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I BARKEE BAY e la filosofia del DIY come antidoto al piattume

Abbiamo intervistato il trio bresciano tra uscita di DIY, singolo dal sapore surf rock, e Backpackers, loro primo disco per capire insieme a loro perché fuori dalla grande metropoli si vive meglio, si viaggia di più (in van) e soprattutto si é davvero liberi di mandare tutto all’aria e fare come ci pare.

Articolo di Marzia Picciano

In Lombardia ci sono posti speciali. Nella mia visione di expat del sud nel ricco nord italico, tutto quello che é accanto a Milano é molto simile (fermate la levata di scudi voi campanilisti della Lombardia e affini) nel suo essere fermamente ancorato a una propria solidissima identità, quella di chi non ha calcato l’onda del mondo dei servizi per un po’ di esposizione internazionale ma che si ostina ad offrire realtà e non experience ai suoi abitanti. Quindi Brescia, come Bergamo ad esempio, é un luogo speciale. Anche perché hanno il verde. Si vede che superati i trent’anni si cambia prospettiva sul mondo.

Ora c’é il verde, c’é la realtà e c’é anche la libertà di un gruppo di persone che vuole fare musica e quindi decide un genere piuttosto che un altro, e lo fa operando una specifica azione di marketing evocativo: posso portare il sound del surf rock sull’Iseo o sul Garda, che alla fine sono dei mari con le montagne dietro. Qualcuno contrario? Pare di no, e così Giulio Barkee (autore e chitarrista), Davide ‘Tarra’ Tarragoni (produttore) e Gabriele Consiglio (chitarrista e produttore) s’inventano la Barkee Bay e tutto un corollario musicale di prese a bene che sfocia (o meglio sfocerà) nel loro primo disco Backpackers, atteso per il 30 maggio. In attesa di questo, i tre hanno già pubblicato due singoli, WILD e DIY, un programma manifesto di quello che ci attende a fine mese (nonché l’idea di poter attrezzare un Aussie summer nel bresciano, ovvio) e ne abbiamo approfittato per fare due chiacchiere con loro.

Per rimanere nell’effetto caleidoscopico basterà tirare poche pennellate descrittive dei nostri, che come dicono giustamente “vengono da background completamente diversi”. E infatti.

Giulio, voce e parole, cresce nell’hip hop e dai content freestyle di cui conserva ancora il flow. “Dopo ho iniziato a suonare a 15 -16 anni la chitarra, così avevo un altro gruppo che era più cantautorale, con la ricerca poetica e tutto quanto. Alla fine, sapevo che la direzione sarebbe stata questa, quella di esprimermi in questo modo. Ma è arrivata col tempo e servivano le persone giuste. Ed ecco che sono arrivati Tarra e Gabriele”. Tarra invece, una grande anima dice Giulio a indicare la sua capacità sperimentatrice di sound e possibilità, ha suonato pianoforte e violino da piccolo, a diciassette anni poi scopre Aphex Twin e Radiohead dopo essersi trasferito a Dublino a studiare, poi rientra in Italia e ritrova Giulio che era stato giudice a un contest a cui lui partecipava come frontman di una band. Con Gabriele, chitarrista e produttore, é ancora diverso, sempre tra band, ma poi anche qui torna la musica ad unire, MacDeMarco e King Krule e poi ovvio i Radiohead (che li uniscono fisicamente tutti e tre a Monza nel 2017, e poi non dite che Tom Yorke non é anche fautore di belle storie oltre che di ottima musica).

A sentirli raccontarsi mi fan venire voglia di trasferirmi a Brescia. E mettermi in van. Perché quello che é ora un connotato fortissimo della produzione della band non é solo un sound preso di passaggio. Si sono messi alla guida più volte nella produzione degli EP, tra Italia e Svizzera, e non solo, ma per parlare del loro primo disco sono rimasti in Italia, per una settimana tra le spiagge del delta del Po e Passo Giau.

Dice Giulio: “É che all’inizio molte persone ci chiedevano che genere fate? E la risposta, l’unica cosa che mi veniva personalmente in mente era dire: questa roba devi sentirtela in viaggio, perché é quella vena lì. Vena che poi viene dal surf rock australiano, da road trip, insomma da tutta quella estetica lì. Ci siamo detti: ci piace fare escursioni, fare viaggi in van, perché non documentare questa cosa, una volta che la facciamo, e metterla nelle nostra estetica? Sembrava quadrasse tutto, che fosse lineare. Questa é stata anche la scelta del dire: facciamo tutti i contenuti in una settimana di road trip”.

