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Interviste

Una, DUE, altre versioni di EMANUELE COLANDREA

Intervista al cantautore (o forse non cantautore!) di Latina impegnato ora nel tour di promozione del suo ultimo disco, dieci pezzi in cinque testi che alla fine non sono che il proprio doppio. Perché la lezione di Due é semplice: esistono sempre più storie di noi di quelle di cui finiamo per innamorarci, o ad abituarci.

Emanuele Colandrea DUE
Emanuele Colandrea DUE

Articolo di Marzia Picciano

Quello di Emanuele Colandrea, parlo del suo lavoro, come artista, cantautore, non è facile. Lo comprendo quando lo sento sabato sera, poco prima della data di apertura del tour del nuovo disco, all’Efesto di Bologna, il giorno prima di esibirsi all’Arci Bellezza a Milano. E forse arrivo a capire, dopo averlo ascoltato da novembre, il punto in DUE, il naturale successore di UNO.

È un mestiere difficile perché, come mi sembra ne esca fuori tra le righe, parlandone, essere un cantautore, essere quindi un po’ condannato a scavare ed elaborare (e magari produrre e mixare e fare tutto da soli, come fa lui, una specie di stregone nel suo laboratorio nella provincia di Latina) alla fine potrebbe essere un limite.

È vero che ognuno di noi porta dentro di sé universi infiniti da scoprire, ma sempre universi chiusi sono. Come scopriamo davvero le leggi che legano tutte queste possibilità apparentemente irraggiungibili?

Lì si palesa la necessità di andare fuori dagli schemi di gioco, e no, non è un semplice escamotage, ma una nuova chiave di lettura interiore.

Lui di album ne ha sei alle spalle (incluso l’ultimo), ne sa abbastanza di cosa vuol dire “fare” un disco; ha uno stile apparentemente semplice e una scrittura poetica rassicurante, precisa e compita nell’obiettivo che intende perseguire: raccontarti una storia, proporti una morale che si svela mentre chiudi l’obiettivo su una scena al tramonto o nella luce del mattino. Per dirla con lui, è il caso di pensare a una vi(t)a di fianco, che a una davanti – sicuramente per vedere le cose nell’angolazione che ci mancava..

EMANUELE COLANDREA

Se con UNO, ci diceva in una precedente intervista, si andavano a prendere le canzoni snocciolate e perfezionate in un giorno, perché venivano giuste così, DUE é il disco delle canzoni che possono essere altro, semplicemente perché molte canzoni nascono con più versioni. “Due” dice “in realtà era già in laboratorio quando stavo facendo Uno. É un mio modus operandi da molti anni oramai, ovvero prendere i testi e manipolarli per farne versioni diverse, anche molte più di due”.

In questo disco ne ha messe però solo due. Dieci pezzi, che alla fine del quinto, Non Mi Abbracciare, si fermano e riprendono daccapo, in un altro modo, tutti diversi nonostante la matrice, con un’inversione finale – per destabilizzare l’ascoltatore? “In primis per rompere le palle a me stesso”, scherza.

Di per sé l’esperimento (sicuramente per chi ascolta) è destabilizzante.

In questo mondo di ricerca della perfezione, singola, cercare due versioni, in questo caso due canzoni con uno stesso testo, è un po’ lanciare una sfida alla nostra capacità di ascolto attiva e di apprezzamento delle cose. Siamo davvero capaci di andare al fondo delle cose, se ci attacchiamo, anche per inerzia, a determinate forme? È un po’ come quando ci si dice che ci si continuerà ad amare in salute e in malattia, o anche con venti kg in più. Ma così semplifichiamo.

Colandrea vuole dirci che stiamo forse sovrastimando chi siamo e cosa rappresentiamo?
“Il mio sogno” aggiunge “è fare un disco di dieci canzoni con un solo testo, prima o poi ci arriverò. Dieci canzoni diverse, non un arrangiamento diverso. E magari non chiamarlo Dieci.”

Per ora sono per ogni testo due canzoni “ma sono completamente diverse. Altre melodie, altri accordi. Era già in cantiere questa idea, visto che lo stavo facendo già su UNO, dove invece sono andate a finire solo le versioni che ho scelto, ‘l’unica’ versione possibile. DUE, quindi, è anche un po’ sinonimo di ricominciare, dalle basi, dalle radici, come percorso. Ho avuto un approccio diverso. Ho ricominciato a registrare a ‘buona la prima’, quindi facevo chitarra e voce la take, e quella rimaneva, un po’ come si faceva quaranta, cinquant’anni fa, senza spippolare tutto, con macchinari, intonazioni eccetera eccetera.”

Del resto, se prendiamo Leda e La Sola Cosa Che Conta, abbiamo due storie, due film completamente diversi, la militanza attiva della prima e l’epica della seconda, parlando dello stesso corpo da uomo e bellissimo cervello di donna. E mentre passi di track in track, “non dovresti nemmeno accorgerti di questa cosa. Ed allora sono riuscito a fare quello che volevo fare.”

In realtà qualcosa ti suona all’orecchio, è palese.

Ma mentre te lo chiedi, scopri la cosa veramente bella di questo disco: la sua naturalissima complessità. Che forse mi era sfuggita nei primi album, o forse DUE è la scusa per Colandrea per andare a liberarsi su più fronti – prima di tutto su quello di come dovrebbe suonare una sua canzone?

