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Interviste

Tutte le RIVE che portano a ILARIA GRAZIANO

Il disco della cantautrice napoletana trapiantata nella Tuscia è un delicatissimo inno ancestrale alla gioia, e alla bellezza di ritrovarsi, in una sorta di rituale magico che spesso ci dimentichiamo di osservare.

Articolo di Marzia Picciano

“Io non voglio che tu veda quanto è piccolo il mio mondo, io voglio solo che tu veda il Paradiso dentro di me”. Se potessimo esprimere un solo desiderio quando siamo nel momento di aprirci, presentarci, e magari lasciarci andare davanti a un ipotetico altro, che sia una persona, un amore, una nuova situazione, non vorremmo che accadesse proprio questo? Questo innamorarci del nostro buio, senza vedere il buio?

È questa la delicatissima preghiera di appena tre minuti, Paradiso, con cui la la cantautrice Ilaria Graziano, partenopea di cuore e nascita, oggi radicata nell’hinterland laziale, un passato quasi magico di voce delle principali anime giapponesi (incluse tournée in Giappone con Pier Cortese, ma questa è una storia bellissima di cui non parleremo), una delle – bisogna dirlo – poche voci femminili del cantautorato italiano che dopo un lungo periodo di riflessione, grazie anche al fascino della natura dei suoi nuovi luoghi, apre questa piccola perla che è Rive, il suo disco.

Super-semplificando il tutto, Rive è un disco di rinascita, ok. Ma quante sfaccettature ha la rinascita?

Un milione, un miliardo. E come la guardiamo questa rinascita? Per Ilaria Graziano è un rito iniziatico, fatto di voci che si incrociano a tamburi, percussioni brillanti, fiati, echi quasi celtici (pur rimanendo nel centro Italia), sussurrano e urlano, si poggiano quasi teatralmente su affermazioni da cristallizzare in un’ironia da strega buona (quel cadenzatissimo “io, ti amo” nel rituale maieutico di Oltre Le Favole è quanto di più vicino alla nostra coscienza di quanto i nostri psicoterapeuti possano immaginare).

È un modo per penetrare il mondo e il gioco di specchi che continuamente ci restituisce lo stesso mondo.

Rive è un modo per entrare, ma anche per tornare alla vita dopo un momento di pausa. C’è magari anche qualcosa dell’aver dato voce a un mondo così distante dal nostro, nel suo passato? Chi può dirlo. Il concetto che Ilaria esprime in questo album si basa proprio sull’idea che ogni vissuto contribuisca a plasmare la nostra forma eterea e il nostro spazio fisico, mentale e creativo.

Abbiamo chiesto a Ilaria di dirci di più di questo suo viaggio verso sé stessa.

Ci dice che la storia che c’è dietro Rive è anche quella di una scelta di vita, di andare via dalla città per trasferirsi in campagna, dove insieme al suo compagno coltivano il cibo, imparando a riconoscere le erbe, e imparano a vivere diversamente.

Un cambio radicale. Questa riscoperta di sé include anche le sue origini in due pezzi di dolcezza devastante, Fuje, con Gnut, che ha tra l’altro prodotto il disco (e che fa sentire il suo tocco ovunque) e la magica Spirito d’o viento, in dialetto appunto, un piccolo tributo che Ilaria presenta al suo mondo, dimostrando come ancora rappresenta la chiave per schiudere porte del reale attuale.

La bellezza di Rive risiede nella sua capacità di posarsi leggero su tutto, eppure non nasconde una natura tra il magico e il rituale. Nasce in una casa in una faggeta della Tuscia dove ti riallacci alle origini partenopee.

“In realtà Rive è nato come un flusso, una corrente in cui mi sono lasciata trasportare. È vero che vivendo per la prima volta immersa nella natura, ho riscoperto una forma di incanto, di meraviglia autentica. Il tempo che rallenta, ha sicuramente influenzato il mio modo di scrivere, e forse ho sentito il bisogno di raccontare proprio quella dimensione lì: sospesa, rituale, quasi magica, ma anche profondamente umana.”

Qual è la storia, qual è l’urgenza dietro questo disco?

“Il disco nasce dopo un lungo momento di silenzio e di auto osservazione. Un tempo necessario, in cui ho sentito il bisogno di esprimermi in forme diverse: ad esempio attraverso la pittura, che mi accompagna da sempre, soprattutto nei momenti di crisi o di trasformazione.

Si parla spesso di “apprezzare le piccole cose” per trovare un senso di appagamento, ma per me qui c’è un equivoco. Perché in realtà, piantare un seme e raccogliere ciò che hai coltivato, cucinare per le persone che ami, osservare la natura, queste non sono affatto piccole cose. Sono grandi. E forse Rive è nato proprio da questo: dal bisogno di riconoscere la grandezza che esiste nella semplicità, nel ritorno a ciò che è essenziale.”

Così sembra più semplice capire il significato di “Rive” e dei sassi rubati che tornano alle suddette rive.