In breve, i Barkee Bay hanno pensato che fosse il caso di spiegare meglio, visivamente, cosa c’é dietro WILD e DIY e perché si tratta di qualcosa di estremamente solare come un road trip. Chiuso il disco, hanno preso nove persone (“abbiamo portato proprio tutta la troupe, che sono principalmente dei nostri amici, che stimiamo molto e che che fanno video e foto”), dividerle tra un un van e una macchina, e insomma. Possiamo dire che il risultato é decisivo.

E il momento creativo invece dove lo trovano?

Tarra é preciso. “Insieme, a casa mia, in studio. E in un posto speciale, magari un po creativo, Sitara. Un paesino in montagna, o meglio non é proprio un paese: ha un abitante, per dire. Quando ci serviva e dovevamo isolarci, andavamo in questa casa in montagna di mio nonno e siamo stati lì anche per preparare dei live o cose del genere”. Con modalità anche da figli dei fiori, ci dice, per rimanere in linea con il genere. Una volta Giulio ha portato una piccola demo, strofa e ritornello, e sono rimasti chiusi in casa lì per due giorni, l’hanno presa e finita e registrata e sono tornati a casa con la canzone fatta.

“Sino ad ora (al disco ndr) è stato molto un chitarra-e-voce che poi io propongo ai ragazzi, produciamo poi le cose che ci piacciono di più” dice Giulio, ma ma per questo disco in particolare, a livello di testo, c’é stato un altro lavoro. “Sono stato in Australia e ho scritto parecchio. Sono andato lì anche con l’intento di scrivere una buona parte dei testi di questo disco. C’erano tante produzioni che avevamo già iniziato. Mi ricordo che ero tornato con un bel pó di testi che poi avevamo boostato sulle produzioni, e infatti si sente, in questo disco, che c’è tanto quell’estetica del viaggio. Ne sono molto contento, anche personalmente”.

Peró ora siamo al primo disco, e c’é anche una presa di coscienza di voler fare qualcosa di diverso. DIY é un vero e proprio inno al mandare tutti a quel paese, ma con un sorriso e magari una festa da trenta persone in una stanza da massimo dieci. Se guardiamo ai primi EP c’é più malinconia.

Un cambio di passo, necessario, che riguarda anche il modo in cui la band crea. E che ha sempre di mezzo un viaggio, ovvio.

Continua sempre Giulio. “Per me è importante ogni volta che si chiude una tappa, e si inizia un nuovo un corso, che ci sia qualche cambiamento. Parlo a livello autorale e poi dopo si parlerà anche di quello estetico, del sound. Era proprio la necessità di passare i concetti in un modo un pó più leggero, ma senza perdere di profondità. Quella per me era una ricerca stilistica importante, a livello testuale. A livello invece di sound, magari, abbiamo anche passato molto tempo ad ascoltare tanto Dominic Fike… parlo anche del surf rock australiano, è una musica anche molto più sunny, proprio figlia del del sole. Forse questo disco ha meno quell’estetica che ha caratterizzato i precedenti. Abbiamo tolto un pó di malinconia. Magari c’é, ma in modo più solare. Ha colori più accesi”.

Ma anche di rispondere per le rime a chi ci rende la vita un pó più impossibile. No?

“La musica è proprio il riflesso di quello che si vive, quello che che esce da noi” dice Giulio. “Io sono una persona che magari pensa molto. E nel mio viaggio, nell’ultimo periodo ho cercato di dirmi anche ‘Zio, lascia staré. Nel senso che le cose devi sentirle a intuizione, le cose hanno una loro vibrazione e si raggiunge l’armonia con quella cosa lì, non tanto a livello di pensiero, che è un costrutto e molte volte bisogna eliminarlo. Per me era era proprio questo. Lo era un nel caso di DIY. Come dire: ‘f*******, lo senti se c’è chimica con una tipa. La chimica é una metafora. Il significato é: lascia stare i pensieri, vai dritto e se le persone poi se ne vanno, se c’è qualcuno che non rimane, é giusto così, le cose hanno un loro corso”.

Per Tarra ha anche una valenza più ampia.

