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Reportage Live

HERBIE HANCOCK all’Anfiteatro del Vittoriale: come si diventa una leggenda del jazz

Il tastierista americano continua a reinventarsi con energia, creatività, e una band fenomenale, reinterpretando sessant’anni di carriera sotto nuove luci.

Articolo di Alessandro Cebrian Cobos | Foto di Andrea Ripamonti

Il cielo sul lago, che fa da sfondo al palco dell’anfiteatro del Vittoriale, è grigio. Non promette bene: questa sera ci bagneremo. Eppure, il pubblico non sembra tanto preoccupato: l’aspettativa per l’esibizione di un personaggio mitologico come Herbie Hancock prevale.

La ricetta per diventare una leggenda vivente del jazz prevede alcuni ingredienti classici: talento compositivo fuori misura, abilità tecnica impareggiabile, creatività armonica e melodica innovativa, nonché un qualche carisma magnetico. A questi bisogna poi necessariamente aggiungere il proprio quid, il proprio ingrediente segreto; e vuole il caso che Herbie Hancock ne abbia ben due.

Il primo è la curiosità. In sei decenni di carriera è stato costantemente attento a quanto succedeva nel mondo della musica attorno a lui, proponendone poi una propria versione nel corso di più di 40 album solisti e molti altri da session man. Non a caso, dopo che questo affabile signore di 83 anni sale sul palco e fa i convenevoli con un grande sorriso sul volto, propone come primo pezzo un medley di vari suoi brani riarrangiati, dal titolo Ouverture. I netti ma fluidi cambiamenti di genere non devono perciò stupire: dagli effetti elettronici che aprono il primo brano (“It starts off kind of weird, and strange, and I don’t know where, some kind of planet. Is that ok?” avverte) nasce una melodia di tromba assolutamente classica, che poi viene servita su un groove di chitarra da poliziesco, che armonie dissonanti e riverberi trasformano in epica fusion, che raggiunto l’apice passa a momenti più atmosferici e rilassati per poi ricominciare il viaggio.

In un momento di solo chitarra / voce riconosco una citazione del successo electro Rockit; più tardi tromba e basso accennano il groove di Chameleon. Ma le usano come aggancio emotivo, prima di usarne gli accordi di base per lanciarsi in assoli talmente intensi da togliere il fiato. Sono imprevedibili, spesso prendono direzioni inaspettate che si risolvono con un lieto fine armonico veramente soddisfacente; la stessa tensione di una scena di un film d’azione, e lo stesso sollievo della sua conclusione.

È evidente dalla prima nota il secondo ingrediente segreto: l’abilità nello scegliere i suoi collaboratori, di circondarsi di musicisti che non siano solo di contorno, ma con i quali poter costruire il brano, dando ad ognuno spazio per esprimere la loro identità. Alla fine del primo pezzo ce li presenta, ma il tempo inclemente non ci permette di ascoltarli ancora. La pioggia e soprattutto i fulmini obbligano a un’interruzione di quasi un’ora.

Questo intoppo ha un effetto sul pubblico, che rimane un po’ scoraggiato (qualcuno durante la pausa sceglie di andare via). Non sulla band. Terence Blanchard alla tromba mostra la sua potenza lirica nei fraseggi di Footprints, da lui stesso (compositore per cinema, televisione, opera lirica) riarrangiata a partire da un brano di Wayne Shorter. Il migliore amico di Herbie, mancato a marzo 2023, è stato omaggiato con questa cover dallo stile più classico.

La batteria potente e precisa del ventiquattrenne Jaylen Petinaud viene messa in risalto dall’inizio di Actual Proof con un groove pieno di pedale velocissimo e colpi al centro del piatto. Dall’altro lato della sezione ritmica, il bassista James Genus (dalla band del Saturday Night Live) propone un assolo con uno scroscio di note più fitto della pioggia che ci ha bagnati poco fa.

In Come Running to Me Herbie ha modo di giocare con il vocoder (cosa impossibile da fare live quando il brano è uscito nel 1978, ma come dice lui goduriosamente “Now I have the technology”). La ballata si trasforma nell’afro groove di Secret Sauce, nella quale il chitarrista Lionel Loueke dal Benin può portare ancora le sue proposte che ne hanno fatto un solista di successo: la chitarra dal suono modificato fino a sembrare tutt’altro, lo scat singing ispirato ai suoni percussivi della lingua Xhosa e le melodie reminiscenti dell’africa occidentale.

Herbie sa come fare contento il pubblico e si è tenuto un asso nella manica. Si alza in piedi, imbraccia la keytar, e suona le prime note di Chameleon. La band lo segue con un groove serrato, al servizio del suo lungo assolo. È impressionante: di colpo il leader diventa uno shredder, si muove sui tasti con una rapidità mozzafiato. Sulla nota finale fa un salto in aria, come un chitarrista che abbia dato l’ultima plettrata. Siamo increduli.

L’esibizione conferma che nonostante l’età, Hancock tiene il palco con un concerto pieno di colori diversi; nonostante la lunga carriera, non scade nell’autocelebrazione ma continua a reinventarsi, grazie alla scelta sapiente dei suoi musicisti. L’unica cosa che ha potuto fermarlo sono stati i fulmini. 

Il lavoro sul suo prossimo album va avanti dal 2016. Purtroppo non sembra avere fretta di concluderlo, perché non è ancora stata comunicata una data di pubblicazione Fedele al suo spirito, si dice che abbia raccolto collaborazioni con i più grandi esponenti del jazz e dell’hip hop contemporaneo: Thundercat, Kendrick Lamar, Snoop Dogg, Kamasi Washington, Travis Scott, Flying Lotus, ed altri ancora.

Clicca qui per vedere le foto di Herbie Hancock a Gardone Riviera o sfoglia la gallery qui sotto

Herbie Hancock
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