Articolo di Marzia Picciano
Torrente è il primo disco dei Jennifer in Paradise, quartetto romano di tradizione – possiamo dire – post punk formato da Diego Di Giandomenico (chitarra), Lorenzo Marvìca (cantante), Cristiano ‘Jano’ Campana (bassista) e Domenico Migliaccio (batterista), e, a costo di essere eccessivamente banale o didascalica, nomen omen, è un torrente, in piena, nella stagione delle piogge, una scarica dirompente che butta giù tutto. E lo fa in maniera molto intelligente: non lasciando solo alle distorsioni e alla batteria il compito ambivalente di “menare forte”, ma di presentarsi come una proposta complessa di delirio, allegando un’antologia di riferimento culturale ed emotivo non da poco.
Di questo e di quanto i Jennifer In Paradise abbiano a che fare con la parola scritta e il nichilismo della letteratura degli anni ’90 (come diceva Pahlaniuk, non abbiamo nè la grande guerra nè la grande depressione), ne abbiamo parlato con Lorenzo Marvìca, voce muscolare della band ma anche autore e poeta, come nelle migliori tradizioni di un certo tipo di band, il decodificatore di movimenti in parole.

Nascono ufficialmente nel 2024, ma nessuno di loro è nuovo al mondo della musica. Jano è scenografo, compositore, produttore e turnista per Rancore. Cristiano è grafico e pertanto, direttore artistico della band. Diego, racconta Lorenzo, “porta 15 pezzi al giorno. Ci siamo trovati tutti, un team che funziona.” Suonano da sempre, e hanno aperto i Ditz e gli Sprints al Monk più recentemente. Lorenzo, che ha fatto tutti i lavori del mondo, dice, è stato un po’ l’arrivo non previsto: cercavano una leading voce femminile, e alla fine la scelta è stata quella sua. Al momento dell’entrata nella band stava pubblicando una graphic novel.
Con Torrente siamo nel punk e nella new wave. Abbiamo tutti gli elementi per dirlo, anche le schitarrate metalliche e dolci che rendono digeribile anche la scarica di corde e bacchette più violenta. E pensare che Lorenzo prima militava nel deep metal “roba di otto anni fa”, ma si ritrova di più con quello che fa adesso. Tra i suoi riferimenti ci sono i Deftones. “Non piace a nessuno sto disco (si riferisce all’ultimo della band ndr). Secondo me gli ultimi dischi devi proprio digerirli, ascoltarli quattro cinque volte: poi entri nel mood, e capisci.”
Ma il disco fa qualcosa in più. Anche perchè dice Lorenzo, il rischio è scimmiottare, soprattutto con la voce, perchè alla fine le chitarre sono quelle. Cerca di alternare parti violente a parti conscious e atmosferiche. Allora si inserisce il pop, che ha questa capacità di rendere tutto più digeribile e creare spazio, far emergere quello che Lorenzo ama di più: le parole.
“Dire che nel disco si sente un pò pop è un complimentone. Stavo per dirti che dopo i Deftones, per me, c’è Britney Spears. Quando siamo entrati in studio per Torrente, è stato proprio quello che ho chiesto. Un disco che per la parte vocale suonasse almeno più pop. E poi ovvio, con delle parti un pò piu imboscate, e violente”.

E i testi sono complementari a questo sound.
“Tutte le canzoni, a livello testuale, sono interpretabili, leggibili come storie d’amore vere e proprie, o altro. Il mio focus è sempre sullo stato d’animo, che un pò svela una doppia natura. Mi piace essere onirico in quello che scrivo. A me piace molto la poesia. in generale, ho tanti spunti. Uno è Simone Cattaneo, che abbiamo messo nella title track, Torrente. Abbiamo incluso un estratto di una sua poesia, un audio, che ci è stato autorizzato dal nipote.”
Lorenzo guarda con isporazione alla poesia italiana contemporanea, dai primi anni 90 ad oggi, e un pò spera di farsi tramite anche per chi ascolta. Il maledettismo di Cattaneo si sposa bene con le altre passioni letterarie del nostro, non a caso Bret Easton Ellis e Agota Kristof, autori di un poco clemente affresco del contemporaneo vuoto e disperato. “Quell’immaginario lì” dice Lorenzo “Sono quelle storie che, trascendendo il reale, riescono ad arivare piu vicino al cuore delle cose. Sono autori molto precisi, sintetici e precisi”.
E sanno parlare di violenza. “Sono crudi e diretti, eppure riescono a raccontarti anche attraverso la violenza un romanticismo, una dolcezza di fondo. È piu o meno quello che vorrei riuscire a fare io, magari col prossimo disco, vedremo.”
I semi sono stati impiantati con successo anche in questo. Prendiamo Ogni Storia d’Amore è una storia di fantasmi, unico pezzo di nemmeno un minuto e mezzo interamente strumentale (un ambient di riverberi di chitarre distorte e malinconiche come un intro dei Mogwai) ad esempio, che poi da il là a MinorMale. “Quella è una frase di David Foster Wallace.”
Trovo interessante che un disco fatto di muscoli si fermi alla seconda traccia per prendere fiato, o forse è solo un modo per entrare anche più a fondo, un passaggio subacqueo verso un livello ancora più complesso.

