Articolo di Umberto Scaramozzino
L’ultima volta in cui ho visto un artista suonare su un palco con la t-shirt della nazionale italiana di calcio era Eddie Vedder allo Stadio San Siro di Milano. A quell’epoca però ai mondiali ci andavamo ancora, tant’è vero che si trattava di un gesto di buon auspicio per la partita della nazionale che si sarebbe disputata prima del concerto serale dei Pearl Jam. Eddie salì sul palco a sorpresa, da solo, nel caldo del primo pomeriggio, con la maglietta azzurra e una chitarra per intonare “Porch” e farci sapere che tifava per noi. La partita poi la perdemmo, ma che bel ricordo da custodire.
Oggi quella stessa maglia la indossa Richard Ashcroft, incredulo per la nostra ennesima mancata qualificazione alla manifestazione sportiva più seguita del mondo. Dall’augurio si passa alla consolazione, ma in effetti è facile trovare conforto in un repertorio del genere, con un performer di questo calibro. Richard non è solo una delle voci più calde ed emozionanti del rock britannico, ma anche una delle sue migliori penne.
Ma andiamo con ordine: siamo all’ultima giornata del primo weekend de La Prima Estate. I Wombats hanno già regalato il live più spensierato del festival, i Libertines hanno già fatto il loro compitino (peccato, negli ultimi live avevano offerto prestazioni decisamente migliori) e Mr. Ashcroft è l’ospite più atteso del giorno. Arriva con la sua tipica energia contagiosa e regala subito una tripletta clamorosa, tutta proveniente dalla breve ma folgorante carriera dei suoi The Verve: “Weeping Willow”, “Sonnet” e “Space and Time”. Difficile chiedere di meglio, soprattutto con Richard che si dimostra estremamente coinvolto e più in forma degli ultimi tour che l’hanno visto approdare in Italia negli anni passati.
La band suona egregiamente, i volumi sono ancora una volta ottimi e ben al di sopra della media delle venue estive del nostro Paese. Niente fuori posto, a parte forse qualche coda lunga di troppo che raddoppia la durata di alcuni pezzi, togliendo lo spazio ad altri che avrebbero meritato un posto in scaletta. Quest’ultima è, oltretutto, la più breve tra quelle proposte in tutto il suo tour attuale, con appena nove brani e una durata che a stento arriva all’ora e un quarto. Non che la quantità sia sempre così rilevante, visto che la qualità in questo caso non si discute. Dispiace però non aver sentito qualche chicca in più, come “Velvet Morning”, solitamente inclusa e accolta con calore. O come “History”, qui accennata solo come brevissimo snippet prima di “The Drugs Don’t Work” su richiesta del pubblico, mentre altrove è stata proposta integralmente senza alcun sollecito.
Dopo una commovente “Lucky Man”, patrimonio mondiale dell’umanità, arriva quello che per molti inglesi è a tutti gli effetti il vero inno nazionale: “Bitter Sweet Symphony”, una delle più grandi hit dello scorso secolo, che non accenna a invecchiare di un solo giorno. Oltre alle migliaia di persone che riempiono il Parco Bussola Domani di Lido di Camaiore, c’è anche un ascoltatore illustre che non può proprio rinunciare a questa chiusura e abbandona il backstage, a petto nudo, per godersi il momento sotto palco. L’immagine di Pete Doherty che ancheggia sull’irresistibile riff d’archi che ha reso immortali i The Verve, è senza dubbio uno degli highlight del festival, dell’estate, dell’anno intero.
Tutto sommato il calore reciprocamente scambiato tra palco e platea basta a mettere un bellissimo sigillo sul concerto conclusivo di questo primo capitolo de La Prima Estate 2026 e a salutare Richard Ashcroft con tanto affetto. Nella speranza di rivederlo presto. Magari prima dei prossimi mondiali, ma se proprio dovessimo aspettare altri quattro anni, speriamo che la t-shirt della nostra nazionale torni a essere un augurio e non solo una bellissima consolazione.






















