Articolo di Simona Ventrella
Ci sono serate in cui la musica entra in punta di piedi, ti attraversa come una corrente elettrica, ti scuote per ricordarti che sei vivo. Una di quelle scosse sotterranee che senti vibrare a distanza di ore, giorni forse, quando tutto torna silenzioso e resti solo tu con le tue colpe, le tue rese, i tuoi barlumi di speranza. Ci sono cantautori che sul palco riemergono portando con sé ogni ombra, ogni scintilla, ogni scheggia che hanno raccolto lungo la strada. Micah P Hinson, il texano magro come una promessa mancata e al tempo stesso solido come una ferita che ha imparato a guarire, è uno di questi. Sul palco non ha alcuna intenzione di mentire. Mai avuta, in realtà. E infatti il suo folk scheggiato, quell’alt-country che sembra filtrare il mondo attraverso una pellicola graffiata, si è aperto davanti al pubblico come in una confessione sussurrata, ma con la forza brutale di un temporale che non hai visto arrivare.
“The Tomorrow Man”, l’ultimo disco di recente pubblicazione, è stato il fulcro della serata, presenziando come un fantasma benevolo, come il simbolo di una rinascita che non cancella il dolore, ma lo compone e lo riassembla con la calma di chi ha capito che la vita continua, e spesso lo fa nel modo più imperfetto possibile. L’apertura con Oh Sleepyhead è in qualche modo una scelta già di per sé rivelatrice, un sussurro che ha il peso di un macigno e che ritorna in versione solo all’inizio del encore, quasi a dire che il cerchio non si chiude mai davvero, che il sonno e il risveglio esistono solo come parentesi in un’inquietudine più ampia. Da lì in poi , “One Day I Will Get My Revenge” e “Think Of Me” portano immediatamente la serata su un terreno di fragilità e rivendicazione, con quell’alt-country sfilacciato che sembra nato per vibrare dal vivo. Non è nostalgia: è un inventario di ciò che si perde e di ciò che resta. La voce, quell’oscura e profonda filigrana che da vent’anni lo distingue, attraversa la stanza come una lama affilata e allo stesso tempo come un panno caldo premuto sulle ferite. Non solo voce e chitarra, anche I musicisti che lo accompagnano si sono mostrati della stessa pasta, arricchendo i brani con sfumature sonore ricercate e una presenza elegante e misurata, offrendo spesso un contributo ritmico solido ma mai invadente e creando il perfetto equilibrio con la musicalità di Hinson. La sinergia creata tra di loro, ha conferito un’impressione di grande naturalezza e sensibilità, elevando l’esperienza live, nel rispetto dell’anima introspettiva e poetica delle canzoni.

Si prosegue con “Take It Slow”, “The Last Train to Texas” e “There’s Only One Name” che lavorano sul tempo, quello che fugge, quello che uccide, quello che salva.Il cuore..A seguire una serie di radiografie dell’anima, come in una è una specie di caduta controllata, con canzoni che oscillano tra rassegnazione e un barlume di redenzione. Verso la fine “Carelessly”, “Hallow” e “Walls” funzionano come una sorta di ricapitolazione tematica: amore illuso, vuoti da attraversare, barriere interiori da scavalcare o semplicemente da accettare. “Walls”, soprattutto, è un pezzo che in un live del genere suona come un testamento provvisorio: le mura non sempre crollano, ma puoi sempre imparare a viverci dentro.
Ripensare alla traiettoria di Hinson significa scorgere le crepe di una carriera che ha sempre oscillato tra l’abisso e la resurrezione. Dal fulmineo esordio del 2004, “Micah P. Hinson and the Gospel of Progress”, ancora oggi una delle testimonianze più limpide di fragilità resa musica, fino ai periodi di smarrimento, ai silenzi, ai ritorni che profumano più di battaglia che di semplice ispirazione. “The Tomorrow Man” è il suo punto di svolta: non la negazione del dramma, ma il riconoscimento che la vita può anche scegliere di non schiacciarti ogni giorno. Un disco che dialoga col dolore senza inginocchiarsi ad esso.
Il concerto milanese è stato dunque una sorta di rito silenzioso, un incontro a metà tra lucidità tecnica e demolizione emotiva. Hinson ha mostrato un repertorio che oggi appare come una mappa dettagliata dei suoi crolli e delle sue rinascite, e forse proprio per questo capace di toccare corde profonde: non perché racconti storie esotiche, ma perché racconta la verità, quella ruvida e intransigente, con la schiettezza brutale dei grandi cantautori che non hanno nulla da perdere e tutto da donare. Una lezione di sopravvivenza in forma di concerto.

MICAH P. HINSON – la scaletta del concerto di Milano
Oh Sleepyhead
One Day I Will Get My Revenge
Think Of Me
Take It Slow
The Last Train To Texas
There’s Only One Name
Mothers & Daughters
I Don’t Know God
Take Off That Dress For Me
When We Embraced
Beneath The Rose
What Does It Matter Now?
Ignore The Days
Carelessly
I Thought I Was The One
Hallow
Walls
Encore
Oh Sleepyhead
I Was Just Standing There
500 Miles



