Ad esempio, prendete Non Mi Abbracciare: perché non può suonare esattamente come i Neutral Milk Hotel di In The Aeroplane Over The Sea? E infatti lo fa, coscientemente, almeno nell’attacco.
“È stato proprio un omaggio ai miei ascolti, e a quelli di chi li riconosce, perché non tutti li colgono” (spoiler: sono una delle tre persone che l’ha sgamato, a suo dire). Un processo anche abbastanza naturale. “In realtà, le prime parole le ho scritte su quella melodia. La stavo ascoltando in macchina, e avevo queste parole in testa; ho provato a cantarle, ed erano perfette secondo me! Poi ho continuato, cambiando melodia, e andando a parare in altri lidi anche se quella, come canzone, rimane un po’ più anni ‘60. Anche se non è anni ‘60, ma ‘90.”

L’omaggio di Colandrea è una fanfara potente senza tromba americana, localizzata in Italia, mentre il suo contrappunto Verde Militare, è un’altra storia, una ninna nanna amplificata e dal tono vagamente italiano d’antan con un mandolino appena abbozzato in sottofondo. E non potevano che essere solo due versioni. “Ci ho provato fino alla fine. È stato uno dei testi più complicati da riprendere.”

Anche se non è nuovo per lui mettere riferimenti, qui e là nei suoi lavori.
“In questo sono vecchio stile, cioè spargo indizi e citazioni qua e là nei dischi, quasi di nascosto, ma lo faccio continuamente, per rinnovarmi, in primo luogo, nei miei ascolti, e poi per passione, anche se non so per chi.”

Perché non è facile trovare riscontro di questi riferimenti nel proprio pubblico?
“L’ascoltatore puro di cantautorato italiano è una bestia difficile. E io non sono un grandissimo ascoltatore di cantautorato, o meglio, ne ho ascoltato di italiano, ma non così tanto. E solo a pillole. Per esempio, a me, De André non rientra nell’Olimpo dei miei ascolti.” Ovviamente si parla di gusti, senza fare polemica di alcun tipo.
Colandrea viene da ascolti “semplicemente diversi”, da Syd Barrett, Velvet, Doors al folk psichedelico Tim Buckley e Drake, ma anche da concezioni diverse degli artisti. Così da essere fan non di Cohen, ma sfegatato di Dylan perché secondo me Dylan è punk, non è folk, o un cantautore”. E con quelle fastidiosissime armoniche alte, del resto, come pensare che non lo sia?

“Prendi Anime Di Contrabbando”, pezzo dallo spirito più ampiamente politico che, come il suo doppio Né In Cielo Né In Terra, è un po’ il più sentito del disco intero, tanto da essere stato cambiato in corsa con un altro, proprio al momento della stampa. “In realtà (il pezzo ndr) si rifà un po’ al grunge più acustico degli anni ’90. Ovviamente poi, fatto in italiano, con una voce alta, è normalissimo che sia più cantautorale.”

Ma il bello della musica è anche e soprattutto lasciare ognuno libero di vederci cosa gli piace dentro, a prescindere da tutto.

Eppure mi sembra che dalla pagina bianca che Emanuele desiderava essere in UNO, qui il piano vada popolandosi di tante, moltissime cose, moltiplicando tutto per due. “Per me fare questi dischi è più una seduta di psicanalisi con me stesso, come spero che sia per tutti quelli che fanno un percorso. Io lo faccio utilizzando gli strumenti, è il mio modo di approcciare alla conoscenza di me stesso. Altri lo faranno in altri modi. Per me è fare questo percorso di Uno, Due, mettiamo Tre o quale altro numero, o altra dicitura, per me è semplicemente un continuare a stare nella mia contemporaneità. Continuare a lavorare in quel laboratorio per continuare a vedere, e a percepire i cambiamenti.

Sembrerebbe anche che l’unico modo per farlo è astrarsi e cercare di vedere tutti i lati di una questione.
“Esatto, ed è stato anche il mio modo di fare il disco da solo. Essendo diventato padre due anni e mezzo fa, ho cominciato ad avere meno tempo. Ho scoperto un pragmatismo diverso rispetto a come ero prima. Mi ha portato poi alla necessità di scarnificare. E poi, avendo meno tempo proprio cerchi di portare a casa il risultato insomma, no? E di imparare il modo migliore per farlo.”

Con impatti sulla creatività?
“A livello gestionale sì, però, a livello emotivo, in realtà, mi ha spalancato mondi che prima non vedevo. Ti arricchisce a livello creativo, proprio nei testi, una testualità dell’emotività, nell’empatia, che cambia proprio luce. Nel senso, comincia un’altra vita.”

Non sappiamo se arriverà il Tre per Colandrea, eppure in questo momento fatico a pensare alla sua ricerca di sé nei termini di un moto creativo da finalizzare, troppo semplicemente, in un disco. È come se il multiverso fosse un modus operandi più che l’opportunità di capitombolare su scenari che non abbiamo considerato.

Per il momento ci accontentiamo di un’ipotesi semplice, un sistema binario in cui possiamo saltare di combinazione in altra e quindi in una storia completamente diversa, eppure così affine a noi, che magari intendiamo appena in una nota, un riff, un ricordo, di qualcosa che ci definisce come unici, eppure infiniti.

Le prossime date del tour promosso da La Fabbrica vedono le tappe di Pescara (31 gennaio, Scumm), Roma (14 febbraio, Monk) e Grosseto (12 marzo, Serate Carbonare).

EMANUELE COLANDREA

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Dall’Adriatico centrale (quello forte e gentile), trapiantata a Milano passando per anni di casa spirituale, a Roma. Di giorno mi occupo di relazioni e istituzioni, la sera dormo poco, nel frattempo ascolto un sacco di musica. Da fan scatenata della trasparenza a tutti i costi, ho accettato da tempo il fatto di essere prolissa, chiacchierona e soprattutto una pessima interprete della sintassi italiana. Se potessi sposerei Bill Murray.

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