Rive è una metafora di ciò che siamo e di ciò che possiamo diventare. Il fiume rappresenta la vita in continuo movimento, e le rive sono le esperienze, i segni, le tracce che l’acqua lascia dietro di sé. Per me i sassi rappresentano il passato, sono frammenti che abbiamo strappato al loro luogo naturale, tentando di trattenerli, e che invece appartengono al flusso, alla mescolanza indistinta del tempo e della memoria. Ma ho notato con piacere che per ognuno questa frase assume un significato diverso, questo avviene quando chi ascolta la canzone in qualche modo la riscrive e se la cuce addosso adattandola al proprio vissuto, la trovo una cosa meravigliosa”.

Domani è l’unico brano non scritto da te, firmato da Gnut, ed è anche la nota più jazz del disco. Com’è nato questo sodalizio e perché hai scelto proprio questa canzone?

“Quello con Gnut è un legame profondo, fatto di amicizia e stima reciproca, che dura da anni. Durante la mia pausa dalla musica mi ha coinvolto nel suo progetto, prima invitandomi a cantare sul suo disco, e poi in tour. È stato un momento decisivo: grazie alla sua sensibilità e alla sua autenticità, ho riscoperto il desiderio di fare musica. In un certo senso, è stato lui a traghettarmi dal silenzio al suono. Durante quel tour ho ricominciato a scrivere.

Coinvolgere Gnut è stato semplicemente naturale, insieme a Simone De Filippis, l’altro produttore del disco, si è creata una squadra bella, autentica.

Inserire Domani nel disco è stato un atto spontaneo, gli ho detto che mi sarebbe piaciuto avere un suo brano, mi faceva piacere avere un episodio da interprete e cantare attraverso la sua scrittura, che trovo meravigliosa.”

E quindi Fuje e Spirito d’o Viento. Due pezzi bellissimi, il primo ha tutta l’oniricità delle fughe impossibili, il secondo è proprio una chiusa perfetta per un disco così elegante e delicato.

“Durante la scrittura del disco, ho vissuto molto Napoli, ci sono tornata spesso e, grazie anche al tour con Gnut, ho riscoperto un forte senso di appartenenza alle mie radici. Fuje è nata proprio da una riflessione che ho fatto dopo una breve permanenza a Napoli, e quindi mi è venuto proprio spontaneo pensarla in dialetto.
Spirito d’o viento, invece, è venuta fuori quasi come una preghiera laica. Mi è sembrato naturale attingere al napoletano e al suono ancestrale di questa lingua.

La tua è soprattutto una voce femminile, quella di una cantautrice, in un genere, soprattutto quello in cui ti muovi, oggettivamente dominato dalla presenza maschile.

“In realtà statisticamente è proprio così: la presenza femminile in molti ambiti della musica è ancora marginale. Questo mi fa riflettere su quanto sia complesso cambiare una società che, per secoli, ha costruito modelli in cui le donne, e altre identità considerate “minori” sono state tenute ai margini, e che resiste al cambiamento trovando sempre nuove strategie per deviare il percorso verso una vera rivoluzione culturale.”

Ascoltando Rive, che è un disco prezioso come un gioiello dalla storia centenaria eppure così semplice, viene da chiedersi: cosa dovrebbe essere, a cosa dovrebbe tendere la musica (e quindi l’artista) oggi, in questo mondo che si dimena tra assurdi?

“Ogni società, o contesto sociale, tende a generare una musica che la riflette, e guardando al mondo di oggi, si capisce perché certi generi si siano affermati. Mi piace osservare le cose da diversi punti di vista, e credo che la musica, a volte, abbia quasi il ruolo passivo di manifestare e amplificare ciò che accade nel nostro tempo. La trovo comunque una cosa potentissima, uno strumento di osservazione antropologica immediato.”

Ma certo, questo non è tutto.

“Esiste anche uno spazio più sottile, in cui l’artista, attraverso la musica, trascrive e trascende ciò che vive e osserva. Questo può avere una funzione molto utile per la società, perché un artista può suggerire sguardi e prospettive alternativi, o semplicemente confermare, in chi ascolta, uno stato interiore e sociale condiviso. Ed è proprio in questo riconoscimento che può nascere un senso di conforto e di appartenenza, uno stato vigile, in movimento, che smaschera l’orrore travestito da errore e ci tiene ancorati alla bellezza, anche quando tutto attorno ha deciso di crollare.”

Per vedere e ammirare Rive e Ilaria Graziano basta controllare il calendario dei live. Dopo il primo live di questo weekend del 25 ottobre al Monk di Roma, ci saranno:

7 novembre 2025 – Napoli – Auditorium Novecento
13 dicembre 2025 – Genova – Spazio Lomellini
14 dicembre 2025 – Milano – Arci Bellezza
15 gennaio 2026 – Sant’Agata Bolognese – Teatro Bibiena
6 marzo 2026 – Firenze – Casa del Popolo Il Progresso

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Dall’Adriatico centrale (quello forte e gentile), trapiantata a Milano passando per anni di casa spirituale, a Roma. Di giorno mi occupo di relazioni e istituzioni, la sera dormo poco, nel frattempo ascolto un sacco di musica. Da fan scatenata della trasparenza a tutti i costi, ho accettato da tempo il fatto di essere prolissa, chiacchierona e soprattutto una pessima interprete della sintassi italiana. Se potessi sposerei Bill Murray.

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