Connect with us

Ciao cosa stai cercando?

Reportage Live

MARLENE KUNTZ: onorare il passato in un futuro alternativo

Marlene Kuntz in concerto all'Alcatraz di Milano foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it

Articolo di Umberto Scaramozzino

Quando il festival La Prima Estate annunciò questa seconda giornata del suo primo weekend, molti di noi rimasero spiazzati. Qualcuno forse anche deluso, ancora inebriato dagli annunci degni di un top festival internazionale con i quali la manifestazione presentò la sua edizione 2026. Nick Cave, Gorillaz, Twenty One Pilots, Jack White. E chi se lo aspettava? Anche per questo leggere che il 20 giugno 2026 a suonare sul grande palco di Lido di Camaiore sarebbero stati tutti artisti rock italiani è stato abbastanza sorprendente.

Sì! Boom! Voilà! (il supergruppo alt-rock/post-hardcore guidato da Roberta Sammarelli), Casino Royale, Ministri e infine i Marlene Kuntz. Il motivo per cui questa cosa funziona e non va valutata solo in funzione dei biglietti venduti, è lo stesso che ha portato Jack White ad accettare l’offerta, in virtù della presenza dei The Hives come indice di credibilità e consapevolezza di chi organizza. Lo stesso che porta Federico Dragogna a dire sul palco: “ringraziamo questo festival, che resta uno dei pochi in Italia ad avere volumi decenti”, andando a toccare uno dei tanti punti nevralgici dell’attuale panorama dell’intrattenimento dal vivo. La verità è che in questa scelta, obbligata o meno che fosse, si intravedono alcuni dei motivi per i quali La Prima Estate, con ampi margini di miglioramento, è uno dei pochi progetti credibili e lungimiranti attualmente in sviluppo nello Stivale. C’è l’intenzione, c’è la voglia di provare a fare le cose in modo diverso, di ribaltare alcune logiche di profitto istantaneo in favore della fiducia, che spesso porta anche al profitto a lungo termine.

Ma messi da parte gli elogi per la giornata con meno appeal e più cuore di tutto il festival, com’è andato il set più importante del giorno, con i Marlene Kuntz che onorano il loro secondo album in studio, “Il Vile“? Partiamo col dire che l’habitat naturale de “Il Vile” e della sua riproposizione integrale dal vivo (ad eccezione di ”E non cessa di girare la mia testa in mezzo al mare”, pomo della discordia già all’epoca) sicuramente non è un enorme palco tra gli alberi, a pochi metri da una spiaggia della Versilia. Per celebrare uno dei dischi più seminali e indimenticabili del rock alternativo dei nostri anni Novanta la dimensione più congeniale resta quella dei club, dove i suoni cupi e duri possono schiantarsi contro le pareti nere, invece di disperdersi nell’aria di una località marittima. Eppure questa dicotomia tra musica e venue risulta in qualche modo conturbante e dunque ugualmente vincente.

È come un viaggio nel Multiverso, grazie al quale abbiamo l’opportunità di assaporare il futuro alternativo in cui una band eccezionale come i Marlene, con il tempismo dei grandi gruppi internazionali di quel decennio, raccoglie i frutti di una formidabile carriera e quei frutti non sono più soltanto per una porzione colta. Basta con i sedicenti intenditori. In questo ramo della realtà le cose belle sono per tutti. Chi ha il pane ha anche i denti e proprio per questo l’esser stati seminali vuol dire qualcosa in più. Una meravigliosa illusione che funziona perché chi è sul palco crede con tutto sé stesso in ciò che sta facendo.

Gli spazi del festival sembrano sterminati se rapportati al poco pubblico, ma quanto fervore che c’è, sia sul palco che sotto al palco. E quanto suonano bene i Marlene, tornati nella loro formazione a quattro, con Luca “Lagash” Saporiti (basso) e Sergio Carnevale (batteria) che affiancano il nucleo composto da Riccardo Tesio e Cristiano Godano con la stessa compattezza di chi suona insieme da una vita. Brani come “3 di 3”, “L’agguato” e “Cenere” hanno un tiro talmente clamoroso da far credere alla seducente blasfemia che possano essere meglio oggi che allora.

Le parole di Godano sono come sempre abrasive e se non fossero conosciute a memoria dell’appassionata platea potrebbero essere talvolta incomprensibili, anche se rese semanticamente chiare dall’intensità con cui quei suoni escono dalla sua bocca. Per citare l’artista stesso: “In fondo quello che un cantante deve fare con le sue canzoni è creare un qualcosa fatto per essere ascoltato dalla gente, prima ancora che letto, e la lettura di un testo di canzone prima di tutto serve alla comprensione di ciò che sfugge all’ascolto di un disco”.

Per questo i Marlene insistono sul verbo “onorare”, come a voler restare fedeli non solo alle canzoni, ma anche alle intenzioni con le quali sono state scritte, alla vitalità con cui venivano suonate, per la gente che ascoltava. Forse il miglior modo di guardare al passato, restando saldamente ancorati al presente.

Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Scopri anche...

Festival

Il 25 e 26 settembre l’ultima festa dell’estate porta in Puglia 24 live tra headliner storici, supergruppi e la migliore scena alternativa italiana ed...

Reportage Live

Articolo di Umberto Scaramozzino | Foto di Andrea Ripamonti Dopo cinque giornate all’insegna del relax e del claim “Più che un festival. Una vacanza“,...

Reportage Live

Articolo di Umberto Scaramozzino La seconda giornata del secondo weekend del festival La Prima Estate, forse il più ricco di tutto il cartellone, vanta...

Reportage Live

Articolo di Umberto Scaramozzino Ogni volta che un giornalista deve raccontare un concerto la tentazione di ricorrere al sintagma “rito collettivo” è sempre troppo...