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Reportage Live

PAOLO CONTE all’Umbria Jazz. Storia di un avvocato dell’anima, e della Poesia per tutti

Avviso ai naviganti: quello che leggerete non è altro che una scusa per parlare del concerto di Paolo Conte del 15 luglio all’Umbria Jazz di Perugia a chi voleva esserci e purtroppo non c’è stato, e ors non c’è più. Perdonerete l’espediente narrativo, del resto voi che conoscete l’Avvocato sapete quanto tali costruzioni possano aiutare a raccontare.

Foto di Cesare Veronesi per www.rockon.it (Padova, Marzo 2022)

Articolo di Marzia Picciano

È difficile parlare di Paolo Conte a chi lo ama(va), figurarsi raccontarne un’esibizione intera. Seduta, profana in un luogo sacro, nell’Arena di Santa Giuliana di Perugia al calare della sera (e della calura) di metà estate, accolgo anche io tra gli scrosci degli applausi l’Artista, 86 anni, un uomo prima di tutto. Entra con calma, si prende tutto: sarà la fatica del caldo e certo, quell’età che certo fiacca, ma non nella lucidità fulminea dello sguardo, sornione e sfidante, di chi ne ha viste tante se non tutte. Di chi sa che il suo pubblico ha capito. E l’applauso non è incoraggiamento. È un saluto al Re.

Avrei voluto essere guidata nell’ascolto del Paroliere da chi sa andare oltre l’estasti, superficiale, che regalano parole e versi brillanti, non comuni. Avrei voluto accanto lo sparring partner, chi ha adattato certe metafore, i macachi e i lividi, alla propria vita giorno per giorno e vi ha trovato della luce. Eppure, per essere il mio primo concerto di Paolo Conte, alla vergognosa età di 34 anni, penso di aver colto il punto dietro la Poesia che mi si proponeva, e del Jazz.

Perchè Conte, nella selezione dei pezzi delle ultime esibizione, è diretto, dritto, semplice nella complessità che indica, sinestesie reali che si sciolgono, facilissime, come nodi allentati, pezzo dopo pezzo, snocciolando grandi verità a colpi di enjambement. Mi fa pensare che il jazz sia semplice, che l’improvvisazione controllata (e vedere come controllava e dirigeva gli strumenti, anche da sotto i suoi occhiali da sole gialli!) dei suoi musicisti in abito da concerto sia il trait d’union tra chi non sa, e ignora (come me), e chi invece pazientemente sa e insegna (lui). Ma l’orchestr(in)a, a ogni pezzo debitamente presentata al merito degli applausi degli astanti, non era li’ a sottolineare la casualità, quella si, jazz, dell’artista in polo slacciata e giacca nera sull’ordine imaginifico disegnato da violiniste e percussioni degne di un racconto di Francis Scott Fitzgerald mentre intonano Aguaplano. I fiati, archi, bonghi e l’infinito contrabbasso hanno ricreato e riarrangiato il patrimonio sintetico dell’Avvocato di Asti in una missione di cristallizzazione dell’eterno ferma in un’atmosfera sognante e traboccante di pathos, di suspance, massima nell’esecuzione dell’ode al mistero di Max, con lo xilofono martellante su archetti disperatissimi. Ma Conte a questo climax ci è arrivato per gradi.

Foto di Cesare Veronesi per www.rockon.it (Padova, Marzo 2022)

La narrativa è precisa, non c’è caso. C’è un preciso dialogo che viene a stabilirsi tra un uomo che spinge lentamente i tasti del piano, un’orchestra e un pubblico, non per celebrarsi, ma per celebrarci. Noi, uomini perfetti e fallibili, alle prese con quello che ci danna di più: ancora, noi. Abbiamo iniziato con uno sguardo al passato pettinato de Sotto Le Stelle Del Jazz, Alle Prese Con Una Verde Milonga, Come Di, Ratafià, tutto un allegro trambusto, quello in cui ci innamoriamo, riproposto in chiave levigata da anni di esistenza di testi che necessitano sempre della stessa voce, forse un po’ più stanca, ma mai meno potente. Nella semplicità di questi pezzi c’è un intimità che pochi, come Conte, hanno la fortuna di conoscere: quella con se stessi. La raggiunge e presenta alla platea con le delicatissime quasi pizzicate versioni di Recitando, Uomo-Camion e La Frase, questi emblemi scintillanti della disperata immanenza della commedia umana che ci troviamo a interpretare sempre.

