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Reportage Live

ROBERTO VECCHIONI. Infinito Amore – Foto, reportage e scaletta del concerto di Milano

Articolo di Roberta Ghio | Foto di Roberto Finizio

Il primo amore non si scorda mai, si dice. Correva l’anno… quando ricevetti in regalo il “mitico” mangiadischi arancione con tanto di fiabe sonore a corredo. Ma “Fata Piumetta, i cuscini sprimaccia” non mi convinse molto. Così feci la mia prima richiesta musicale, per il mio terzo compleanno: Samarcanda di Roberto Vecchioni. Il primo amore. Che non tradisce. E come capita col primo amore, il ritrovarsi scalda il cuore ed è ancora più bello se questo avviene nella stupenda cornice del Teatro degli Arcimboldi, per la ripresa autunnale del tour L’Infinito. Nel buio totale, un recitato fuoricampo, introduce alla serata. E all’apertura del sipario, il sorriso e il fare rassicurante di Vecchioni che ci viene incontro a braccia aperte, come quando si va verso un caro amico che non si vede da tempo, accolto da uno scroscio di applausi. Si inizia con Una notte un viaggiatore, quasi declamata, accompagnata dal suono mediterraneo del mandolino di Lucio Fabbri, sotto l’immagine di un orologio da stazione.
Bisogna amare tutto ciò che si sta vivendo. Questa sera noi cantiamo l’esistenza. Queste le parole per introdurci alla serata. Capiamo subito che non stiamo assistendo ad un live, ma stiamo facendo un viaggio. Nell’esistenza appunto. Guidati abilmente da un Virgilio che non ci propone un brano via l’altro, lasciandoci soli con le nostre emozioni, ma ci aiuta a comprendere. E lo fa con modestia, con parole semplici, ma efficaci. Ogni canzone è introdotta da pensieri e considerazioni, che prendono spunto sia dalla letteratura, sia dal quotidiano, per creare in noi il terreno propizio per accogliere e far germogliare al meglio l’essenza di ogni singolo componimento. Il tutto accompagnato (o annaffiato) da arrangiamenti che non urlano, ma che accolgono ed esaltano, grazie alla sapienza di Lucio Fabbri, Roberto Gualdi alla batteria, Antonio Petruzzelli al basso e Massimo Germini alle chitarre.


L’amore in primis, quello che si trova nei versi dei poeti e dei cantanti, con la citazione di Euripide Non ama veramente chi non ama per sempre che insieme alla bellezza della dichiarazione d’amore verso la sua compagna (“in lei confluiscono tutte, Beatrice, Laura, tutti i poeti di tutti i tempi hanno cantato sempre lei. La mia donna è il mondo”) introduce Ogni canzone d’amore, una poesia più che una canzone, su un accompagnamento strumentale che resta rispettoso di fronte alle parole e con discrezione ci prende, ci avvolge con un sottile filo di dolcezza e malinconia e ci trasporta, lontani. L’amore verso la compagna, ma anche quello genitoriale e il dolore che può provare una madre alla perdita del figlio. Ripercorriamo alcuni episodi, tra i più accessibili per un pubblico così vario come quello di un concerto, come la storia di Andromaka, o la mamma di Cecilia de I Promessi Sposi, che vede la figlia sempre bella, la profuma, le mette una bella veste, per poi adagiarla lei stessa sul carro dei monatti o ancora Celia, la mamma di Ernesto Guevara, che sente ancora la moto del figlio laddove, in realtà, c’è solo un prato verde. In questo stato emotivo accogliamo Giulio, il brano per Regeni. Devastante. Prima sussurrata e poi decisa, mai urlata, con il piano a marcare la gravità, in un teatro rispettosamente muto, immerso nel blu della notte con solo qualche spiraglio di luce. Non sono solo brividi, sono singhiozzi di rabbia e dolore, nell’ascoltare e nel pensare ai sogni di un Giulio bambino che è “di là che dorme”


