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Reportage Live

Roma come Berlino: wilkommen “Ipogeo”, la nuova edizione di Manifesto.

Lo scorso weekend il Monk Club ha ospitato “Ipogeo”, edizione 2022 del festival di musica elettronica Manifesto. Un festival che da qualche anno porta in città diversi nomi di settore, regalando al pubblico occasioni più uniche che rare.Non è affatto scontato assistere ad eventi simili a Roma: i locali dedicati al clubbing in tutte le sue declinazioni, qui sono pressoché inesistenti.Proprio per questo motivo non stupisce il sold out del festival, che ad ogni appuntamento (r)accoglie un pubblico sempre più ampio.
È sabato sera, ogni informazione riguardo “Ipogeo” recita un ipotetico inizio live dalle ore 21.30.Decido di arrivare in loco in anticipo, ben consapevole che nessun orario ufficiale sarà mai rispettato.Per ingannare il tempo e avere la meglio sui primi sbadigli, comincio a riempirmi di caffè: l’umidità è alle stelle, nonostante il cappotto tremo come una foglia e la sala concerti non è ancora accessibile.Comincio a chiedermi se sia stata davvero una buona idea, quella di partecipare a Manifesto: l’attesa è lunga e pesante.

Come da pronostico, si inizia (con un grande sospiro di sollievo) alle 22.45 e la prima a salire sul palco è Marta Tenaglia.Cantautrice milanese, presenta i pezzi da sola: nessuna band con lei, è una performance solo voce e tastiera.Illuminata da un fascio di luce che squarcia il buio ed il fumo della sala, Marta si fa assolutamente notare: non ha nulla a che fare con il resto dei nomi a cartellone.Piace e colpisce per l’emotività che riesce a trasmettere, sebbene a conti fatti risulti fuori contesto.La mia personale promessa nei suoi confronti è quella di seguirla ancora in una dimensione più autentica, tailor-made appositamente per lei.
I palchi allestiti per la serata sono due, uno opposto all’altro nella sala concerti: dal palco canonico, dove si è esibita la Tenaglia ci si sposta vicino all’entrata.Inizia ad arrivare molta gente, l’età media è tremendamente bassa ed inizio ad accusare i miei quasi quarant’anni.

È il turno dei giovanissimi Vincenzo Pizzi & Jackson Kaki. Vestiti con due tute argentate che li fanno sembrare due astronauti, questi ragazzi danno il primo vero senso alla serata.Il loro set è pura estasi e richiama nel locale una prima ondata consistente di pubblico.Voci di corridoio dicono che il duo provenga dagli ambienti universitari e questo spiegherebbe la grande affluenza di ventenni sotto palco.Ciò che interessa è che adesso si inizia a muovere la testa, chiudere gli occhi e ballare lasciandosi trasportare dal mood.“Ipogeo” prende forma e il sound di Vincenzo e Jackson è decisamente internazionale.Talmente tanto che per un po’, davvero, non saremo più a Roma.Il Monk prende le vaghissime sembianze del Berghain e con tutti i dovuti limiti di un paragone più che azzardato, si viaggia con la fantasia verso destinazioni ignote.

E la serata prosegue all’insegna di casa nostra: arriva il dj set degli Ivreatronic, collettivo composto da dj e producers che prima di tutto sono tra loro amici, tutti originari di Ivrea.CosmoSplendoreEnea Pascal e Foresta sono il cuore pulsante del collettivo che propone un set interessante che apporta nuova energia alla serata.Ma è un dj set e a questo preferisco la performance di Indian Wells, uno dei nomi più importanti di casa nostra quando si parla di elettronica.
Pietro Iannuzi, lucano di origine, presenta il suo ultimo lavoro – “No One Really Listens to Oscillators”.Un album meditativo dai forti echi contemporanei, in grado di evocare alla mente ampi spazi privi di confini.Siamo nel pieno della serata, gli occhi cominciano a chiudersi non più per inseguire forme astratte ma per la stanchezza che incombe.Il sound non aiuta: è un mix rilassante, a tratti sognante.È qui che capisco di non avere più l’età per queste cose – oppure, più semplicemente, di non essere in grado di godermele come un tempo.

Con il tanto atteso arrivo di Gold Panda la serata giunge alle battute finali. Il set è come sempre: impeccabile, ma ahimè non sento l’adrenalina.Nell’indecisione se il problema sia tutto mio o se anche Derwin Schlecker non cominci a risentire un po’ il peso della monotonia sulle spalle, capisco che per me è definitivamente tardi.Se lui è l’artista al quale si affida il punto più alto dell’evento, resto del parere che al netto di tutte le performance la vera innovazione sia giunta dai due astronauti

Chissà che cosa combineranno nel futuro prossimo, Pizzi & Kaki: grazie Manifesto per averceli fatti scoprire.

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