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Reportage Live

PAOLO NUTINI: reportage e scaletta del concerto di Bologna

Articolo di Costanza Garavelli (Bologna)
Foto di Andrea Ripamonti (Gardone Riviera)

É il Sequoie Music Park lo scenario che accoglie la quarta data del tour italiano di Paolo Nutini, ieri sera a Bologna. Nato in Scozia, classe ‘87, Nutini vede gli esordi della sua carriera a Londra, che lo accoglie poco più che diciottenne quando con il suo primo album, These Streets, dai richiami blues e folk, ma con il taglio innovativo tipico della grinta di un adolescente, arriva a oltre due milioni di copie vendute nell’arco di pochissimo tempo e preparandolo a una successiva brillante carriera, che incontra però una lunga pausa, interrotta finalmente quest’anno.

Nella calura crepuscolare bolognese, alle 20,30 l’area sotto il parco è gremita e si respira l’euforia elettrica di chi, Nutini su un palco, lo aspetta da sette anni. Si fa aspettare ancora un  po’, ma d’altra parte, dopo un attesa così, un’ora in più non cambia nulla, anzi, forse aumenta ancora di più l’eccitazione generale. Sono le 21,30 quando si spengono le luci e si accendono i due schermi ai lati del palco. Compare lui, accolto dalle grida di un pubblico commosso. Jeans, maglietta, capello lungo e spettinato, Nutini è sempre lui, un ragazzino scozzese che sembra capitato sul palco per caso. O almeno finché non impugna il microfono, lancia l’ultima occhiata alla folla sotto di lui che resta col fiato sospeso, e libera la voce sulle note di Afterneath, investendo il pubblico con nuovi sound elettronici e l’inconfondibile potenza, roca e sensuale, prodotta dalle sue corde vocali. Il primo paio di pezzi sono proposte del nuovo album Last Night in the Bittersweet, uscito quest’anno ad otto anni dall’ultimo, Caustic Love, e che ha incantato i suoi fan.

I suoni di questa nuova versione di Nutini, più introspettiva forse, rispetto ai tempi di New Shoes, sono ampi e profondi e plasmati su un tormento interiore che sembra voler offrire con grande consapevolezza. Si muove sul palco, inondato dalle scenografie dai richiami vintage che scorrono sugli schermi, come se quell’inquietudine spezzata se la volesse strappare fuori, a pugni chiusi, stretti sullo stomaco mentre i richiami malinconici di Acid Eyes colano sul pubblico, che ormai è completamente sedotto. Cambia chitarra e atmosfera, proponendo delle versioni più classiche di Last Request, Cherry Blossom e Coming Up Easy, seduto su uno sgabello,  con un arcobaleno anni ‘70 in background. Viene voglia di urlare, di ballare, dare vita al sollievo che gli abissi della sua voce portano allo stomaco di chi è li sotto. Lui sorride e chiacchiera con il pubblico come fosse in compagnia di vecchi amici. “I love you too” in risposta a qualche dichiarazione d’amore lanciata dalle transenne sottostanti. E si racconta, in maniera ironica, “mi chiedono cosa ho fatto negli ultimi sette anni..beh, sono stato nella  mia camera a canticchiare trallallà” e scoppia a ridere. Prosegue, pescando nella sua vasta tavolozza musicale, passando da una dimensione dai nuovi richiami pop con Petrified in Love, uno dei singoli che ha preceduto l’uscita dell’ultimo album, per arrivare a pezzi iconici come Jenny don’t be Hasty, cantata a squarciagola da lui e dal pubblico sottostante, trascinato giù dalle note strazianti del pezzo. Su Candy c’è un crollo emotivo generale. La distesa di braccia protese verso di lui è a perdita d’occhio, il pezzo viene eseguito in unisono da lui e ogni singola persona presente. Si vede addirittura qualche accendino acceso sventolato in aria,  che ormai troppo tempo sono stati normalmente sostituiti con i telefonini.

Gli ultimi pezzi sono i maggiori successi ad alto impatto emotivo dell’ultimo album, Everywhere e un Through the Echoes sparato a tremila, annegato nella disperazione graffiata della sua voce, seguiti da Iron Sky, tratto invece da Caustic Love (uscito nel 2014) e Shine a Light mentre attorno a lui prende vita uno scenografico gioco di luci.

Chiude la serata con un tributo all’Italia, in cui affondano anche le sue origini familiari, eseguendo Guarda che Luna di Buscaglione, facendo autoironia sul suo accento e lasciando chiunque con il cuore gonfio. Un ritorno caldissimo e riuscitissimo, dopo troppi anni di sentita assenza, che vede il cantautore scozzese rinnovato, più consapevole e forse più disilluso, ma che mantiene una continuità che lo rende indimenticabile.

Per citare un amico: Paolo, anche se amareggiato dalla vita, resta sempre Paolo Nutini e tutto il cuore che ha lo dà a noi. E quell’amarezza, che riesce a trasmettere estrema e rincuorante con la sua musica, era davvero mancata. 

Paolo Nutini

PAOLO NUTINI – la scaletta del concerto di Bologna

Afterneath
Lose It
Scream (Funk My Life Up)
Acicd Eyes
Stranded Words (Interlude)
Radio
Dream a Little Dream of Me (Ozzie Nelson and His Orchestra cover)
Last Request
Coming Up Easy
Through the Echoes
Cherry Blossom
Petrified in Love
Jenny Don’t Be Hasty / Teenage Kicks / New Shoes
Pencil Full of Lead
Candy

Encore:
Desperation
Iron Sky
Shine a Light

Encore 2:
Guarda che luna (Fred Buscaglione cover)

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