Ma la scena che portiamo avanti non è un inferno sartriano, c’è una luce di profonda e mai sopita speranza in noi e nel mondo che ci circonda. La vedo emergere fortissima al rientro dalla pausa, nel sax di Dancing, nel rincorrersi di Gioco D’Azzardo, nelle visioni proustiane di Madeleine, o nella pioggia che cade cosi bene su Gli Impermeabili ma non sull’anima.

Via Con Me è una breve pausa giocosa, il panem et circensem che prepara il terreno ai demoni dietro Max e Diavolo Rosso, questa omaggiata come in ogni live dell’assolo di ciascuno dei membri dell’orchestra. Violino, fisarmonica, clarinetto da applausi, chiusi in se’ e nella musica su cui è stata richiesta la migliore delle danze della pioggia sono stati scortati da Conte dal pianoforte verso il loro posto in un’architettura idealmente pura e perfetta. L’armonica ha guidato il maestro in chiusura su Le chic et le charme, prima di concedere al pubblico un bis liberatorio della piu’ celebre delle sue produzioni, sottopalco. Si rompono le righe e ci si va a prendere quello che rimaneva della poesia di questo concerto.

Perche alla fine di paole, di poesia, di copioni si parla. Di capirsi, e capire come sopravvivere bene insieme in questo mondo. Paolo Conte in più di 50 anni di incessante lavoro da ammanuense dell’animo umano viene a ribadirci che non esiste una soluzione valida per tutti. Che non c’e’ bianco ne’ nero, ma solo una gran voglia dipingere meglio i grigi ed mettersi dalla parte del giusto. 

Tenetevi stretto chi sa che per non farsi male, non fa male una buona commedia, un profumo di insidia che fa venire appetito di quintali di poesie. Ci spiega che le Maschere sono infine i Personaggi che agogniamo di avere ogni giorno con noi.

Foto di Cesare Veronesi per www.rockon.it (Padova, Marzo 2022)

Caro Ace, Ale, non c’era Genova ieri, o ce n’era pochissima, ma avresti condiviso la scelta dell’Avvocato di comunicare la sua ricerca del significato e significante con questi pezzi. Poche le concessioni e le velleità. C’erano le scimmie del Jazz, ma anche le donne che non lo amano e che azzardano, c’era la dialettica irrisolta dei rapporti umani, tra uomini e vita e amanti. Una stele di Rosetta codificata in versi che non hai finito di propormi come tampone a dilemmi temporanei o meno. Ieri solo ho capito quanto sbagliassi a pensare che nelle parole di tale poesia non avrei trovato risposta, come se mi fosse sconosciuta la metrica di un messaggio universale per cui il jazz è niente di meno e necessariamente uno scivolo agevolatore. Nel tuo attaccamento a certe parole e certi concerti rivelavi la necessità di ripetere la lezione per rinfrescarla, come si fa come si rileggono certi libri, soprattutto quando li hai capiti bene. Grazie per averle condivise, queste parole, ricordandomi che possiamo averle tutti e tenerle con noi per sempre, interpretarle e andarne al nocciolo, o pensare di trovarlo, e ricordarsi che non è mai troppo tardi, non è mai troppo grave, anche quando poi, purtroppo, lo è.

PAOLO CONTE – La scaletta del concerto a Umbria Jazz

Aguaplano
Sotto le stelle del jazz
Come di
Alle prese con una verde milonga
Ratafià
Recitando
Uomo camion
La frase

Encore
Dancing
Gioco d’azzardo
Gli impermeabili
Madeleine
Via con me
Max
Diavolo rosso
Le chic et le charme

Encore 2
Via con me

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Dall’Adriatico centrale (quello forte e gentile), trapiantata a Milano passando per anni di casa spirituale, a Roma. Di giorno mi occupo di relazioni e istituzioni, la sera dormo poco, nel frattempo ascolto un sacco di musica. Da fan scatenata della trasparenza a tutti i costi, ho accettato da tempo il fatto di essere prolissa, chiacchierona e soprattutto una pessima interprete della sintassi italiana. Se potessi sposerei Bill Murray.

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