Articolo di Umberto Scaramozzino | Foto di Andrea Ripamonti
Dopo cinque giornate all’insegna del relax e del claim “Più che un festival. Una vacanza“, La Prima Estate chiude la sua edizione più ricca e riuscita con la sua giornata più complessa e sentita. È il momento dei Twenty One Pilots, che a Lido di Camaiore portano l’unica data italiana in programma per questo tour. Oltre sedicimila persone e un fandom che scombina leggermente le dinamiche spensierate del festival toscano, tra campeggi imprevisti, code e corse per la transenna.
Al netto di una giornata messa a dura prova dal caldo asfissiante e da un pubblico difficile ed esigente, il concerto del duo di Columbus, Ohio, è eccezionale, senza mezzi termini. Rispetta l’altissimo standard che Tyler Joseph e Josh Dun hanno stabilito ormai diversi anni fa, aggiungendo quel pizzico di mestiere che si addice a uno dei live act più rilevanti del pianeta. Ogni singola cosa che accade sul palco — e il numero di cose che accadono, piccole o grandi che siano, è impressionante — ha un suo perché. Fa tutto parte della celebre “lore” dei Twenty One Pilots, ovvero quell’insieme di narrazioni, simboli e riferimenti culturali che circondano la loro discografia e la trasformano in un’unica, grande saga.
Nulla sembra sfuggire al controllo di Tyler Joseph, che oltre a essere il demiurgo di uno degli universi musicali-narrativi più articolati e ambiziosi, è anche un frontman raro, per doti tecniche e intensità interpretativa. Canta magistralmente in ognuno dei tanti stili offerti dal repertorio, alternando rap, screaming e aperture melodiche con estrema disinvoltura. C’è chi pensa che potrebbe tranquillamente avviare un progetto interamente hip hop e chi crede che dovrebbe darsi al post-hardcore, ma in entrambi i casi probabilmente manterrebbe intatta la sua credibilità. Il che è già di per sé qualcosa di straordinario, senza che questo debba necessariamente concretizzarsi.

Josh Dun è il Samvise perfetto per il suo Frodo (o il Torchbearer perfetto per il suo Clancy, per restare nella lore). Oltre a essere un metronomo che pesta la batteria senza mai risparmiarsi, ha la capacità di spalleggiare Tyler Joseph con un’energia perfettamente complementare. Proprio come il suo alter-ego diegetico, è lo spirito guida che indica la via e permette all’altra metà del power-duo di sviscerare tutto ciò che i Twenty One Pilots hanno da dire. Ne risulta una sintesi alchemica di hip hop, rock, elettronica, reggae e pop, senza soluzione di continuità. Musica alternativa per chi ascolta pop, ma anche pop per chi ascolta musica alternativa. Il trionfo dell’ibridazione che è ormai la direttrice lungo cui si muove la musica.
Tra fuochi d’artificio, fiamme, salti funambolici e improbabili palchi alternativi sorretti dai fan, lo show corre a velocità forsennata, dando ovviamente rilievo all’ultimo album in studio: “Breach“. Tra le nuove canzoni spicca senza dubbio “Center Mass”, scritta e prodotta insieme a Daniel Fasano (batterista dei dARI e di mezza scena pop rock italiana) che viene avvistato tra il pubblico. E se state pensando che “il multiverso è un concetto di cui sappiamo spaventosamente poco” (cit.) sappiate che non siete gli unici.
Ovviamente non vengono trascurate le hit che conoscono anche gli ascoltatori occasionali, perciò non mancano “Ride” e “Stressed Out”, ma neanche “Heathens” e “Jumpsuit”. Verso la fine della scaletta c’è anche una chiusura di un cerchio che per chi è riuscito a godersi entrambi i weekend del festival è portentosa: Jack White, il primo headliner di questa edizione de La Prima Estate, appare sui megaschermi per avvisare la platea che sì, lui stesso dà il permesso a Tyler Joseph e Josh Dun di suonare la sua “Seven Nation Army”, la stessa che proprio lui aveva regalato al pubblico pochi giorni prima. E i due la padroneggiano, come già accaduto lo scorso novembre durante la cerimonia di introduzione alla Rock & Roll Hall of Fame, con rispetto, gusto e foga, in egual misura.

Purtroppo il set riservato all’unica leg europea del Breach Tour, quasi interamente inserita nei festival, raggiunge la breve durata di un’ora e mezza, per un totale di venti pezzi, quasi senza pause. Nel tour indoor americano i brani erano ventotto e questo scarto fa male soprattutto quando ci si rende conto delle assenze più pesanti, prima fra tutte “City Walls”, uno dei pilastri dell’ultimo album in studio. Oltre a una mera questione quantitativa, a risultarne indebolito è l’intero apparato narrativo, che rispetto a quanto visto nel Clancy Tour di due anni fa resta sullo sfondo. Ma va bene così perché, mettendo in secondo piano un concept così mastodontico, riescono ad alleggerirsi e a risultare addirittura più divertenti del solito.
Che i Twenty One Pilots siano uno dei progetti musicali più apprezzati e amati degli ultimi vent’anni è cosa nota, ma le valutazioni diventano ancora più assolute quando si prende in considerazione la connessione tra pubblico e band. Sono pochissime le fanbase nel mondo, ma forse persino nella storia, che competono con quella del duo americano, con tutti gli eccessi e le storture che ne possono derivare. Il legame tra la loro musica e i loro fan è infatti talmente viscerale da aver reso la cosiddetta “Skeleton Clique” una sorta di famiglia smisuratamente allargata, tanto disfunzionale quanto totalizzante.
Tutto questo è indicativo di qualcosa di fondamentale: la musica dei Twenty One Pilots non è solo un fenomeno pop e mainstream, bensì un mondo che la formidabile mente creativa di Tyler Joseph ha partorito e nel quale sempre più persone decidono di entrare. E ogni piccolo passo fatto all’interno di Trench, il continente immaginario al centro della lore, è parte di un viaggio di sola andata. Per chi non compie lo sforzo di analizzare a fondo la portata di questo movimento, magari intraprendendo anche un percorso fuori dai bordi discografici, può risultare difficile comprendere le ragioni che portano così tante persone a connettersi con l’opera, con l’artista, ma anche tra di loro. Ed è qui che arriva il bello: approfondire potrebbe non bastare. Con i Twenty One Pilots, al di là dei gusti, c’è una sorta di test di ingresso nascosto. Per usare un paragone banale, è un po’ come la distinzione tra maghi e babbani della saga letteraria di Harry Potter: alcuni, semplicemente, non sono in grado di vedere.
























Francesca Degani
01/07/2026 at 19:49
Bel pezzo, complimenti. L’ho letto con piacere, e sí, noi fan dei Tøp ci sentiamo molto connessi, da qualcosa che va al di là del semplice gusto musicale.