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Reportage Live

Milano è ancora LIBERATA, Lunga Vita a Napoli 

Report del concerto di Liberato all’Ippodromo Snai San Siro di Milano del 9 settembre

Articolo di Marzia Picciano | Photo Credits: Giuseppe Maffia

Disclaimer – prima di dirvi come è andato il concerto di Liberato del 9 settembre all’Ippodromo Sani di San Siro a Milano, headliner d’apertura della rassegna Milano Rocks, alzo le mani: non sono di Napoli (e un po’ me ne pento). Ma proverò da ascoltatrice profana del Vate partenopeo a raccontare cosa è successo ieri.

In breve: è stata una festa. Forse con troppi telefonini che poco si addicevano al disegno divino previsto per questa esibizione. Quello che ieri ha offerto ai suoi fan Liberato, l’artista (o il progetto?) sfaccimmo che campiona seste napoletane su synth e drum machine, è un concerto molto diverso dal lirismo da quartetto d’archi di qualche mese fa Procida. A Milano Liberato, condensando in un’unica data la folla di tre concerti da troppo rimandati, ci ha proposto di fare serata sin dall’intro da discoteca del pezzo di apertura, UAGLIO’. E non doveva essere altrimenti.

Separato dal pubblico da una quarta parete di incredibili visual e luci curati da Quiet Ensemble e Martino Cerati, Liberato, un Cristo velato di evanescenti pixel psichedelici, in uno schieramento a tre ha seguito e incitato a forza di più “facimm o burdell” il pubblico (tra cui molti partenopei) a lasciare andare la propria razionalità e fare appello all’irrazionale che guida la nostra giornata, nelle notifiche di Whatsapp che aspettiamo, nel gol che bramiamo di vedere, nel dimenticarci di noi stessi il venerdi sera.

Liberato non ha bisogno di entrare in scena. La sua identità è del tutto irrilevante nella performance. Il cantante è fautore di un sentimento per gli altri, tirato fuori a forza di bassi e parole di un idioma eccezionale nel tratteggiare immagini viventi che si sposano alla perfezione con la situazione da night out. Con un po di nostalgia per tempi forse migliori, come sembrano indicare gli intermezzi di Groove Armada e di Crystal Waters o della cover di What’s Going On dei 4 No Blondes, che hanno costellato il concerto fondendosi tra un pezzo e l’altro, come a incasellare Liberato in una costellazione guida per una generazione non troppo giovane ma neanche troppo vecchia.

Del resto, il pubblico di Liberato a Milano è abbastanza identificabile, una fascia di età che qualcuno direbbe non ha conosciuto nè la Grande Guerra nè la Grande Depressione, di sicuro qualche grande amore, disperato, ossessivo o internazionale (i più temerari si saranno fatti 20 ore di volo per inseguire qualcuno); millennial che trovano conforto in una dance a volte malinconica, sempre speranzosa, senza cadere mai nel neomelodico stucchevole (su questo trova un contrappunto nella svedese Robyn). Abbiamo ritrovato questa saudade alcolica in un pezzo come E TE VENG’ A PIGLIA’, su cui il pubblico ha ritrovato le movenze che al liceo tutti – nessuno menta – avevamo imparato per ballare la bachata. Ce l’ha segnato dentro la disperata ossessiva ME STAJE APPENNENN’ AMO’, pezzo da puro clubbing su cui la folla si è scatenata in un ballo cantato a squarciagola, seguito, percorrendo un ideale spettro di sentimenti sparati in cassa, dall’euforica NUN CE PENZA’ che ci ha invitato a dance off le nostre situazioni irrisolte.

L’elemento straordinario di ieri è stato quello del ballo liberatorio, intervallato dalle pause di cori intonati sui pezzi storici come 9 MAGGIO, TU T’E SCURDAT’ E ME, e la più interiore NIENTE. Un ballo prima di tutto interiore, che sia quello della gioiosa dancehall di GAIOLA PORTAFORTUNA, o tortuoso e tormentato come i pensieri che ci attanagliano quando siamo mentalmente così vicini, eppure così concretamente lontani, dall’oggetto del nostro desiderio, ’na croce d’or che continua a farci danzare da soli.

Soprattutto, il pubblico di Liberato è fatto di persone normali, e non nel senso “rooniano” del termine.  In un mondo in cui la rappresentazione di Napoli sembra non poter prescindere da un filtro sorrentiniano, Liberato con i suoi testi, il suo mix di inglese e napoletano, il suo rivolgersi al pubblico come un dj da club condito da accenni di vrenzole, restituisce un senso di genuina spigliatezza nelle immagini che dipinge in pochi versi: mentre balliamo, è rassicurante sapere che non esiste nessun significato recondito dietro lo girare a Mergellina alle 5 della mattina, ma solo un ricordo di una bella (o brutta) storia d’amore. E’ un sentimento corale che condividiamo tutti. Attenzione: niente è lasciato al caso, siamo davanti a un progetto artistico dove ogni elemento è estremamente curato.

Liberato canta una Napoli che è anche una dimensione interiore, e lo fa usando concetti che tutti conosciamo (for my girl, my life, my city and my weed, come dice in ‘NA STORIA ‘E ‘NA SERA, non fatto ieri), lascia in bocca la sensazione di nuda disperata stasi di alcuni racconti di Anna Maria Ortese (senza la critica sociale) inseguita da perenni attanaglianti sirene. Si intravede un po di carica, quasi cattiva, come è scattata in quello che è un inno (da stadio) di WE COME FROM NAPOLI, o nella sessione finale di percussioni su NUNNEOVER. Lo si è percepito nella “scarica” di isteria sanguigna quasi tarantiniana di NUNN’A VOGLIO ‘NCUNTRA, o nella danza del ritorno alle origini di CICIRINELLA.

C’è stato un intero canto di Natale di una comunità incredibilmente varia, mai uguale a se stessa anche quando sembra cadere in clichè, che Liberato ha racchiuso in un’eterna festa fino alle prime luci, dove tutti abbiamo bevuto un po’ e abbiamo ceduto a pulsioni che alla luce del giorno non avremmo mostrato.

E’ proprio questa la sensazione, di fine serata. A questo punto si dovrebbe andare a vedere l’alba. Se potessi andrei alla Gaiola.

Articolo di Marzia Picciano | Photo Credits: Giuseppe Maffia

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