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Reportage Live

Non amo le droghe ma i TAME IMPALA sono il mio acido lisergico – Foto e Reportage del concerto di Milano

La band australiana ha condotto il pubblico dell’Ippodromo di Milano in un trip multisensoriale senza l’assunzione di allucinogeni.

Articolo di Chiara Amendola | Foto di Claudia Mazza

Sin dall’immediato colpo di fulmine nell’anno in cui Lonerism ha visto la luce, ho sempre pensato che i Tame Impala fossero una proposta insolita. Kevin Parker, un geniale australiano con un’aria disinvolta – che potrebbe essere descritto come un surfer tra gli apostoli di Gesù – ha iniziato come one-man band che fingeva di non suonare ogni nota da solo perché temeva di non essere abbastanza interessante per essere un artista solista. Ora è il produttore di platino chiamato a realizzare una canzone con Diana Ross per la colonna sonora di Despicable Me 3 e a remixare Elvis per Baz Luhrmann. Il suo spettacolo dal vivo di cinque persone, nel frattempo, è diventato un’attrazione sufficiente per essere acclamato in tutti i festival del mondo.

Qui all’ippodromo, per l’unica data italiana della band, l’overture è in grande stile, almeno per me, con una line up che vede tra gli opener un – non ho capito bene la scelta – Giorgio Poi – che comunque amiamo lo stesso – e i Nu Genea, opzione azzeccatissima. Ma per evitare di prolungarmi con lodi spropositate e noiose, mi soffermerò solo sugli headliner di questa giornata, da annoverare, a mio parere, tra le migliori che settembre ha da offrirmi.

C’è subito da sapere per chi è neofita dello show che un live dei Tame Impala aspira a essere un evento multisensoriale, molto più di un concerto rock, ma non del tutto un rave.

Un video introduttivo proiettato sugli schermi presenta un rappresentante farmaceutico che pubblicizza un nuovo farmaco che altera la percezione del tempo – “Questo è il momento giusto per prendere il Rushium” – consiglia – le immagini, che si confondono con la band, richiamano la psichedelia degli anni ’60.

Parker interpreta il ruolo di un profeta acuto, inondato dai colori che si sprigionano dal suo minaccioso alone di fari sul palco, cercando di portare un sollievo temporaneo alle masse.

Il ritmo del concerto parte scandito con “One More Year“, dove un’illuminazione abbagliante si sincronizza con livelli audio nitidi e con il falsetto di Parker che fluttua in cima al mix.

Un esercito di luci di scena spunta dietro la band, ognuna meticolosamente programmata per abbagliare e stordire gli spettatori in qualcosa di simile a uno stato dissociato in cui possono solo annuire con la testa e accompagnare il frontman.

Oltre a fluire tra i suoni, la band perfeziona l’arte della tensione e del rilascio, creando molti momenti di costruzione che, una volta risolti, fanno esplodere la folla. “Apocalypse Dreams” gioca con l’estetica, fondendo il croccante ritornello a metà tempo con le immagini commestibili di un’onda epica che si infrange. Durante il riff esteso un enorme anello di luce circolare inizia a librarsi creando un’illusione ottica stroboscopica.

Quando il set raggiunge la metà dei suoi 120 minuti, il materiale del gruppo inizia a sprigionare la sua profondità. “Breathe Deeper” è il primo punto di forza con la sua atmosfera da musica soul anni ’80 che fa ballare i presenti ormai più che pronti a divertirsi, poi Parker alza il tiro guidando la sua formazione in “Elephant, costruita su una linea di basso rimbombante, e la folla non può che ruggire di nuovo. Mi scappa tantissimo la pipì ma non ho il coraggio di allontanarmi dal pit adesso.

Al di là della singolare visione e dell’accattivante presenza scenica di Parker – chi avrebbe mai immaginato che “Feels Like We Only Go Backwards potesse trasformarsi in un canto così dolce per la folla? – l’hype della serata è stato il batterista Julien Barbagallo, che ha avuto l’estenuante compito di convertire le esecuzioni in studio in schemi praticabili dal vivo, oltre a creare una spina dorsale abbastanza pesante da non far galleggiare in mare il resto delle chitarre e dei synth.

I fan cantano con entusiasmo i versi che si dipanano sui sintonizzatori come se fossero cori da terrazza, i dischi in cuffia si trasformano in qualcosa di inverosimilmente spettacolare suonati ad alto volume in uno spazio sovrabbagliato dalle luci. “The Less I Know the Better”, una delle canzoni più sognanti che abbiano mai superato il miliardo di streaming, viene accolta come un inno e penso di morire per soffocamento a causa dell’eccessivo fervore del mio canto compulsivo.

Su One More Hour le intenzioni sovversive e concitate si calmano, è il momento della chiusura e i volti si incupiscono perché ne vorremmo ancora. I Tame Impala hanno questa capacità di farti sentire quello che hanno provato quando hanno concepito le loro canzoni e le immagini live sono così eteree da condurti in un trip senza l’assunzione di acidi.

Parker ci ha cullato in quello che possiamo definire uno stato indisturbato di beatitudine, e c’è da dire che l’ipnosi è un lusso in un’epoca in cui intorpidire la mente per un incantesimo è la più grande benedizione che si possa chiedere.

Ah e per chi temeva la pioggia, il nostro Santone ha fatto pure questo miracolo.

Clicca qui per guardare le foto dei Tame Impala all’Ippodromo di Milano (o sfoglia la gallery qui sotto)

Tame Impala

TAME IMPALA – la scaletta del concerto di Milano

One More Year
Borderline
Nangs
The Moment
Breathe Deeper
Elephant
Love/Paranoia
Apocalypse Dreams
Mutant Gossip
Let It Happen
Feels Like We Only Go Backwards
Lost in Yesterday
Eventually
Runway, Houses, City, Clouds
New Person, Same Old Mistakes
The Less I Know the Better
One More Hour

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Cinefila e musicofila compulsiva. Quando qualcosa mi interessa non riesco a tacere.

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