurry che si mescolano. È stato molto difficile, perchè sono stata guidata da una sensazione, ho fatto un viaggio dentro di me, ed è difficile spiegarlo se non attraverso la musica!” Maria Chiara ci parla dello sforzo, naturale, di voler fare “una cosa bella” nel fare musica. “Voglio esprimermi nel modo piu libero possibile. È un album che è un racconto anche un pó… ho lavorato molto su questa voce femminile e maschile, che si mescolano. Anche a livello di produzione ci sono sicuramente meno stratificazioni. Quando ho iniziato a scrivere questa musica ho pensato: io ho bisogno di essere diretta. Nella mia vita, sempre di più. Più onesta con me. È nato tutto da questa sensazione”.

C’è molto sogno in Closer. Il piano è perfetto ma qui serve il sintetizzatore, per essere più “clubby”. “Ci sono delle fasi nella musica (del disco, n.b.) che sono più da club. È questo il bello di lasciare che il flow della composizione vada. La cosa più importante è che scrivo tutto al piano, suono tutto al piano ma anche su sintentizzatori. Ho tradotto molte cose sui synth e anche qui avevo molta chiarezza in questa traduzione, anche perche il processo di scrittura è stato molto veloce”. Anche nello sfidare le sue idee: “avevo questo interesse a dire: ok nella produzione voglio sentire la voce piu upfront.. cosa che non avrei mai fatto qualche tempo fa! A volte ho paura di autosabotarmi, ma mi lancio, faccio una cosa che non vorrei davvero fare, ma è cosi che aiuto il mio sviluppo creativo. È una sfida continua trovare altro, e replicare un brano da uno strumentto acustico, e chiedermi: com’è che puo funzionare questa stessa melodia su questo sintetizzatore? Ma questa volta ero sicura”.

Per tradurre i sogni ci vuole un pianoforte, e Londra

L’elettronica è un’industria del resto che permette di prendersi dei rischi e tramutarli in licenze poetiche, e su questo il valore di etichette che supportano un processo creativo come questo è fondamentale. Ma dipende, si sa, il successo, anche dal pubblico. Non è un caso che Maria Chiara sia a Londra. Su questo ha una visione molto precisa. Per lei, tutto è legato all’esposizione del pubblico. “Due anni fa ho suonato a Glastonboury. Dopo tanto anni anche questa è stata una rivelazione: di come il ragazzo di 15 16 anni e il bambino di 2 anni in braccio ai genitori di 40 anni vanno di pari passo. Stavano sotto cassa a sentire gli Idles. Così come il signore di 80 anni con la sua sediolina. E pochissime persone erano con il cellulare. È un evento enorme, un paese dei balocchi, peró mi ha fatto capire che la cultra inglese musicale è stata esposta.” Va avanti “Qui hanno BBC 6. In Italia non esiste qualcosa di simile. C’è Radio Raheem certo, ma non è come una radio nazionale. Esistono diverse sub-cultures che non potranno mai raggiungere lo stesso pubblico di una radio nazionale. Sto quasi facendo una ricerca antropologica, ogni volta che viaggio e vado a suonare… Mi rendo conto che è vero. In Italia, a Milano, quello del 4 aprile è stato un bellissimo concerto, ma a Roma, non so quanto un pubblico generale, non la nicchia, quanto davvero conosca questo mondo, eppure ci sono tantissimi artisti che fanno questo crossover musicale”. Per Maria Chiara è evidente che non siamo abituati a questo tipo di linguaggio perchè “nessuno ha detto al pubblico che esiste questa musica”.

È un’educazione importante quella dell’ascoltatore, che parzialmente nella sua idea si sta cominciando a fare in Italia con kermesse come Jazz Re:Found, come a Londra dove comunque molti club chiudono dalla fine del Covid, ma che comunque non rinunciano alle nuove sonorità. Chi lo fa, dice, sono degli eroi per lei. “In Italia di festival ce ne sono tantissimi. Il problema è quanto i club riescono a fare promozione. Il pubblico si distrae di piu quando non trova qualcosa che ha gia sentito”.

Siccome è importante ascoltare e far ascoltare musica a cui non si è abituati (e qui sarebbe da tatuarsi quello che Maria Chiara mi dice: “bisognerebbe vivere di più. Anche perche siamo in una fase di passività”) le chiedo consigli per gli acquisti, su cosa ascolta lei: “qualcosa di slow grunge, completamente diverso dall’elettronica come come Homeshake con CD Wallet, lui è il chitarrista di MacDeMarco. Pochissimi synth, solo chitarre. Poi Tyrzah, e Salami Rose Joe Louis, artista con cui ho avuto modo di collaborare.” Ci cita anche Jockstrap e l’ultimo lavoro dei Blonde Redhead. E una considerazione: “mi sono accorta che ascolto tantissime artiste donne. Forse perche stanno un pó più nell’etere. Mi sono resa conto che c’è una problematica di pubblico, l’80% e più è maschile, e dicono siano normale… ma per me no, ci vorrebbe un cambiamento”.

Prossime date di Maria Chiara Argiro’ in Italia:

17.05 – Bologna (BO), Gemini Festival

13.07 – Gaeta (LT), Gaeta Jazz Festival

Maria Chiara Argiro’ – Closer VIDEO

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Dall’Adriatico centrale (quello forte e gentile), trapiantata a Milano passando per anni di casa spirituale, a Roma. Di giorno mi occupo di relazioni e istituzioni, la sera dormo poco, nel frattempo ascolto un sacco di musica. Da fan scatenata della trasparenza a tutti i costi, ho accettato da tempo il fatto di essere prolissa, chiacchierona e soprattutto una pessima interprete della sintassi italiana. Se potessi sposerei Bill Murray.

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