“Lo é visto che stiamo portando avanti questa cosa del DIY anche da parte nostra” ovvero come spirito operativp della band, ispirata dal bedroom songwriter per eccellenza Alex G. “C’entra Il fatto che adesso comunque l’industria musicale, la musica pop eccetera e tutto il mercato é come dire over-saturato, credo sia anche il termine giusto. Non c’è più nessuno magari che fa le cose, fra virgolette, solo per sé stesso e come davvero vorrebbe farle. C’è sempre di mezzo un manager che ti dice cosa devi fare e farle così, perché così funziona di più. Noi siamo noi tre. Stiamo suonando qui, nel mio studietto accanto la mia camera, registriamo tutto qui, facciamo tutto qui, anche le voci facciamo qua, facciamo tutto come vogliamo noi. Poi certamente anche noi dobbiamo passare per un’etichetta, dobbiamo passare dal nostro manager che ci ascolta. Fortunatamente sono stati sempre molto liberi nei nostri confronti. Questo concetto di DIY secondo me si riflette in quello che suoniamo, quello che abbiamo fatto”.

Senza nessun limite?

“Non ci sono, diciamo, compromessi, se non solo per noi tre, nel senso che comunque siamo tre anime diverse, quindi è un minimo di compromesso doveva esserci. Cerchiamo di dire le cose insieme e insomma, questa è stata anche una cosa molto bella di quest’album”.

Il compromesso é stato anche quello di una ricerca stilistica precisa e a tratti quasi estenuante, soprattutto nel coordinare tutti gli spiriti del gruppo. Giulio parla di uno ‘stare in superficie’ rispetto a tutti i generi dell’indie e dell’alt rock, di trovare un modo tra persone con anime e sentimenti molto diversi per fare proprio e permettersi di dire e fare le cose che preferiscono, e trovare un equilibrio in mezzo a diversi generi. Abbracciare tutti senza deludere o escludere nessuna. Alla fine, ha vinto la solarità del surf rock che ha messo tutti d’accordo.

Di questa libertà e di tanta armonia trovata sarà merito anche di Brescia, dei laghi, delle montagne? Senza fare spot al turismo locale, ovviamente, diremmo di si. E non c’entra solo la dimensione naturistica del tutto. Non é la prima volta che abbiamo a che fare con artisti che scelgono deliberatamente di non essere a Milano.

Dice Gabriele che sono tutti e tre decisamente d’accordo a ritenersi i più fortunati per essere stabili su Brescia, e non a Milano. “Il fatto che sia tutto ‘centrificató su Milano a noi non piace tanto, anche solo perché sembra che bisogna essere lì per forza, ma appiattisce tutto. E nella musica fa anche tanto dove vivi. Quindi noi abitiamo a Brescia, siamo fra laghi, fra montagne, siamo in un clima molto più rilassato rispetto a Milano, abbiamo il nostro quartiere dove usciamo, incontriamo tutti i nostri amici, tutte le sere. E questo influenza molto la nostra realtà”.

Lo insegue Giulio. “É una scelta stare qui, abbiamo il nostro equilibrio”. Che poi dove dovresti essere non é sempre il luogo dove ‘dovrestì essere. “Tante volte mi sono sentito dire: vado a Milano e mi metto in sessioni con tutte le persone che ci sono. Però poi ho pensato: è giusto? Molte volte, nel contesto artistico, vivo questa situazione per cui la gente deve dire per forza qualcosa subito. Invece è giusto viversi le cose, aspettare e non avere la pressione di doverle dire a tutti i costi. Noi ci siamo ritagliati un equilibrio nostro che ci permette di dire e fare le cose quando davvero le sentiamo giuste da da fare, dire, e non rincorrere per forza dover dire qualcosa. Perché poi il livello della musica si abbassa e l’abbiamo visto molte volte, tutti quanti. Si rischia di essere anche tutti molto simili.”

In un mondo che ci vuole tutti unici, non solo come disse qualcuno non é dolce, ma la verità é che esserlo é una corsa contro il tempo perché siamo sommersi dai trend.

Per Tarra la ricerca della novità é una corsa per tutti a essere la prima copia. Quello che manca “é effettivamente il tempo di digerirla, non so, una sorta tesi antitesi sintesi. Invece è giusto prendere il tempo per fare le cose e farlo anche con una certa distanza. Credo che Brescia ci aiuti un pó ad essere un attimo distanti, a vedere le cose in terza persona”.

Ed evitare di ripetersi, che poi é la grande ansia di tutti gli artisti.

Written By

Dall’Adriatico centrale (quello forte e gentile), trapiantata a Milano passando per anni di casa spirituale, a Roma. Di giorno mi occupo di relazioni e istituzioni, la sera dormo poco, nel frattempo ascolto un sacco di musica. Da fan scatenata della trasparenza a tutti i costi, ho accettato da tempo il fatto di essere prolissa, chiacchierona e soprattutto una pessima interprete della sintassi italiana. Se potessi sposerei Bill Murray.

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