L’amore per la vita, anche quando il destino è avverso: le parole di Manuel Bortuzzo “Tenterò di fare quello che volevo fare. Se non ce la farò ci sono altrettante cose meravigliose della vita” ad introdurre Ti insegnerò a volare, una ballata veloce e allegra dedicata ad Alex Zanardi e a tutti coloro che hanno rigirato un destino avverso, perché la forza sta nel volare. Un’immersione nella potenza dell’amore e dell’amare, oltre una bella scossa su quello che conta veramente. Ed un pubblico che accoglie ogni spunto con sinceri, copiosi e ripetuti applausi. C’è anche l’allegria di Formidabili quegli anni con le immagini del Professore in mezzo ai suoi ragazzi, ma ammetto che alla fine del primo tempo sono scossa. Appagata, ma provata. Dopo aver ascoltato i brani da L’infinito, nella seconda parte del live ripercorriamo i grandi successi di Vecchioni, ma sempre con lo stesso filo conduttore. Riprendiamo con La mia ragazza per poi scatenarci (sì, è proprio così) su Stranamore, l’unico pezzo in chiave rock della serata, arrivando poi all’ondeggiante Bandolero Stanco. Siamo decisamente più leggeri, anche se l’efficace arrangiamento del La viola d’inverno, declamata su chitarra acustica e violino, che canta del suono che ci avviserà dell’arrivo della “Nera Signora”, mi destabilizza e mi invade un senso di rassegnata impotenza.

Momento di intimità sulle prime strofe di Bella Ciao, che introduce Le mie ragazze, che vediamo scorrere nel video a fondo palco: cortei di donne, negli anni, a rivendicare i proprio diritti, dal bianco e nero ai colori. Una Ninni ficcante dal finale strumentale pieno che sfocia nell’energica Velasquez, con l’immagine di un tre alberi in bianco e nero che naviga verso orizzonti lontani. Velasquez è Ulisse, Gandhi, il flauto del Suonatore Jones. Velasquez è chi non si chiude in un piccolo spazio, chi non ha paura, chi cerca, chi crede negli altri ovvero: chi ama. Il finale, neanche a dirlo, è lasciato a Luci a San Siro, chiamata da più parti tra il pubblico e, la mia, Samarcanda.

Un piccolo disguido, sull’attacco di Stranamore, genera una momento divertente, in cui Vecchioni, prendendo tempo, si rivolge a noi dicendo “Sono contento di vedervi così numerosi perché questa data, nei giornali di Milano, era scritta sotto le farmacie di turno. Meno male che stasera dovevate andare tutti in farmacia!” Professore, questa sa tanto di una simpatica captatio benevolentiae. Il tuo pubblico c’è sempre. Abbiamo bisogno di serate così, di qualcuno che ci tolga dal torpore di quotidiani frenetici e che ci ricordi quello di cui siamo capaci e che conta veramente: Amare. Un concerto di questa portata è linfa vitale, nutrimento per l’anima. Esco non leggera, ma consapevole della bellezza in cui sono stata immersa per quasi tre ore, di quello che posso fare e posso essere, se lo voglio. E sempre più convinta della necessità che dai palchi venga fatta Cultura.

Clicca qui per vedere le foto di Roberto Vecchioni in concerto a Milano (o sfoglia la gallery qui sotto).

Roberto Vecchioni

ROBERTO VECCHIONI – La setlist del concerto di Milano

Primo tempo
Una notte un viaggiatore
Com’è lunga la notte
Ogni canzone d’amore
Giulio
Ti insegnerò a volare
Formidabili quegli anni
Cappuccio rosso
Vai ragazzo
L’infinito
Parola

Secondo tempo
La mia ragazza
Stranamore
Le rose blu
Viola d’inverno
El bandolero stanco
Bella ciao (seguito da) Le mie ragazze
Ninni
Velasquez
Sogna ragazzo sogna
Chiamami ancora amore

Celia de la Cerna
Luci a San Siro
Samarcanda

Roberta Ghio
Written By

Nata e vissuta sul mare, da qualche anno a Milano dopo una parentesi romana. Cresciuta a pane e Bruce Springsteen, da un lato gli studi scientifico matematici, un lavoro nell'IT che mi appassiona, dall'altro l'amore per la pittura, la scultura, la fotografia, il teatro e i film di Sergio Leone. Amo sia visitare città, sia la natura e lo stare all'aria aperta. La musica è una costante nella mia vita, ogni momento ha una colonna sonora; amo soprattutto la musica dal vivo, unico modo per conoscere veramente un artista. Amo scrivere e sono alla costante ricerca del modo migliore per tradurre su carta le emozioni. Sono profondamente convinta dell'importanza dell'amare e del mettere passione in tutto quello che si fa... con anche un pizzico di ironia!

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