“Sono riuscito a far parlare la mia scrittura solo in musica. Ho in parte trascritto quello che avevo fatto in poesia, quindi dei miei scritti, in parte idee che avevo definito per delle cose. Insomma, ho fatto una sorta di mega-collage. La scrittura per me è qualcosa di essenziale. Anche quando ascolto.”
Invece poi si arriva a Schiuma, che è il pezzo di chiusura, anche dei concerti (dice Lorenzo che non riescono a fare a meno di chiudere i live con lei, è anche il pezzo che crea più connessione con il pubblico), ed è anche una cesoia rispetto a quanto il disco racconta. Improvvisamente si apre un pezzo di spoken word e concetti complessi, anche solo per la scelta delle parole. E con le voci di Alessandro Gavazzi, proprietario dello studio Shatterdome, dove il disco è stato registrato.
“Prima di eseguire il pezzo, spesso, parlo dell’importanza della parola scritta, perché senza parola scritta non abbiamo memoria. È importante preservare la memoria che anche se, come nel nel caso del testo di Schiuma, è una memoria che è un pò disillusa. Perchè dietro una disillusione si cela sempre una rinascita, quindi è un messaggio positivo. Il testo che sta all’inizio lo avevoscritto sul terrazzo di casa a Montesacro il secondo giorno di pandemia, e lo avevo messo come primo testo del libro che sto scrivendo. Uno scenario surreale, con queste persone che sbattevano le pentole e cantavano affacciate ai balconi. È la scrittura come forma di rinascita, ci tenevo che fosse li.”
Sembra un’urgenza. Oggi manca completamente la connessione con la parola scritta, ti sembra?
“Ultimamente mi sono trovato a parlare tanto con ragazzi giovanissimi, tra i sedici e i vent’anni, ci sono tanti ragazzi che suonano e spaccano, che hanno dei grandissimi riferimenti letterari. Questa cosa mi apre il cuore.”
Nonostante il digitale. Ma tu preferisci l’analogico.
“Sto soffrendo tantissimo il dovermi confrontare col digitale per la promozione della band, passo 8-9 ore al telefono. Tutti i contatti sono lì. Ma poi entri in quel meccanismo in cui stai sempre a guardare il cellulare.”
Che poi i ragazzi paradossalmente nella comunicazione sono essenziali, “mettono una foto brutta che so, del posacenere, non è importante. Forse i più anziani che sono più fissati con i numeri.”

Come si sposa la necessità di esserci, pervasivamente, per esistere come progetto musicale, e quello che è poi la filosofia nichilista alla base dei pezzi dei Jennifer In Paradise?
È un gran dramma. Eppure dice Lorenzo, basta vedere come vengono selezionate le nuove star nei talent. C’è la prova del live. “Magari non hanno manco mai suonato, li mettono davanti a 20 personi, ma nei palazzetti come te la cavi? A guardare i numeri sei il numero 1, però bisogna vedere quanto duri. Ho capito che per inseguire i numeri si finisce a trascurare la cosa importante che è la musica.”
Anche il punk, il post punk, sta riemergendo soprattutto in questi anni e non è ovviamente immune da quelle che sono certe dinamiche.
“È un tema che emerge spesso tra di noi. Per dire, Domenico, che ha suonato in un sacco di gruppi fin dagli anni 90, ha fatto una gavetta infinita diciamo, ha proprio visto il passaggio. Mentre prima il musicista doveva soltanto fare musica, oggi deve fare musica, pensare al videoclip, pensare allo shooting fotografico, pensare subito a rispondere, farti da booking, farti da manager. E allora la musica quando la fai?”
Poco, o mai. Per ora possiamo sentire i Jennifer in Paradise live al Wishlist di Roma il 22 novembre, release party di Radio Rock insieme a Mattia Luna e Mexican (sempre dell’etichetta Sangue Acido dischi). E poi, Sicilia, e chissà.





























